
Distrutta Kaulonìa, dal ‘400 attorno al “fondaco” di Monasterace rinasce la “Marina”
di C. Maurizio Diano – architetto
Dell’antico impianto urbanistico di Kaulonìa (VIII°/VII° sec. a.C.-II° sec. d.C.) si conosce la formazione ed evoluzione. Gli archeologi (Paolo Orsi) hanno rintracciato lo schema funzionale di Ippodamo da Mileto (V° secolo a.C.) con la rete di strade,aree sacre,servizi,terme,necropoli,isolati residenziali,ecc., della città cintata ai margini dell’Assi e in riva allo Jonio. Fuori le mura di Kaulonìa ridotta in ruderi (dal II° sec. d.C.) e in epoca romana, sul
rilievo a ca. 2,0 km dalla costa, resta la torre (poi Castello). Intorno ad essa e sulle curve di livello si è sviluppato il tessuto urbano di Monasterace con le mura urbiche e le torri. Nel cd. “Codice Carratelli” (1596/1600) e nell’affresco rinvenuto nel sottotetto del Castello dai recenti restauri, la torre è rappresentata imponente e cinta da alte mura, che diverranno corpi edilizi militari e poi residenza nobile con torri angolari a freccia.
Invece poco si è potuto ricostruire della Kaulonìa fuori le mura e fronte mare. Un vuoto “storico-urbanistico” fino al 9 dicembre 1423. Quando il “feudo” di Monasterace venne assegnato a Battista Caracciolo dal re Alfonso V° d’Aragona (re di Sicilia e Napoli, padre di Ferdinando/Ferrante). Tre parti di territorio sull’asse mare-monte: a nord, fra Stilaro e Fiumarella, il nucleo urbano di Monasterace (con la Torre); a sud, Rigusa/Tomacello (nel 1462 assegnato da Fernando d’Aragona a Niccolò Tomacelli) dal mare allo Stilaro e in confine con Stilo; intermedia, dal mare a risalire verso monte, Ragusa. Nel tempo il feudo vive alterne vicende e tra 1769-1781 risulta di due sole parti: il Feudo di Monasterace e il Feudo di Rigusa/Ragusa-Tomacelli entrambi in proprietà al Duca Domenico Perrelli (4° duca di Monasterace). Dopo la morte del padre Francesco Antonio (1769) la proprietà venne censita (SASL, Fondo notarile, notaio Domenico G. B. Lucano, b. 164, vol. 1771, ff. 71v-72v, Riace,1 novembre 1772; ff. 79v-81v, Monasterace 15 novembre 1772) per fronteggiare debiti pregressi. Ma le condizioni del feudo precipitano e il casato passa (contratto luglio 1774, notaio Giovan Battista Coluccio di Roccella) prima in affitto (SASL, Fondo notarile, not. Domenico G.B. Lucano, b. 165, vol. 1776, f. 50, 4 dicembre 1777) al Barone Domenico Oliva, padre di Francesco Anselmo che aveva già la tenuta del feudo di Ragusa-Tomacelli (ASCZ, atto notarile di “ricezzione” del 31/05/1792, notaio Iovica Greco). Nel 1781 venne acquistato all’asta da Domenico Oliva con il ricco commerciante rosarnese Barnaba Abenante (atto notarile del 1787). Giuseppe Oliva (figlio del barone Francesco Anselmo) ratifica il possesso nel 1793, acquisendo anche la parte ereditata dalla sorella di Abenante (ASCZ, Notaio Giovita Greco, Monasterace, 17 aprile 1793, f. 14v). Nel 1843 il barone Giuseppe Oliva, risultava già domiciliato nel castello di Monasterace (Archivio di Stato Sezione di Locri, atto di notar Fiorenza, busta 830, n. 161, f. 454r e ss., 30 ottobre 1843). L’intero feudo riunito dagli Oliva, passa nel 1849 a Giuseppe Scoppa, barone di Gangemi e di Santa Caterina, padre di Alfonsina che nel 1857 sposa il M.se di S. Caterina Francesco di Francia e diviene unica proprietaria per successione. Ridotto da vendite e cessioni, il feudo è donato (Archivio notarile di CZ, sez. Lametia, atto notaio Pasquao e Giannini del 28/11/1923, busta 303, mod. I, vol.77, f. 48 e ss., 28 novembre 1923) al di lei figlio Luigi e poi alla figlia M.sa Ester di Francia (1912-1991). E’ l’ultima erede nobile dell’intero Feudo.
