
Forse stiamo guardando il dito e non la luna
di Andrea Vaccalluzzo
Il dibattito pubblico si concentra, di volta in volta, sul singolo provvedimento, sull’inasprimento di una pena o sull’introduzione di un nuovo reato. Ma il punto, probabilmente, non è questo. Il vero tema è capire se, attraverso la somma di questi interventi, stia prendendo forma un nuovo modello di giustizia.
Il cosiddetto decreto “anti maranza” non è quindi il centro della questione. È semplicemente uno degli ultimi tasselli di un mosaico molto più ampio.
Ancora una volta si risponde a un fenomeno con una norma che sembra parlare più alla pancia che alla testa, contribuendo, provvedimento dopo provvedimento, a ridisegnare l’impianto della giustizia così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi, per sostituirlo progressivamente con un diverso modello, ispirato a una differente idea di giustizia.
Una giustizia non si costruisce rincorrendo il fenomeno del momento. Si costruisce come un puzzle, dove ogni tassello è pensato per incastrarsi con gli altri. Qui, invece, ogni nuovo intervento sembra aggiungere un tassello che non completa il disegno originario, ma contribuisce a sostituirlo con un altro.
Oggi il dibattito si concentra sui ragazzini e sulla loro punibilità, domani sarà un altro fenomeno e dopodomani un altro ancora. Cambiano i temi, ma la logica resta la stessa.
Il problema, però, nel breve periodo è un altro. Continuiamo a costruire un sistema fatto di buchi e di falle, destinato prima o poi a crollare sotto il proprio peso.
Stiamo sostituendo le forze educative e preventive con le forze della repressione e, paradossalmente, abbiamo una grave carenza di entrambe. Continuiamo ad aumentare il lavoro di magistrati che non ci sono e ad appesantire una macchina della giustizia che già oggi fatica a funzionare.
Ma la questione più profonda si manifesta nel medio e lungo periodo. Non si tratta semplicemente di modificare qualche norma: si sta cambiando l’idea stessa di giustizia. Provvedimento dopo provvedimento si sta disegnando un sistema giudiziario nuovo, esattamente come farebbe un sarto che modifica continuamente un vestito senza averne mai progettato uno nuovo. Ogni cucitura sembra risolvere un problema immediato, ma alla fine il risultato non è più il vestito originario: è un altro abito.
Ed è qui che vedo il vero cambio di rotta. Si sta sostituendo una concezione della giustizia che metteva al centro la prevenzione, l’educazione, il recupero e la repressione come estrema risposta dello Stato con una concezione in cui la repressione diventa lo strumento principale attraverso cui affrontare il disagio sociale. Non è una semplice modifica legislativa: è un cambiamento del modo di pensare la giustizia dettato da una precisa visione politica.
Pensiamo di risolvere problemi sociali aggiungendo reati, aumentando le pene e moltiplicando i procedimenti, dimenticando che la pena, in uno Stato moderno, non dovrebbe essere soltanto una risposta punitiva, ma anche uno strumento di rieducazione e di reinserimento.
Ma forse è proprio qui che molti di noi stanno guardando il dito e non la luna.
Questo è il prezzo che gli italiani pagheranno per una politica che, almeno in apparenza, sembra inseguire il consenso attraverso gli slogan. Ma forse questa è soltanto la parte più visibile, il classico specchietto per le allodole. Il consenso di chi approva e il dissenso di chi contesta finiscono entrambi per concentrarsi sul singolo provvedimento, sulla singola pena, sul singolo reato. Si discute del metodo, della forma, dell’opportunità politica. Ma se l’ipotesi da cui siamo partiti fosse corretta, il vero progetto resterebbe sullo sfondo. Mentre il dibattito pubblico si divide sul singolo tassello, il puzzle continua lentamente a comporsi.
È questo il cambio di rotta che mi preoccupa. Non riguarda una singola legge, né un singolo governo. Riguarda il modello di giustizia che stiamo costruendo.
E se fosse proprio questo l’errore? Se continuassimo a discutere del singolo provvedimento senza accorgerci che, pezzo dopo pezzo, sta cambiando il modello stesso di giustizia?
