Francesco Piobbichi: “La sanità pubblica in Calabria non si salva con lo Stato”

Francesco Piobbichi: “La sanità pubblica in Calabria non si salva con lo Stato”

In Calabria la sanità non è in crisi: è in sospensione democratica. Sotto controllo di un sistema politico che ha costruito un patto per drenare risorse dal pubblico al privato. Da quindici anni la regione è commissariata, privata della capacità di decidere, colonizzata da logiche clientelari e resa inefficiente da una burocrazia che ha perso ogni legame con i territori completamente al servizio delle cliniche private.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ospedali svuotati, medici che fuggono, cittadini costretti a curarsi a mille chilometri da casa. Questa non è inefficienza amministrativa: è negazione sistemica di un diritto costituzionale nel sottosviluppo capitalistico.

Non è solo il tema della riduzione dei fondi del sistema sanitario ad incidere quindi, la prima domanda che dovremmo farci è più come combattere contro questo modello che difenderlo. E a seguire chi deve farsi carico della sanità pubblica quando Regione e Stato falliscono?

L’articolo 118 della Costituzione afferma che le funzioni pubbliche devono essere esercitate dall’ente più vicino ai cittadini, quando questo è in grado di farlo. Oggi – non prendetemi per pazzo – gli enti più vicini ai cittadini in Calabria che possono esercitare questa funzione sono i Comuni. Che di fatto hanno pochissima voce. In Calabria infatti, il livello più lontano dai cittadini – commissari straordinari, ministeri, regione – decide tutto, mentre i comuni, che vedono ogni giorno i bisogni reali delle persone, restano spettatori impotenti.

È tempo di rovesciare questo schema, di costruire una nuova visione nella quale aprire nuova idea di sanità pubblica: municipale e di comunità

La sanità calabrese può essere salvata solo se torna nei territori.
Non come sanità privata convenzionata o volontariato che mette le toppe ai buchi , ma come infrastruttura pubblica non statale, gestita dai comuni in rapporto strutturale con l’associazionismo a finalità pubblica.

Emergency, Medici Senza Frontiere, ad esempio non sono ONG caritatevoli: sono enti di missione sanitaria, nati per operare in contesti difficili, con modelli organizzativi trasparenti, capacità di formazione e anticorpi contro corruzione e feudalizzazione.

Il loro ingresso nel sistema pubblico territoriale non sarebbe una scorciatoia, ma una rigenerazione etica e professionale che garantirebbe medici, personale professionale, trasparenza.

Come funzionerebbe tutto questo è molto più semplice di quanto pensiamo.

Le reti dei comuni diventano titolari della sanità di prossimità: medicina generale, consultori, prevenzione, salute mentale, cronicità.
I fondi pubblici vengono trattenuti a livello municipale attraverso quote del Fondo Sanitario Nazionale, PNRR e fondi sociali europei. Essi stessi possono costituire mutue sanitarie a valenza pubblica sotto il loro controllo che alimentano i fondi.
Gli enti di missione forniscono personale qualificato, formazione continua, modelli gestionali e rotazione degli staff.

Ogni territorio sottoscrive un Patto di Comunità Sanitaria, con servizi garantiti, bilanci pubblici e assemblee civiche di controllo. Il governo di queste strutture viene votato dai cittadini che possono revocare in ogni momento le cariche per gravi inefficienze.
Non più aziende sanitarie opache con nomine calate dall’alto , ma case della salute municipali, aperte, verificabili, governate dai cittadini.

Bisogna essere netti sulle cose.
Il modello attuale non verrà “aggiustato”.
È strutturalmente incapace di autoriformarsi perché vive di nomine politiche, carriere clientelari, centralismo paralizzante
Interessi dei privati.

Un sistema di questo tipo in eterna emergenza programmata non si riforma : si supera.
La sanità municipale è utopia mi direte, ma concreta vi rispondo . È l’unica forma possibile di sanità pubblica in un territorio dove lo Stato ha già abdicato al sottosviluppo capitalistico. All’abbandono. Agli interessi dei privati che sono dentro il sistema dei partiti elettorali.
La Calabria non ha bisogno di un altro piano straordinario.
Ha bisogno di riprendersi la sovranità sul diritto alla cura.
Quando le istituzioni superiori falliscono, non si attende: si costruisce dal basso ciò che dall’alto non arriva più.
La sanità pubblica calabrese o diventa municipale, o sarà cancellata da quella statale al servizio del privato.

Francesco Piobbichi

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