Per ca. 500 anni (anche dopo le leggi di eversione della feudalità nel Regno di Napoli,attuati da Giuseppe Bonaparte,re di Napoli e fratello di Napoleone,tra il 1806 e il 1808 durante il “Decennio francese”,con processi di liquidazione dei beni che si protrassero per anni generando lunghe controversie), questi territori passano per assegnazioni, successioni o acquisti all’asta, fra principi, duchi, baroni e marchesi: Caracciolo,Tomacelli,Galeota,della Gatta,Colonna,Martucci,Pignatelli,Perrelli,Oliva,Scoppa,di Francia (e anche qualche ricco commerciante,Barnaba Abenante). Dagli atti notarili di trasferimento e,soprattutto,dagli “apprezzi ed inventari” del feudo Ragusa Tomacelli, emerge importante il complesso edilizio costruito a pochi metri dalla riva del mare, a valle dell’insediamento collinare ed a cavallo della principale via di comunicazione già magno-greca e romana, oggi S.S. 106. Un gruppo di edifici della Camera ducale di Monasterace (la magistratura di gestione del patrimonio del Duca)
composto dal cd. Casino Tomacelli (attuale Palazzo di Francia) ma anche della Passoliera ed altri edifici di servizio.
Antefatto. Il 31 agosto 1699, viene rogato un atto notarile, parte di un fascicolo per la vendita all’asta del feudo di Monasterace (Archivio di Stato di Napoli, Supremo Consiglio di Spagna, vol. 30, ff. 83r-113v. 2. Ivi, f. 74v. 3. Ivi, f. 79v). Su istanza dei creditori di Giacomo Pignatelli (duca di Bellosguardo intestatario del feudo di Monasterace dal 1692), il Sacro Regio Consiglio avviò la procedura che prima pignorò le rendite del feudo (giugno 1694) e poi (marzo 1695) ne ordinò l’asta pubblica per l’affitto (assegnato dal 1695 al 1699 al Capitano Francesco Lamberti già fittuario dal 1692).
l’acquisto del feudo venne aggiudicato all’asta (tra il 6 e l’11 aprile 1699) al duca Domenico Perrelli con «pubblico istrumento» stipulato da «Notar Gioseppe Sansone» per «docati ventiduemila e quattrocento». Trascritto
nell’atto la trascrizione dell’apprezzo della «terra di Monasterace seu tenuta d’essa con tutti i suoi corpi feudali e burgensatici» (ordinato con decreto della Regia Camera del 18 marzo 1664 e redatto in attuazione del decreto del presidente del Sacro Regio Consiglio del 15 aprile 1666). L’apprezzo (datato 11 giugno 1666) è del Tavolario «di chiarissima fama per perizia e rettitudine» l’ingegnere-architetto Antonio Galluccio (dal 1663 al 1697 nel collegio di tecnici per incarichi dei tribunali, nominati dalla Città di Napoli ed alle dirette dipendenze del Sacro Regio Consiglio), assistito da «Gioseppe Salerno Regio Avvocato Fiscale della Provincia di Calabria Ultra» e «Silvestro la Schena in qualità di scrivano della Causa». L’apprezzo, redatto «rispetto alla rendita dell’anno 1646», dettaglia i limiti territoriali fino al mare e la misura e stima di tutte le terre,lacchi,coste,ecc. del feudo di Monasterace. Con anche i limitrofi feudi di «Rigusa» e «Tomaciello» al tempo separati. I toponomi allora identificati, sono oggi ancora rinvenibili nei Catasti borbonico e Regno d’Italia (vecchio e nuovo) e nel Catasto vigente.
