Circolo Partito Democratico Caulonia: “Al referendum un No consapevole, senza slogan e senza fake”

Circolo Partito Democratico Caulonia: “Al referendum un No consapevole, senza slogan e senza fake”

Quando si parla di separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, il dibattito pubblico viene oggi fortemente caricato di rabbia e slogan dall’attuale maggioranza di governo. Si sostiene che questa riforma sia la soluzione agli errori della giustizia e all’impunità dei magistrati. In realtà, la questione è molto più complessa di come viene raccontata.

Più si avvicina il giorno del referendum, più il voto rischia di caricarsi di significati politici che vanno oltre il merito della riforma, trasformandosi anche in un giudizio sul consenso del capo del governo. È un elemento di grande rilevanza politica, ma dovrebbe restare distinto da una scelta che incide sull’assetto costituzionale dello Stato.

È giusto e legittimo che attraverso un referendum popolare si possano modificare equilibri istituzionali: la sovranità appartiene al popolo. Ma proprio per questo una decisione di tale portata dovrebbe essere presa con consapevolezza — e consapevolezza significa conoscenza. Senza semplificazioni e senza mistificazioni, come quelle che hanno presentato la riforma come soluzione immediata agli errori giudiziari o alla lentezza dei processi, problemi che hanno radici ben più profonde e complesse. Per questo è fondamentale informarsi, approfondire e valutare con attenzione tutti gli aspetti della riforma prima di esprimere il proprio voto.

Se vogliamo affrontare il tema nell’insieme della sua visione, dobbiamo valutarlo nella sua interezza e chiederci se l’equilibrio tra i poteri, che fino ad oggi è stato garanzia di stabilità istituzionale e tutela dei diritti dei cittadini, venga realmente rafforzato o invece modificato in modo sostanziale.

È giusto che chi indaga e chi giudica abbia ruoli distinti. È una questione di equilibrio e di civiltà giuridica. Questo, però, non significa attaccare la magistratura, che nella stragrande maggioranza dei casi opera con professionalità ed è un pilastro dello Stato di diritto.

Il problema nasce quando si utilizza la rabbia popolare per costruire una narrazione semplificata, come se l’intera magistratura fosse responsabile di errori o abusi. In realtà si tratta di una minoranza, per fortuna limitata, che ha commesso errori gravi o ha esercitato la funzione in modo improprio. Trasformare casi singoli in una condanna collettiva è scorretto e pericoloso.

C’è poi un dato che viene volutamente ignorato dall’attuale maggioranza di governo: la riforma Cartabia aveva già limitato fortemente il cambio di funzione tra giudici e pubblici ministeri. I passaggi oggi sono rarissimi — poche decine all’anno su circa diecimila magistrati — un fenomeno minimo che non giustifica una spaccatura strutturale dell’ordinamento.

La società non chiede solo responsabilità. Chiede anche efficacia e tempi certi. Vuole sapere che chi sbaglia paghi, ma anche che i processi non durino anni e che le decisioni arrivino in tempi ragionevoli.

Esiste una percezione diffusa che, quando un magistrato commette un errore grave o adotta comportamenti discutibili, le conseguenze dei suoi gesti siano rare o poco incisive. Questa sensazione di protezione interna e di scarsa responsabilità personale alimenta sfiducia. Ed è proprio questa distanza tra potere e responsabilità uno dei nodi più delicati, ben più dell’organizzazione formale delle carriere.

In questo contesto trovano spazio comportamenti di magistrati politicizzati o diversamente interessati, che utilizzano le inchieste come un randello. In alcuni casi l’azione giudiziaria appare mirata e strategica: si avvia un procedimento sapendo che difficilmente porterà a una condanna definitiva, ma consapevoli che l’impatto mediatico e politico sarà immediato.

Spesso non è la sentenza a contare. Basta un rinvio a giudizio, un avviso di garanzia, un titolo di giornale. In un sistema lento e burocratico come il nostro, quel procedimento può mettere fuori gioco un avversario per anni, talvolta definitivamente, anche se alla fine arriverà un’assoluzione. In un Paese dove troppo spesso si tende a condannare già sulla base di un articolo di giornale, il danno reputazionale precede e supera quello giudiziario.

Con carriere più separate e più verticali, l’avanzamento del pubblico ministero dipenderebbe in modo ancora più marcato da valutazioni e incarichi direttivi. La nuova riforma ridefinirebbe anche l’autogoverno, con organi distinti e una composizione in parte legata a scelte parlamentari.

La componente eletta dal Parlamento riflette inevitabilmente gli equilibri politici del momento. La parte togata, anche se eventualmente selezionata con meccanismi come il sorteggio, opera comunque dentro regole stabilite dal legislatore e in un clima istituzionale che non è mai del tutto neutro.

Questo non significa che il governo nomini direttamente i magistrati. Significa però che l’organo chiamato a decidere incarichi e avanzamenti possa risentire, almeno in parte, dell’equilibrio politico del momento. In questo contesto può attivarsi un meccanismo di auto-adattamento: alcuni magistrati, soprattutto quelli che ambiscono a ruoli direttivi, possono diventare più prudenti su certe indagini, modulare tempi e modalità, o evitare iniziative percepite come troppo esposte.

Anche se questo riguardasse solo una parte delle posizioni di vertice, sarebbe comunque sufficiente per influenzare nel tempo l’equilibrio complessivo del sistema. Il timore non è un controllo diretto della politica, ma un progressivo spostamento dell’equilibrio tra i poteri.

Non esiste una giustizia giusta, efficace e veloce senza investimenti seri. Servono personale, strutture, tecnologia, organizzazione. Senza risorse adeguate, ogni riforma rischia di restare un intervento formale.

Non si tratta di difendere gli errori né di attaccare la magistratura. Si tratta di distinguere tra un’istituzione essenziale e i comportamenti sbagliati di pochi, affrontando i problemi reali: responsabilità, efficienza, indipendenza e investimenti concreti.

La domanda finale è semplice: quali vuoti lascia questa riforma? Interviene sull’assetto delle carriere, ma non scioglie il nodo della responsabilità concreta di chi sbaglia. Non accorcia automaticamente i tempi dei processi. Non rafforza strutture e risorse.

Se l’obiettivo è restituire fiducia ai cittadini, servono sanzioni incisive, controlli efficaci e investimenti adeguati.

Altrimenti si rischia di creare una grande aspettativa di cambiamento senza incidere sulle cause profonde dei problemi. E quando la promessa supera il risultato, la fiducia non cresce: si indebolisce.

Circolo Pd Caulonia

CATEGORIES
TAGS
Share This

COMMENTS