Il Sahara dello Jonio

Il Sahara dello Jonio

di Cielito Lindo

Dopo il ciclone Harry, il lungomare della Marina era diventato qualcosa di molto più grande di un “semplice lungomare devastato”.
Nel giro di quarantotto ore nacquero undici comitati, quattro assemblee spontanee, tre movimenti civici e almeno due esperti di erosione costiera che, fino alla settimana prima, vendevano stufe a pellet e cover per cellulari.
Alla Piazza dei Bottai della Marina si discuteva giorno e notte.
La teoria più famosa era quella di Totò ‘u Geometra.
“Il problema è il muro!” gridava, agitando una brioche al pistacchio come fosse una planimetria tecnica. “Va tolto tutto! Bisogna aprire!”
“E poi?”
“E poi la spiaggia si allarga naturalmente.”
Secondo lui, nel giro di pochi anni, la Marina sarebbe diventata una specie di Sahara dello Jonio: dune immense, vento caldo e cammelli che passeggiano davanti ai lidi sotto il sole del basso Ionio.
“I cammelli arrivano automaticamente” spiegava serio. “Dove ci sono dune arrivano i cammelli. È scientifico.”
Qualcuno iniziò persino a parlare di escursioni desertiche al tramonto.
“Possiamo fare pure il giro in dromedario fino al chiosco dei panini.”
Nel frattempo, davanti alle strutture messe a difesa del lungomare, cresceva la rabbia popolare. Ormai tutti le chiamavano:
“Le Palancole Assassine”.
Nessuno sapeva esattamente cosa avessero assassinato, ma il nome funzionava benissimo.
“Prima delle palancole il mare era educato! Entrava, salutava e se ne andava!” sosteneva compare Nino.
Le teorie proliferavano giorno dopo giorno.
C’era chi sosteneva che le palancole attirassero le onde. Chi diceva che spaventassero i pesci.
Un pensionato giurò:
“Da quando le hanno messe, mi si è alzata pure la pressione.”
E Mimmo ‘u Filosofo del Porto correggeva tutti:
“Non fermano le correnti marine… fermano le correnti cosmiche.”
Poi iniziò a circolare anche un’altra teoria, molto meno poetica e decisamente più pesante.
Mancavano i pietroni.
Non uno o due.
Proprio quelli fondamentali per la tenuta del lungomare.
Secondo alcuni vecchi del porto, quei pietroni mancavano da tempi non sospetti.
“Almeno da due o tre giunte comunali.”
“Pure quattro” correggeva un altro, con la sicurezza storica di chi aveva passato trent’anni appoggiato allo stesso muretto.
La discussione diventò immediatamente archeologia amministrativa.
C’era chi sosteneva che i pietroni fossero spariti lentamente. Chi parlava di erosione. Chi di mareggiate.
Chi, più filosoficamente, sosteneva:
“I pietroni non spariscono… migrano.”
Nessuno ha mai capito cosa volesse dire, ma venne comunque applaudito.
La gente taceva annuendo, oppure applaudiva, per non fare capire che non conosceva una cippa delle varie teorie.
Poi arrivò anche il momento della fiaccolata. Fu organizzata con enorme partecipazione emotiva, manifesti, appelli pubblici e tre dirette Facebook.
L’unico dettaglio particolare era che venne fatta alle 19, sotto una luce ancora feroce.
Centinaia di persone avanzarono lentamente sul lungomare, reggendo fiaccole perfettamente invisibili alla luce del giorno.
Dal punto di vista dell’impatto visivo, la fiaccolata aveva più o meno la stessa utilità concreta delle teorie sulle correnti cosmiche, sulle palancole assassine e sul Sahara dello Jonio.
Ma la partecipazione fu enorme.
“L’importante è il messaggio” disse qualcuno.
Nessuno riuscì mai a spiegare quale fosse.
Ma il centro di tutto, ormai, era lei:
la Signora del Megafono.
Ogni pomeriggio appariva sulla battigia, con cappello enorme, foulard svolazzante e sguardo fisso verso l’orizzonte.
Verso il mare aperto.
Poi alzava il megafono e urlava, con voce tragica:
“SULLA SPIAGGIA NON SI TRATTAAAA!”
Silenzio assoluto.
Le onde sembravano rallentare.
Perfino i gabbiani facevano un giro più largo, disturbati dall’inquinamento acustico delle urla.
All’inizio qualcuno pensava protestasse contro il Comune, contro i lavori o contro le palancole assassine.
Ma c’era un dettaglio fondamentale: nessuno aveva mai proposto di non riavere la spiaggia.
Mai.
