
Palmi, ad ArciChicchi il confronto sulle ragioni del NO alla riforma della giustizia
Un confronto sui diritti delle persone, sulle garanzie costituzionali e sull’equilibrio tra i poteri
dello Stato. È questo il senso dell’incontro che si è svolto il 7 marzo al Circolo sociale
ArciChicchi di Palmi, dove magistrati e cittadini si sono ritrovati per discutere le ragioni del NO
alla riforma costituzionale sulla giustizia, in vista del referendum del 22 e 23 marzo.
All’incontro hanno partecipato Ottavia Martina, giudice penale presso il Tribunale di Palmi,
Teodora Pottino di Capuano, sostituta procuratrice presso la Procura della Repubblica di Palmi,
e Alessandro Rho, sostituto procuratore presso la Procura di Reggio Calabria. A moderare il
dibattito è stata l’avvocata Mimma Sprizzi, che ha introdotto la discussione ricordando come la
riforma incida su aspetti centrali del sistema giudiziario e sulle garanzie costituzionali.
Secondo Sprizzi, uno dei nodi principali riguarda la funzione del pubblico ministero, che nella
Costituzione è concepito come organo di giustizia e non come semplice parte processuale. «Il
pubblico ministero – ha spiegato – nella fase delle indagini contribuisce alla ricostruzione della
verità dei fatti e svolge una funzione che la Costituzione ha voluto garantire proprio per tutelare
l’equilibrio del processo».
Nel corso dell’incontro Ottavia Martina, giudice penale presso il Tribunale di Palmi, ha scelto di
intervenire innanzitutto come cittadina, sottolineando l’importanza di un dialogo diretto tra
magistratura e società. Entrata in magistratura da poco più di un anno, ha raccontato il
passaggio dalla visione esterna della giustizia alla realtà quotidiana degli uffici giudiziari, spesso
molto diversa dalla percezione diffusa nell’opinione pubblica.
Secondo Martina, per lungo tempo si è ritenuto che i magistrati dovessero parlare
esclusivamente attraverso i propri provvedimenti. «La motivazione delle sentenze è il cuore
della decisione giudiziaria», ha spiegato, perché è proprio nella motivazione che si misura la
differenza tra un atto fondato e uno arbitrario. Tuttavia, ha osservato, oggi è diventato sempre
più necessario spiegare ai cittadini il funzionamento della giustizia e le difficoltà concrete del
lavoro giudiziario.
La magistrata ha poi affrontato il tema dell’autogoverno della magistratura, spesso oggetto di
critiche nel dibattito pubblico. Il fatto che i magistrati siano giudicati anche da altri magistrati, ha
osservato, non rappresenta un’anomalia ma segue una logica diffusa in molte professioni.
«Così come gli avvocati sono giudicati da altri avvocati nei consigli disciplinari», ha ricordato,
anche nella magistratura la componente togata consente che le valutazioni siano espresse da
chi conosce direttamente la complessità del lavoro giudiziario.
Martina ha inoltre ricordato che l’attività dei magistrati è sottoposta a controlli periodici
attraverso le valutazioni di professionalità, effettuate ogni quattro anni, che prendono in esame i
provvedimenti adottati, la laboriosità, l’imparzialità e l’esito dei procedimenti. Queste valutazioni
sono svolte dai consigli giudiziari, organi composti non solo da magistrati ma anche da avvocati
e professori universitari.
Un passaggio importante del suo intervento ha riguardato il tema degli errori giudiziari. «Gli
errori esistono perché i magistrati sono esseri umani», ha osservato, sottolineando tuttavia che
il lavoro del giudice consiste proprio nel ridurli al minimo attraverso lo studio approfondito delle
carte processuali e la valutazione delle prove. «Il bravo magistrato non è quello che non sbaglia
mai, ma quello che cerca di sbagliare il meno possibile».
La giudice ha inoltre ricordato che il processo ricostruisce i fatti sulla base di ciò che emerge
dalle prove e dalle testimonianze, e che per questo la verità processuale può non coincidere
perfettamente con la verità storica. Da qui l’invito a non fermarsi alle semplificazioni mediatiche:
«Quando leggiamo titoli che suscitano indignazione, il consiglio è sempre quello di andare a
leggere le motivazioni delle sentenze».
