
L’uomo che sussurrava alle motoseghe
Storia di un dramma con delega
Riceviamo da Cielito Lindo e pubblichiamo
Il paese era diviso in due: la parte superiore, che tutti chiamavano u paisi, aggrappata alla collina, e la Marina — semplicemente a Marina — distesa più in basso, dove l’aria sapeva di salsedine e promesse mai mantenute. Tra sopra e sotto, tra u paisi e a Marina, l’erba cresceva con l’arroganza delle cose inutilmente felici e gli alberi si allungavano nonostante la gravità. Aveva sei anni ed era alto circa novanta centimetri. Novanta centimetri di ego concentrato. Quella era la sua misura, il suo confine. Il bimbetto portava sempre un sorrisetto ironico, sfottente; si accentuava quando passava davanti allo specchio, finché non capiva che stava deridendo la propria immagine. Le piante lo sovrastavano. Le siepi lo spiavano. Ogni cosa più alta di lui gli pareva un affronto. Si narra che il trauma arrivò in un pomeriggio che odorava di zagare. In giardino troneggiava una siepe alta, compatta, silenziosa. Si avvicinò. Un ramo gli sfiorò la fronte. Cadde, la merenda sull’erba, il succo di pesca sulla maglietta. Non fu il dolore. Fu l’umiliazione. In quel momento iniziò la sua lotta alla minaccia clorofilliana verticale. Fulmineo. Dal capanno uscì suo padre con la motosega. La accese. Il rumore squarciò l’aria. La siepe tremò. In pochi minuti tutto fu riportato sotto i quaranta centimetri. Comparvero: Ordine. Luce. Orizzonte.
Il bambino respirò segatura come i seguaci di Bob Marley respirano la maria. Vide l’anarchia vegetale farsi geometria. «Così si fa», disse il padre. E in quel suono imparò che non era solo un attrezzo. Era un linguaggio. Da quel giorno nulla di verde avrebbe superato i quaranta centimetri. Non più misura fisica, ma misura morale: quella che permetteva al suo ego di svettare. Il verde non era più un colore; era un complotto lento. Il frastuono della motosega non era rumore: era risposta etica. Il piccolo si esercitò dove poteva: nottetempo tagliava le aiuole del condominio, margherite comprese. Brandiva forbici da cucina come strumenti di redenzione. Lo salvò l’ipotesi educativa della Montessori, che evitò scappellotti forse utili al suo sviluppo psico-attitudinale. Fu lasciato libero di esplorare, e lui esplorò orizzontalmente. Gli anni passarono. Entrò in politica quasi per inerzia, cambiando schieramento con la naturalezza con cui si cambia potatore. La sua permanenza nei partiti durava meno di una gravidanza. Dopo sette anni — tre simboli, quattro tessere e una scissione — approdava altrove, sempre in cerca di un terreno da disciplinare.
Durante l’ennesimo rimpasto, il Sindaco gli affidò la delega al Verde Pubblico e al Decoro Urbano. Non fu un incarico: fu un segno divino. Un’investitura. Nei magazzini comunali trovò un pacco mai aperto: una motosega nuova, sigillata. Nessuno era riuscito a estrarla, come una spada nella roccia amministrativa. Operai, magazzinieri, perfino un vice-sindaco avevano tentato invano. Lui no. Strappò il cartone ed estrasse la motosega senza sforzo, sollevandola come un trofeo sacro. «Il decoro non è un’opinione. È una misura», dichiarò. Nessuno comprese la profondità di quella frase — tranne il suo psicoterapeuta. Studiò planimetrie come mappe di territori minati. Evidenziava parchi lussureggianti, siepi indisciplinate, filari slanciati come accuse verticali e cipressi che dialogavano col cielo con malacreanza. Il dirigente dell’ufficio tecnico tentò di parlargli di potature stagionali, tecniche agronomiche e persino dell’intervento di un arboricoltore certificato — uno di quelli che studiano gli alberi prima di tagliarli. Lui sorrise: «Lei ragiona in termini botanici; io ragiono in termini morali». Il tecnico mormorò che era meglio l’assessore precedente. Il titolo smise di essere metafora. Tra lui e la motosega nacque una simbiosi: non la impugnava, la ascoltava. Agivano in sincronia. Lui pensava “orizzonte” e la lama traduceva.
Nella leggenda del paese si racconta della signora Carmela, ottantatré anni, custode di cinque piante di basilico sul balcone della Marina. Piantine modeste, profumate. Lui le vide, tremò, tentò di frenarsi. Ma il verde è verde, e la misura è misura. Le recise tutte e cinque, lasciando la signora Carmela con i vasi brulli e dei ragù senza prospettive. I pioppi italiani e i cipressi, un tempo allineati come un coro silenzioso, divennero ceppi da contemplazione orizzontale. Nulla fu risparmiato: neppure gli alberelli vicino alle panchine del bus, né le aiuole delle scuole. Mentre il ronzio delle motoseghe si diffondeva per contrade e frazioni, la gente imparava una nuova estetica: linea bassa, prospettiva sgombra, orizzonte disciplinato — una visione che finì per ricordare certi paesaggi ucraini o un dopo-Beirut, perfettamente in linea con l’ammirevole operato dell’amministrazione.
P.S. Qualora qualche assessore dovesse sentirsi chiamato in causa da questo scritto, il problema sarebbe davvero grande — per lui e per noi.
Foto di Maurits Bausenhart su Unsplash
