Caulonia, perché un’amministrazione eletta è meglio di un lungo commissariamento

Caulonia, perché un’amministrazione eletta è meglio di un lungo commissariamento

La Redazione di Ciavula ha discusso dello stato della politica cauloniese, trovando il livello del dibattito inadeguato. Come sempre tra di noi sono emersi pareri differenti e siamo fieri di questa diversità di punti di vista che arricchisce le nostre riflessioni collettive. Tuttavia la maggior parte dei redattori ha condiviso l’opinione che viene espressa nell’articolo pubblicato di seguito, che è firmato da:


Alfredo Piscioneri

Angela Cristofaro

Antonia Bosco

Gianluca Caraffa

Giovanni Maiolo

Gloria Petrolo

Mirko Maiolo

Natalya Fedorets

Suely Di Marco

Valeria Chiera

PREMESSA: Questa non è una difesa della posizione del consigliere comunale Andrea Lancia né dell’amministrazione Cagliuso. Con questa riflessione non intendiamo scendere nel dibattito amministrativo in corso per schierarci faziosamente ma vorremmo provare, se ci riusciamo con ragionevolezza, a contribuire ad andare oltre un dibattito politico eccessivamente polarizzato da tifoserie contrapposte, che puntano spesso alla demolizione dell’avversario piuttosto che al ragionamento. Vorremmo esclusivamente provare a valutare le differenze tra un’amministrazione eletta dai cittadini e l’azione di un commissario prefettizio.

Il comune di Caulonia l’11 marzo, quando il consiglio comunale si è riunito per discutere e approvare il bilancio, ha rischiato di finire nelle mani di un commissario prefettizio. Qualora l’amministrazione guidata da Franco Cagliuso non avesse ottenuto il numero di voti necessari per l’approvazione del bilancio di previsione 2026-2028, il consiglio sarebbe stato sciolto e il comune affidato a un commissario, che sarebbe rimasto in carica fino alle elezioni del 2027, scadenza naturale del mandato elettorale.


Ci teniamo a evidenziare che il ragionamento che proporremo vale in una situazione come quella di Caulonia, che in caso di caduta dell’amministrazione Cagliuso avrebbe visto una gestione commissariale di circa un anno e mezzo. Le cose sarebbero state totalmente differenti qualora lo scioglimento del consiglio avesse portato in tempi rapidi a nuove elezioni comunali e quindi a restituire la parola ai cittadini. In quel caso lo scioglimento del consiglio sarebbe stato, secondo noi, ben diverso e addirittura auspicabile alla luce delle dinamiche politiche di questi anni.


Partiamo dal dato di fatto che il commissariamento del comune di Caulonia, sarebbe stato lungo. E quando un comune viene sciolto e subentra un commissario prefettizio per molto tempo, si verifica qualcosa di profondamente anomalo nella vita democratica di una comunità: i cittadini perdono il diritto di essere governati da chi hanno scelto. Il commissariamento, pensato come rimedio estremo e temporaneo, solleva interrogativi fondamentali sul rapporto tra efficienza amministrativa e legittimità democratica.

Quello che sosteniamo in questo articolo è chiaro: anche un’amministrazione eletta ma mediocre, litigiosa o scarsamente efficiente è preferibile, sotto quasi ogni profilo, alla gestione commissariale. Non per cinismo o rassegnazione, ma per ragioni profonde che riguardano la natura stessa della democrazia e che vorremmo provare ad argomentare.

1

Il commissario prefettizio è, nella stragrande maggioranza dei casi, un funzionario preparato, onesto e competente. Non è questo il problema. Il problema è strutturale, perché governa senza mandato popolare, senza radicamento nel territorio, senza dover rispondere ai cittadini delle proprie scelte.