Martina ha poi richiamato il tema delle correnti della magistratura, spiegando come si tratti di
gruppi di magistrati che condividono sensibilità e orientamenti comuni sul funzionamento della
giustizia. Il problema, ha osservato, non è la loro esistenza ma le eventuali degenerazioni
correntizie.
A chiudere il suo intervento è stato il richiamo a un episodio simbolico della storia europea,
quello del “giudice a Berlino”, legato alla vicenda del mugnaio di Potsdam che si oppose alle
pretese del sovrano. Un racconto che, secondo Martina, rappresenta bene il senso dello Stato
di diritto: perché un cittadino possa vincere contro il potere, è necessario che il giudice sia
indipendente e che anche il sovrano sia sottoposto alla legge.
Su un piano più tecnico si è soffermata Teodora Pottino di Capuano, sostituta procuratrice
presso la Procura della Repubblica di Palmi, che ha analizzato i contenuti della riforma
costituzionale.
La magistrata ha ricordato innanzitutto che la Costituzione rappresenta «il nostro DNA
istituzionale» e che ogni modifica dovrebbe nascere da un confronto ampio e approfondito. A
suo avviso la riforma viene spesso presentata come una riforma della giustizia o come una
riforma della separazione delle carriere, ma in realtà non interviene sui problemi concreti del
sistema giudiziario, come la durata dei processi, la carenza di personale o l’organizzazione
degli uffici.
«Lo stesso ministro Nordio – ha ricordato – ha dichiarato che questa riforma non ha l’obiettivo di
rendere i processi più veloci».
Secondo Pottino di Capuano, inoltre, la separazione delle funzioni esiste già di fatto nel sistema
italiano. Il passaggio tra funzione requirente e funzione giudicante è limitato e riguarda una
percentuale minima di magistrati. In questo modello il pubblico ministero non è una semplice
parte processuale ma un soggetto chiamato a ricercare la verità e a valutare se l’azione penale
sia realmente necessaria.
Particolarmente critico, secondo la magistrata, è anche il nuovo assetto del Consiglio Superiore
della Magistratura, che la riforma vorrebbe modificare introducendo il sorteggio per la scelta dei
componenti togati. Un meccanismo che, a suo giudizio, rischia di ridurre la rappresentatività
dell’organo e di aumentare l’influenza della componente politica.
Su questi aspetti si è soffermato anche Alessandro Rho, sostituto procuratore presso la Procura
di Reggio Calabria, che ha espresso forti perplessità sia sul sorteggio dei componenti del CSM
sia sull’istituzione della nuova Alta Corte disciplinare.
Secondo Rho, il sorteggio non è uno strumento adeguato per scegliere i rappresentanti di un
organo costituzionale perché non garantisce né rappresentatività né selezione meritocratica. Il
CSM, ha ricordato, non si limita a decidere trasferimenti di magistrati ma svolge un ruolo
fondamentale nell’organizzazione di procure e tribunali, incidendo direttamente sul
funzionamento del servizio giustizia.
Il magistrato ha inoltre ridimensionato il peso delle correnti, spesso al centro del dibattito
pubblico. I magistrati iscritti alle correnti, ha osservato, rappresentano una minoranza rispetto al
totale della categoria e molte decisioni del CSM vengono adottate all’unanimità, segno che
l’organo riesce comunque a trovare un equilibrio interno.
Rho ha infine espresso forti dubbi sull’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, che secondo lui
rischia di entrare in tensione con alcuni principi fondamentali dell’ordinamento, in particolare con
il ruolo della Corte di Cassazione come garante dell’unità dell’interpretazione della legge.
L’incontro si è concluso con un confronto con il pubblico, confermando l’interesse dei cittadini
per un tema che riguarda direttamente l’equilibrio democratico e la tutela dei diritti.
Il dibattito di ArciChicchi ha così offerto uno spazio di approfondimento sulle ragioni del NO,
riportando al centro il valore dell’indipendenza della magistratura e il ruolo della giustizia come
garanzia per tutti.
Deborah Serratore