Tutti volevano la spiaggia.
I gestori dei lidi la volevano e, possibilmente, piena. I pescatori la volevano calma.
Totò ‘u Geometra la voleva talmente grande da trasformare la Marina nel primo Sahara dello Jonio certificato.
Anche la maggioranza avrebbe fatto volentieri il Cammino di Santiago di Compostela in ginocchio pur di riavere la spiaggia.
Nessuno aveva mai detto:
“Basta spiaggia.”
Fu Peppe ‘u Barbiere a capire tutto.
“Lei non parla con noi…”
“E con chi parla?”
Peppe guardò il mare e abbassò la voce:
“Con Nettuno.”
Da quel momento tutto cambiò.
La Signora del Megafono non era una semplice manifestante. Era una mediatrice diplomatica tra l’umanità e gli abissi.
Le sue urla erano messaggi ufficiali diretti al dio del mare.
Forse perfino trattative diplomatiche preventive.
“SULLA SPIAGGIA NON SI TRATTAAAA!”
Traduzione ufficiosa dello slang del porto:
“Giù le mani dalla battigia, Nettuno.”
Qualcuno giurò perfino di aver visto un’onda ritirarsi lentamente dopo uno dei suoi discorsi.
“Secondo me il mare ha capito” disse un pescatore.
Eppure, in tutta quella vicenda, esisteva una sola certezza condivisa:
la colpa era della maggioranza.
Nessuno sapeva spiegare bene il collegamento tra il ciclone Harry, le palancole assassine, Nettuno e la politica locale.
Ma il principio generale era chiarissimo.
Se il mare avanzava, la colpa era della maggioranza.
Se spariva la sabbia, pure.
Se le onde erano nervose, idem.
Probabilmente anche Nettuno votava opposizione.
Fu allora che emerse la figura del Vecchio Saggio.
Portava sempre una giacca fuori stagione e parlava lentamente, come se ogni frase fosse stata approvata da un consiglio mistico.
Era considerato uno dei guru consiglieri della Signora del Megafono.
Secondo alcuni interpretava i segnali del mare.
Secondo altri dormiva semplicemente poco e male.
Ogni tanto si avvicinava alla battigia, osservava l’orizzonte e pronunciava sentenze misteriose:
“Il mare ricorda… ma soprattutto osserva, e poi agisce.”
La gente annuiva per compassione.
Fu proprio lui, una sera di vento forte e di abuso di alcolici, a compiere il rito.
Si posizionò sulla spiaggia, alzò lentamente il bastone verso il cielo e disse, con voce cavernosa:
“È tempo.”
Silenzio assoluto.
La Signora del Megafono abbassò il capo.
Le onde rallentarono.
Perfino quelli del bar smisero di discutere delle palancole assassine e del Sahara dello Jonio.
Il Vecchio Saggio chiuse gli occhi e pronunciò le parole sacre:
“Superman… mostrati.”
Per alcuni secondi non accadde nulla.
Poi, lentamente, dalla foschia del tramonto, emerse lui.
Superman.
Mantello scolorito, pancetta evidente e capelli non pervenuti, con tuta aderente comprata a Carnevale nel 2007.
Camminava lentamente sulla battigia, con la gravità di un’entità cosmica convocata dagli abissi.
E c’era un dettaglio che tutti notavano, ma che nessuno aveva il coraggio di dire apertamente:
Superman assomigliava in modo impressionante al vicesindaco.
Stessa camminata.
Stesso sguardo.
Stessa postura da inaugurazione pubblica.
Perfino la pancetta sembrava istituzionale.
Ma nessuno osava approfondire la questione.
Nessuno osava parlare.
Superman si fermò accanto alla Signora del Megafono, guardò il mare e disse:
“Nettuno ascolta… ma è permaloso.”
Il Vecchio Saggio annuì lentamente.
“E la spiaggia?”
Superman fissò l’orizzonte.
“La spiaggia tornerà.”
Sollievo collettivo.
“E le palancole assassine?”
Superman abbassò lo sguardo.
“Quelle saranno materia per le future generazioni.”
Un bambino, tremando, fece la domanda che tutti avevano dentro:
“Ma allora… di chi è la colpa?”
Silenzio.
Il mare si agitò appena.
Il Vecchio Saggio guardò prima la folla e, dopo, come cercandone l’approvazione, la sua discepola.
Poi parlò, con voce antica:
“Della maggioranza. Sempre della maggioranza.”
Fece una pausa.
Guardò il lungomare devastato, le palancole assassine, il mare, i cammelli immaginari del Sahara dello Jonio e Superman che fissava l’orizzonte.
Poi concluse lentamente:
“Ma stendiamo un telo pietoso.”

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