
Piobbichi: “Dopo il Venezuela dovremmo pensare ad un movimento globale organizzato che sia molto più simile alla prima internazionale che al world social forum”
Pubblichiamo una riflessione di Francesco Piobbichi che Ciavula sposa in pieno.
NdR
Futura umanità
di Francesco Piobbichi
Macron potrà attaccare il Burkina Faso, o il Mali perché è governato da un militare golpista .
Putin potrà prendersi ciò che vuole in Ucraina e dove gli pare, contratterà con logica militare il proprio spazio.
Erdogan potrà giocarsi la sua partita in Siria contro i curdi.
La Cina potrà prendersi Taiwan.
Israele potrà continuare la sua politica genocida e colonialista.
Le industrie militari faranno profitti immensi, gli stati nazione taglieranno il welfare e metteranno tasse per finanziare acquisti di armi in una follia che ci spinge verso l’abisso. Saranno tubi di gas e petrolio a disegnare le frontiere economiche della guerra ibrida. Fili spinati e muri delimiteranno le zone di privilegio dai territori impoveriti. I processi autoritari cresceranno appoggiandosi all’odio sociale virale di società desocializzate.
Trump con l’attacco al Venezuela ha affermato la sua gerarchia globale da puro imprenditore di rapina, il perché lo ha fatto è dovuto al debito pubblico americano che sta diventando insostenibile. Viviamo in una crisi capitalista che impone la guerra, dentro la quale ogni potenza potrà inventarsi il suo intervento, contrattarlo con le altre sulla base dei rapporti di forza, alcune lo faranno in maniera più cruenta, altre più morbida con guerre per procura, ma la competizione resta e sarà basata sulla forza. Le reazioni dei Brics all’attacco al Venezuela non sono semplicemente tiepide, sono quelle di chi calcola i propri interessi. C’è qualcosa di nuovo nel meccanismo della gerarchizzazione tra gli stati che introduce Trump. Chi pensava che la competizione tra di essi fosse un campo di lotta in cui schierarsi esce sconfitto dalla capacità di questi di contrattare il proprio spazio geopolitico, sulla pelle di chi ha la sventura di trovarsi nelle zone di sfruttamento. È probabile quindi che il Venezuela sia finito nella Bilancia dell’infamia con l’Ucraina come contrappeso. Così il popolo venezuelano è solo, nessuna nave amica si frappone alla flotta di Trump, è lasciato al suo destino con gli Usa pronti a saccheggiare le sue risorse tenendogli il coltello alla gola. È solo contro una invasione chiamata operazione speciale. Il diritto internazionale non è mai esistito per davvero, lo sapevamo, esisteva come parvenza che Trump ha eliminato in poco tempo. Ora tutti hanno le mani libere.
Questa scacchiera geopolitica in cui si gioca questa partita non solo trasforma la legittima resistenza di un popolo ma la contrappone alla lotta di un altro. Così chi lotta contro un governo tiranno in Iran o una invasione in Ucraina diviene automaticamente amico del nemico. Questo modo di ragionare ci porta alla sconfitta, ad appoggiare personaggi che nulla hanno a che fare con la nostra storia. Questo modo di leggere il mondo degrada ogni insorgenza e processi di autodeterminazione annullando le soggettività. Cancella le contraddizioni, impedisce l’analisi concreta della fase in termini dialettici, lo sviluppo di quella intelligenza sociale che è fondamentale per pensare la trasformazione di società.
È una gabbia prodotta dallo stesso sistema che vogliamo combattere, ma è anche prodotta da noi. Bene allora esplicitare e dire le cose come stanno. Questa è una guerra capitalistica, non possiamo schierarci dentro di essa, ma contro di essa.
Se avessimo una forza adeguata dovremmo lavorare per ribaltare per aria il Risiko dei potenti, mettendoci dentro le contraddizioni che si aprono e scavarle.
Non so se oggi sia più inutile invocare il rispetto del diritto internazionale armandosi ancora di più come fanno i liberal progressisti europei, o sperare che la Cina e Putin diventino un argine a Trump. Per uscire da questa impotenza emerge innanzitutto la necessità di definire uno spazio politico internazionalista nel quale ritrovarsi e organizzarsi contro il flagello della guerra capitalista e del riarmo globale. Un luogo per discutere tra chi vuole il mondo libero dal dominio della guerra. Abbiamo la necessità di una visione, perché non è vero che le cose non possono cambiare, perché di forza ne avremmo anche noi, ma non possiamo pensare di esprimerla senza organizzarla. Qui sta la nostra sconfitta più grande, l’assenza di un soggetto sociale che riempe il vuoto con una propria direzione politica. Ad oggi per quello che ho letto l’analisi più interessante sulla guerra mondiale dentro la quale siamo inseriti è quella prodotta dai movimenti di resistenza sociale, e tra questi, quella della teoria della modernità democratica di Abdullah Ocalan che con la sua filosofia identifica nello Stato nazione il problema principale che abbiamo. Ocalan ha avuto il merito di ragionare sulla sconfitta di una storia che ha attraversato tutti noi che ci definiamo di sinistra ( per quanto questo termine oggi abbia poco senso) . Lo fa partendo dalla sua esperienza sviluppando un percorso di autocritica che ha saputo ripensare alla rivoluzione dentro un carcere di massima sicurezza. Un’autocritica che ha permesso che un processo rivoluzionario si potesse Sviluppare e durare dentro la guerra e contro di essa. Secondo me, dopo il movimento sulla Palestina e dopo quello che è avvenuto in Venezuela dovremmo iniziare a pensare ad un movimento globale organizzato che sia molto più simile alla prima internazionale che al world social forum, un movimento che sviluppi la sua filosofia ed ideologia partendo dalla resistenza al colonialismo, all’estrattivismo, alla guerra. La caduta della speranza che il movimento operaio potesse essere il soggetto della trasformazione ha lasciato un vuoto che va riempito. La sua sconfitta non è la fine della storia, ma dobbiamo riconoscerla fino in fondo per uscirne.
Ognuno di noi dovrebbe mettersi a disposizione di questo processo. Ogni popolo che resiste, ogni territorio che lotta contro la devastazione capitalista è parte di questo processo, così come ogni quartiere che reagisce alle politiche dello stato di polizia. Questa guerra ha molti fronti, così come molte resistenze. Ora sono scollegate, spesso contrapposte, il nostro lavoro è collegarle, farle dialogare, convergere su una visione comune. Dobbiamo cominciare a pensare allora alla definizione di uno spazio politico internazionalista nel quale non si gioca a Risiko ma si inizi a discutere di politica, che si assuma il fatto che questa guerra capitalista è puro estrattivismo, è un ecocidio che ferisce la terra e l’umanità per alimentare il profitto.
Su questo schema è probabile che si apriranno fratture politiche tra una impostazione statalista/elettoralista che ancora si fida del potere degli stati nazione e finisce per adottarne la logica, e quella comunalista che comprende che proprio questo potere sia il problema dell’umanità e lavora sulla necessità di resistergli dentro un’aspirazione internazionalista delle resistenze sociali. È una discussione dolorosa e necessaria questa, che va fatta per uscire dalla sconfitta alla quale altrimenti saremmo condannati.
