Francesco Piobbichi: “Trump vuole la Groenlandia. Ma in Danimarca ha già vinto”

Francesco Piobbichi: “Trump vuole la Groenlandia. Ma in Danimarca ha già vinto”

di Francesco Piobbichi

C’è un paradosso che oggi attraversa l’Atlantico e i ghiacci dell’Artico come una crepa sempre più larga: la Danimarca rischia di perdere la Groenlandia per mano dell’uomo che usa la sua stessa logica.
Quando Donald Trump torna a parlare apertamente di “controllo americano” sull’isola più grande del mondo, molti fingono di ridere. Ma dietro la minaccia si nasconde una verità inquietante: la logica con cui Trump rivendica la Groenlandia è la stessa che da anni guida le politiche del governo danese.
Nazionalismo. Interesse strategico per lenire il problema del debito pubblico americano. Priorità dei “nostri”. Il linguaggio è identico. Cambia solo l’accento.
La premier socialdemocratica Mette Frederiksen ha costruito la propria leadership su una delle politiche migratorie più dure d’Europa: respingimenti sistematici, confisca dei beni ai richiedenti asilo, ghettizzazione legale dei quartieri con alta presenza di cittadini non occidentali, accordi di esternalizzazione dell’asilo con Paesi africani. Una linea che la destra applaude e che la sinistra europea osserva con imbarazzo. Una linea in nome dell’interesse Nazionale.
La “svolta realista”, come è stata definita a Copenaghen, aveva un obiettivo chiaro: togliere spazio al populismo copiandone le parole. Ma la storia insegna che quando la sinistra imita la destra non la svuota: la rafforza.
Oggi quel conto arriva, ma non alle elezioni, arriva alle frontiere, arriva dal presidente che conquista la terra utile con i marines ed espelle l’umanità inutile con le sue squadracce dell’Ice.
Perché Trump non sta chiedendo la Groenlandia come un imperatore folle. La sta rivendicando con la stessa logica utilitaristica che governa l’Europa dei muri.
La Danimarca possiede formalmente la Groenlandia da tre secoli. Ma dal 2009 l’isola gode di un’ampia autonomia politica e amministrativa. I groenlandesi controllano sanità, istruzione, pesca, miniere. A Copenaghen restano difesa e politica estera. Un equilibrio fragile, tenuto insieme più dalla storia che dalla fiducia.
Ed è proprio quella fiducia che Frederiksen ha eroso.
Quando il governo danese ha tentato di estendere alcune misure restrittive sull’immigrazione anche alla Groenlandia, la risposta è stata durissima. “Non siamo una discarica per i problemi di Copenaghen”, ha dichiarato il governo di Nuuk. Da allora l’indipendentismo è cresciuto come mai prima, superando in alcuni sondaggi il 70%.
Non è un caso.
Un Paese che costruisce la propria identità sulla chiusura non può pretendere di tenere unito un territorio che chiede riconoscimento, voce, dignità. Non puoi negare diritti universali a sud e invocarli a nord.
Ed ecco il cortocircuito storico: mentre Frederiksen parla di sovranità e confini, ed interesse Nazionale, Trump applica lo stesso principio su scala più grande. Se la Danimarca difende sé stessa escludendo gli altri, perché gli Stati Uniti non dovrebbero fare lo stesso?
La premier danese non ha più argomenti morali per opporsi a Trump. Come non ne ha l’Unione Europea di Macron che in Africa fa quello che Trump vorrebbe fare in Grienlandia. L’UE e la Danimarca hanno solo argomenti giuridici — deboli, quando il vento geopolitico cambia.
Così il trumpismo non bussa alla porta dell’Artico con i marines, ma con le parole che la Danimarca ha già fatto proprie. La Groenlandia diventa merce strategica, non comunità umana. Un pezzo di mappa, non un popolo. Sullo stesso tavolo su cui è finita la Groenlandia sono finiti i curdi, gli ucraini, i venezuelani ed i palestinesi.
La leader che ha costruito il consenso su “Danimarca prima di tutto” rischia di perdere un territorio grande quanto l’Europa occidentale proprio perché ha accettato l’idea che conti solo l’interesse nazionale.
Trump vuole conquistare la Groenlandia. Ma la conquista più profonda è già avvenuta in Danimarca .
È l’idea che i diritti siano opzionali, la solidarietà un lusso, l’umanità una variabile negoziabile rispetto al profitto. Un’idea che non nasce a Washington, ma che a Copenaghen è stata normalizzata, votata, difesa.
Quando la politica rinuncia ai valori, non perde solo l’anima perde la voce e la legittimità morale. E talvolta — come oggi scopre la Danimarca — perde anche un pezzo di paese quando c’è un interesse Nazionale più forte del tuo.

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