Questa assenza di responsabilità democratica è devastante. Un sindaco eletto sa che lui e la sua squadra dopo qualche tempo torneranno davanti ai concittadini a chiedere di essere rieletti. Questa consapevolezza, persino nel caso di un amministratore pessimo, genera un minimo di responsabilità che il commissario, per definizione, non può avere. Il commissario non sarà giudicato dalla comunità che amministra, ma dai suoi superiori gerarchici nel Ministero dell’Interno.

Il commissario è una figura tecnicamente ineccepibile ma politicamente sterile.

2

Un’amministrazione locale, anche imperfetta, possiede qualcosa che nessun commissario può acquisire in pochi mesi: la conoscenza profonda del territorio. Sa quali situazioni critiche attendersi in caso di alluvione, conosce le rivalità storiche tra le frazioni, intuisce quali decisioni scateneranno conflitti e quali invece troveranno consenso silenzioso.

Questa intelligenza territoriale non si impara sui fascicoli. Si accumula negli anni, attraverso i rapporti quotidiani con la comunità. Un commissario che arriva da fuori deve cominciare da zero, in un tempo limitato, su un terreno che non conosce. Le decisioni che prende rischiano di essere tecnicamente corrette ma socialmente sbagliate, formalmente inappuntabili ma sostanzialmente estranee ai bisogni reali della comunità.

In sintesi, la conoscenza locale è un patrimonio insostituibile.

3

C’è un paradosso poco discusso nella gestione commissariale: il commissario tende a fare il minimo indispensabile. Non per pigrizia, ma per prudenza istituzionale. Sa di essere una figura transitoria, sa che qualsiasi scelta rilevante (un appalto, una variante urbanistica, un piano di riqualificazione…) sarà poi ereditata da un’amministrazione eletta che potrebbe contestarla.

Il risultato è un’amministrazione in stato di sospensione. I cantieri potrebbero fermarsi, le decisioni strategiche vengono rinviate, i problemi complessi vengono congelati in attesa di chi avrà un mandato reale.

Paradossalmente, un sindaco “pessimo” ma deciso nell’azione può fare meglio di un commissario ottimo ma immobilizzato dalla propria temporaneità.

4

Esiste poi una ragione fondamentale, che trascende la valutazione di efficienza: la rappresentanza politica ha un valore intrinseco, indipendentemente dai risultati.

Una comunità che si governa (anche male) è una comunità viva, capace di imparare dai propri errori, di maturare politicamente, di costruire nel tempo una classe dirigente migliore. Una comunità commissariata è una comunità sospesa, privata della possibilità di esercitare quella responsabilità collettiva che è il cuore della democrazia e che Caulonia sa esercitare. Lo dimostrano i comitati, i partiti, la partecipazione ai consigli comunali, un’opinione pubblica vivace, attenta e critica, partecipe.

Il diritto di sbagliare è parte integrante del diritto di scegliere. Togliere ai cittadini la loro amministrazione, per quanto difettosa, significa togliere loro la possibilità di correggere il tiro, di imparare, di crescere come comunità politica.

La rappresentanza è un valore in sé.

Per concludere, il commissario prefettizio ha una sua ragion d’essere nei casi estremi (scioglimento per infiltrazioni mafiose, crollo totale degli organi istituzionali) dove la continuità democratica è già compromessa dall’interno. O nel caso in cui si traghetti l’ente locale verso nuove elezioni a distanza di poche settimane o di un paio di mesi. Ma come strumento ordinario di gestione delle crisi amministrative rappresenta una soluzione peggiore del problema che intende risolvere.

La democrazia locale non è un meccanismo da attivare solo quando funziona bene. È un esercizio permanente, che include il diritto di avere amministratori mediocri, di sbagliare scelte collettive, di vivere le conseguenze delle proprie decisioni di voto. Solo attraverso questo ciclo, anche doloroso, una comunità impara a governarsi meglio.

Difendere il diritto ad esistere di un’amministrazione eletta imperfetta non è rassegnarsi all’incompetenza. È scommettere sulla capacità dei cittadini di essere, nel tempo, i migliori giudici di sé stessi.

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