
Verso il Giorno della Memoria: il dovere di ricordare l’orrore per costruire un futuro di pace
di Mario Murdolo
Mancano pochi giorni alla Giornata della Memoria, che si celebra ogni anno il 27 gennaio per ricordare il più terribile e orrendo genocidio della storia dell’umanità. È stata scelta questa data non a caso, ma perché proprio il 27 gennaio del 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Le truppe sovietiche furono le prime a scoprire l’orrore e la crudeltà del genocidio nazista, grazie anche alle testimonianze dei detenuti superstiti.
Essendo stato l’Olocausto il più tremendo e deprecabile sterminio della storia dell’uomo, in Italia, come in tutto il resto del mondo, sono moltissime le manifestazioni per ricordare anche alle scolaresche questa pagina nera e da non dimenticare, caratterizzata da trattamenti disumani, crudeli e indescrivibili perpetrati dal regime tedesco. Una giornata in cui, in particolare alle nuove generazioni, si fanno conoscere le torture, le umiliazioni e le uccisioni di cui sono stati responsabili i nazisti, e da questo insegnamento si dovrebbe dedurre che tra popoli e persone devono esserci amicizia, tolleranza e convivenza civile, e mai più guerre, conflitti e ostilità.
La terribile e insensata azione sterminatrice si concentrò in particolare nel genocidio di circa 6 milioni di ebrei tra il 1941 e il 1945. Questa dittatura sanguinaria non perseguitò e uccise solo uomini, prigionieri e soldati, ma, con sadismo crudele e bestiale, anche inermi e inconsapevoli bambini. Durante le deportazioni, le donne in stato di gravidanza e le madri con bambini piccoli venivano catalogate come “inabili al lavoro” e così trasferite nei campi di sterminio, dove venivano uccise. Pertanto, per evitare una ingiusta fine, erano costrette a nascondere persino lo stato di gravidanza.
Non contenti delle già numerose sevizie e dei maltrattamenti subiti, i gendarmi tedeschi, coadiuvati da medici e ricercatori, usavano le donne ebree come cavie per esperimenti e pratiche disumane, contrarie a qualsiasi etica morale e professionale. Per non parlare dei continui ricatti che obbligavano le povere donne a prostituirsi o ad abortire in cambio di un tozzo di pane e di altri generi di conforto.
Ormai i fortunati sopravvissuti nostrani sono tutti morti, però ci hanno lasciato molte testimonianze attraverso libri e interviste. Anche nel campo della musica l’argomento è presente e, tra tutte, voglio ricordare la canzone “Auschwitz” di Guccini, ispirata dalla lettura di un libro sull’argomento. È una canzone con cui il bravo cantautore, sia musicalmente sia con le parole, riesce a coinvolgere totalmente l’ascoltatore: una canzone molto suggestiva, stimolante e che fa riflettere.
Inventandosi un ipotetico dialogo con un bambino definito “nel vento”, perché vittima innocente del genocidio nazista, descrive prima di tutto l’ambiente gelido e funereo dei lager, con i forni crematori, e durante questo colloquio, a un certo punto, si pone una domanda: “Mi chiedo come un uomo possa uccidere un suo fratello”. È una domanda che dovremmo porci tutti, perché dopo 81 anni la lezione che la storia ci tramanda sui genocidi e sui crimini nazisti sembra non essere stata compresa: l’uomo continua ancora sulla strada dell’odio, della guerra e della violenza e non sceglie invece la via del dialogo, della distensione e della pace.
Ben venga anche quest’anno la Giornata della Memoria, ma, anche se in tutto il mondo sarà celebrata, saranno sempre i potenti della Terra a dover cambiare strada per darci serenità e pace.
