Addio a Mariolina Genovese, Erminio Niceforo: “Caulonia perde un pezzo della propria anima”

Addio a Mariolina Genovese, Erminio Niceforo: “Caulonia perde un pezzo della propria anima”

di Erminio Niceforo

Oggi Caulonia non perde soltanto una sua concittadina. Perde un pezzo della propria anima. Se ne va una delle ultime autentiche interpreti di quella Caulonia gentile, colta, operosa e signorile che ha saputo educare intere generazioni al senso del bello, del dovere e dell’appartenenza.
Mariolina era una donna di cultura, raffinata e discreta, capace di coniugare intelligenza e umanità con una naturale eleganza che apparteneva a un’altra epoca. Era una signora nel senso più alto e più pieno del termine. Apparteneva a una nobile famiglia, ma la sua vera nobiltà non risiedeva soltanto nelle origini illustri. Era nel suo modo di vivere, nella misura delle parole, nella delicatezza dei gesti, nel rispetto che sapeva donare a ogni persona, senza mai distinguere tra chi aveva molto e chi aveva poco.
Lei e suo fratello, il caro don Ciccio, sono stati gli ultimi custodi di uno stile di vita che oggi sembra quasi smarrito: quello di una nobiltà che non cercava privilegi, ma sentiva il privilegio come responsabilità; che non esibiva il proprio nome, ma lo onorava attraverso il servizio, la cultura, la fede e la carità. La loro è stata l’eleganza silenziosa di chi non aveva bisogno di apparire per essere riconosciuto.
Ha amato profondamente la sua Caulonia e l’ha servita con una dedizione rara, senza mai attendere riconoscimenti. Lo ha fatto attraverso il Comitato Pro Caulonia, spendendo tempo, energie e intelligenza per la crescita della sua città. Lo ha fatto nella sua amata parrocchia di San Zaccaria, voluta e costruita dal suo indimenticabile papà, l’ingegnere Rocco Genovese, alla quale é rimasta fedele fino all’ultimo giorno.
Là era presenza costante: nel comitato della festa della Madonnina di Fatima, nelle iniziative parrocchiali, nella cura quotidiana della chiesa. Per lei anche il gesto più umile aveva la dignità di una preghiera. Spazzare il pavimento del tempio o preparare un altare significava servire Dio con le mani, prima ancora che con le parole.
La sua fede non era mai ostentata. Era vissuta con la serenità dei giusti, nella convinzione che il Vangelo si testimoniasse soprattutto attraverso la bontà, l’accoglienza e l’esempio.
E poi c’era la sua straordinaria ospitalità. Le porte delle sue dimore, a Roccella e nello storico Palazzo Genovese di Caulonia, erano sempre aperte. Entrarvi significava sentirsi immediatamente a casa. Erano luoghi in cui l’amicizia diventava famiglia, dove il tempo sembrava rallentare e ogni incontro acquistava il sapore delle cose autentiche.
Come dimenticare le sere d’estate a Largo Le Colonne, quando ci faceva assistere alla Santa Messa dedicata alla Madonna delle Grazie dal suo balconcino, o quei pranzi preparati con amore, dove ogni dettaglio parlava della sua inesauribile attenzione verso gli altri?
La sua cucina era il naturale prolungamento del suo cuore. Le torte di mele, i flambé preparati con impeccabile maestria, i vol-au-vent, le pastiere: non erano semplicemente pietanze. Erano gesti di affetto, piccole opere d’arte offerte con il sorriso di chi trovava la propria gioia nel rendere felici gli altri.
Per la mia famiglia é stata molto più di un’amica. É stata una presenza costante, una persona di casa, una sorella maggiore dell’anima. Ha accompagnato la nostra vita con una discrezione che non chiedeva nulla in cambio e con un affetto che non conosceva condizioni.
Io le ho sempre dato del Lei. Per oltre trent’anni non è mai stato un segno di distanza, ma la forma più alta del rispetto e della stima che nutrivo per lei. Poi, accanto al suo letto, mi ha chiesto un ultimo dono: «Adesso dammi del tu». E in quel momento ho compreso che quel “tu” racchiudeva tutto il cammino di un’amicizia lunga una vita. È stato il primo, l’unico e il più prezioso.
Oggi Caulonia la saluta con la consapevolezza di perdere una delle sue donne migliori. Con lei si chiude una pagina di storia cittadina fatta di educazione, cultura, fede, senso civico, garbo e autentica distinzione. Una distinzione che non nasceva dal titolo nobiliare, ma dalla nobiltà dell’anima.
Le persone come lei non si sostituiscono. Si ricordano. Si rimpiangono. Si ringraziano.
Perché chi ha avuto il privilegio di conoscerla ha imparato che la vera grandezza non fa rumore. Cammina in punta di piedi, serve senza chiedere nulla, ama senza misura e lascia dietro di sé un profumo che il tempo non riesce a cancellare.
Ciao, Mariolina.
Ti voglio bene. Ti ho stimata profondamente e continuerò a considerare un dono l’averti incontrata lungo il cammino della mia vita.
E quando riabbraccerai il tuo amato fratello, don Ciccio, salutacelo. Immagino già il vostro incontro: due anime nobili che tornano finalmente a casa, nella Casa del Padre, dove ogni cosa ritrova la sua pienezza.
Che la terra ti sia lieve, cara Mariolina. E che il ricordo della tua vita continui a insegnarci che l’eleganza più rara non è quella degli abiti, ma quella del cuore!

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