
Ecatombe nel Mediterraneo nel silenzio della politica
Almeno 104 persone sono morte negli ultimi tre giorni nel Mediterraneo centrale. Sono 19 i cadaveri sbarcati oggi a Lampedusa dopo un intervento della guardia costiera: persone recuperate in mare, morte per ipotermia – alcune durante il trasferimento verso terra – dopo essere state abbandonate in mare per giorni. 58 i sopravvissuti di cui cinque in condizioni critiche.
Non sappiamo ancora se si tratti della stessa imbarcazione che abbiamo cercato inutilmente lunedì con la nostra nave Aurora.
Molte di loro avrebbero potuto essere salvate con un maggiore e più adeguato dispiegamento di forze per i soccorsi da parte dell’Italia e degli Stati europei, al posto di politiche repressive e disumane di abbandono e respingimento in mare e contro il soccorso civile.
Serve una missione di soccorso dedicata e ristabilire la collaborazione tra le autorità e le navi di soccorso civili che la politica ha interrotto, inventandosi leggi persecutorie per bloccare le ong e tenerle lontano da dove ci sarebbe bisogno di loro.
Quella di questi giorni è l’ennesima catastrofe, dopo i mille morti stimati durante il ciclone Harry e con un nuovo ciclone in arrivo nel Mediterraneo.
I morti di freddo dimostrano la condizione di estrema vulnerabilità delle persone in mare, una realtà che viene di fatto ignorata dalle autorità anche attraverso pratiche come l’assegnazione di porti lontani alle navi delle ONG.
È per questo che parliamo di tortura di Stato: un sistema che prolunga la sofferenza e riduce le possibilità di sopravvivenza a pure scopo repressivo e di propaganda sulla pelle delle persone che si dovrebbe proteggere.
In tutto questo colpiscono il silenzio e il disinteresse assordante di tutta la politica.
Mentre il governo parla di migranti solo per festeggiare un calo degli sbarchi o l’applicazione di norme sempre più disumane.
Le condizioni meteo restano pessime ed è plausibile che altre imbarcazioni siano ancora in pericolo in queste ore. Il bilancio potrebbe essere più grave di quanto immaginiamo.
Ufficio stampa – Sea Watch
