Francesco Piobbichi: “Il prezzo giusto come infrastruttura di dignità”

Francesco Piobbichi: “Il prezzo giusto come infrastruttura di dignità”

Nel Mediterraneo le arance non sono solo frutti. Sono frontiere mobili, geografie del lavoro, il punto esatto in cui il mercato globale incontra i corpi di chi raccoglie, spesso invisibile, spesso senza diritti. È da qui che bisognerebbe ripartire per capire perché le proteste degli agricoltori che attraversano l’Europa non parlano davvero di Mercosur, ma di qualcosa di molto più profondo: l’assenza strutturale di un prezzo giusto.

Il libero scambio, così come è stato costruito, ha trasformato il prezzo agricolo in una variabile di competizione al ribasso. A ogni trattato firmato non si risolvono problemi: si spostano i costi. Quelli ambientali restano sulle terre, quelli sociali sui lavoratori, quelli economici sulle piccole aziende che chiudono indebitate. A vincere sono le multinazionali che controllano sementi, terre e distribuzione, mentre la filiera reale – quella che tiene insieme produzione, lavoro e territorio – si svuota.

Nella piana di Gioia Tauro questo processo lo vediamo ogni inverno. Le arance maturano e intorno ai campi ci sono lavoratori che le raccolgono che non hanno casa, trasporti, assistenza sanitaria. Il prezzo basso non è mai solo un numero: è un sistema di dislocazione della responsabilità. Il supermercato vende a pochi centesimi in meno, qualcuno, da qualche parte, paga la differenza in salute, dignità, solitudine.
Eppure a San Ferdinando, con l’esperienza di Dambe So, si è dimostrato che un’altra filiera è possibile. Con questa esperienza di accoglienza dei braccianti in collegamento con i produttori associati dalla cooperativa Mania terra legata a Sos Rosarno si è dimostrato che l’uscita dall’emergenza non solo è possibile, ma è diventata infrastruttura di comunità.

Dambe So non è un progetto sociale, è un’anticipazione politica di una discussione necessaria.
Necessaria per creare una visione, per delineare un ragionamento sul tema del Prezzo Equo, una vertenza che ha come obbiettivo una soglia sociale di prezzo minima sotto la quale non si può importare né esportare. Non è un dazio, non è un prezzo al consumo fissato per legge, ma un prezzo sorgente minimo riconosciuto al produttore per permettergli di restsre in piedi, un prezzo costruito su basi sociali e ambientali in maniera congrua dagli attori della filiera. Un processo del genere non dovrebbe valere solo per i prodotti calabresi o siciliani però ma quanto meno per tutto il Mediterraneo.

Il prezzo equo non può essere solo europeo ed è bene sottolinearlo. Se vale soltanto a nord del Mediterraneo, il sud diventa automaticamente la zona franca del lavoro povero ed entra in competizione al ribasso. Spagna, Grecia, Marocco, Tunisia, Italia producono lo stesso frutto dentro sistemi di diritti diseguali: è qui che nasce il dumping. Per questo il prezzo equo deve essere inteso come una lotta dei piccoli produttori e braccianti del mediterraneo di dignità , un patto per smettere di competere sullo sfruttamento e rincorsa al ribasso e iniziare a cooperare sui diritti.

Le imprese che partecipano al commercio internazionale delle arance devono rispondere non solo della qualità del prodotto, ma delle condizioni che vive chi lo raccoglie che riguardano sia il contratto di lavoro che i luoghi dove vivono. La responsabilità sociale non come bollino etico, ma come condizione di accesso al mercato: chi non rispetta gli standard sociali non esporta, non importa, non accede a fondi pubblici, non usa marchi di qualità. È Sugli scaffali che questo meccanismo deve diventare visibile:
Il consumatore vede da dove nasce il prezzo sul campo, e quale parte sostiene diritti e accoglienza.
La vera alternativa oggi non è tra protezionismo e libero scambio. È tra commercio senza regole e commercio fondato sulla responsabilità. Un prezzo agricolo che non include il lavoro e l’accoglienza non è un prezzo basso: è un prezzo falsato.

La nostra idea è quella di introdurre allora nel prezzo minimo una quota sociale obbligatoria per le aziende , destinata a finanziare l’accoglienza dei lavoratori braccianti che a loro volta pagheranno una quota del loro salario per rendere sostenibile il meccanismo di accoglienza, senza che pesi sulla fiscalità generale. Con questo metodo si potrà Sviluppare la la costruzione di ostelli sociali, appartamenti in subaffitto garantiti da agenzie pubbliche per l’abitare, trasporti regolari casa–lavoro, sanità di base, mediazione linguistica e sportelli lavoro agricolo assieme ai centri per l’impiego. Ciò che oggi viene gestito come emergenza diventerebbe infrastruttura ordinaria della filiera. Non beneficenza, non carità, ma responsabilità sociale d’impresa resa struttura economica in un patto territoriale.
Senza prezzo equo non c’è agricoltura. Senza responsabilità sociale non c’è mercato giusto. Noi vogliamo tenere insieme queste due cose, e farle diventare politica.

Francesco Piobbichi

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