Francesco Antonio Perrelli (3° duca di Monasterace sino al 1782 e secondogenito di Domenico, morto il 18 dicembre 1736), con decreto della Corte della Vicaria di Napoli (17 settembre 1737) eredita il feudo. Nel 1768 diede incarico di effettuare un nuovo inventario « del castello, del fondaco, delle mandre e dei trappeti siti a Monasterace ed appartenenti alla Camera ducale» (Archivio di Stato di Locri, Fondo notarile, notaio Giuseppe Greco, busta 282, volume 3208, ff. 13r-20r, 21 marzo 1768). Il 16 marzo 1768, il dott. Federico Bono patrizio della città di Stilo e suo procuratore, avvia con il notaio Giuseppe Greco le operazioni d’inventario di tutto, e quanto attrovasi esistente in questo Ducal Palazzo, o sia Castello di questa Terra e di ogni altra cosa attinente al succennato Eccellentissimo Sig.r Duca…». Il 18 marzo il gruppo estimatore arriva nella Marina ed inventaria il “fondaco” e le “mandria” prospicienti il mare: «… ci siamo conferiti nel Fundaco di questa Camera Ducale sito nella Marina, ed apertasi del magazieno, si ritrovarono caldaie per uso di liscia (il comune detergente naturale dell’epoca, n.d.r.) nu.° quattro, caldaie più piccole per uso della scalda dell’uva passi nu.° tre, pignate di rame nu.° cinque, cioè due grandi e tre più piccoli, due giarre di creta per riponere liscia vaque = sporte vecchie di canna nu.° cinquanta, cannezza nu.° quattro, una statera vecchia per uso di pesar le parti, tre bulli per bullare cistoni, due col P:, ed uno colla più e molte canne secche. Indi entrati in un altro magazieno, dove dimoravano certi marinari pescatori, si ritrovarono giarre nu.° quattordici di creta vaqui, quali si lasciarono nella maniera si trovarono, quali giarre sono quelli che si ripone la liscia, in tempo della costitutione dell’uva pasti = Indi nel medesimo giorno ci semo conferiti nella mandra delle pecore di questa Ducal Camera e nella nostra presenza, e di tutte le sopra dette persone si è numerata la sopra detta mandra da Domenico Marino massaro e si ritrovarono li seguenti animali videlicet: …..».
La parola fondaco (o fundaco), dal greco πάνδοκος (pándokos) “che accoglie o aperto tutti”, pare giunta sulle coste italiane dall’arabo funduq (albergo, casa-magazzino). Indica una struttura polifunzionale ad uso magazzino,alloggio e centro di scambi per i mercanti di passaggio in un luogo dedito ai commerci. E’ un punto di deposito e contrattazione delle merci, residenza obbligatoria per i mercanti forestieri in transito anche per mare. Non era un semplice edificio, ma una “enclave” commerciale e diplomatica spesso protetta da mura e privilegi giuridici. Nelle città portuali medievali, rappresentava la proiezione fisica di una nazione straniera in territorio ospite. Lo Stato ospitante poteva così controllare i flussi commerciali di merci preziose (spezie,seta,oro) e riscuotere i dazi doganali sotto l’autorità di appositi magistrati (i Visdomini, il Balivo-bailli). Essi avevano ruolo giuridico (per le controversie economiche tra mercanti, evitando che dovessero sottoporsi ai tribunali locali) ma anche politico: agivano come ambasciatori presso le autorità locali e garantivano che i mercanti non violassero i dazi doganali. Il fondaco sorgeva sempre nel cuore pulsante dell’economia locale, solitamente sulla linea di riva, lungo corsi e specchi d’acqua per facilitare il carico/scarico delle merci direttamente dalle imbarcazioni. Nei centri costieri del Mediterraneo era solitamente sito nei pressi della riva e non era quasi mai un singolo edificio isolato, ma un vero e proprio micro-quartiere (una Città nella Città) cintato e autonomo, progettato per ospitare comunità straniere in isolamento e protezione. In genere comprendeva una cappella per il culto, un forno, una taverna e talvolta dei bagni. All’interno operavano i pesatori e i messeri di dogana. Possedeva un approdo privato o una banchina riservata. Nessuna merce poteva uscire dal fondaco verso il mercato senza essere stata registrata e tassata. La tipologia edilizia era organizzata intorno a un cortile centrale porticato che garantiva luce e aerazione ai locali interni. Il piano terra era destinato ai magazzini e agli uffici doganali. Mentre i piani superiori ospitavano le stanze dei mercanti e le aree comuni. Per evitare contrabbando o tumulti, erano dotati di portoni massicci chiusi al tramonto dalle autorità locali.
Del “fondaco” di Monasterace risulta mappatura in alcune carte geografiche del periodo napoletano (“Carta Generale del Regno di Napoli -Atlante geografico 1788 – Giovanni Antono Rizzi Zannoni”; “Ricognizione eseguita dal 1821 al 1825 dagli Uffiziali dello Stato Maggiore J.R. Austriaco sulla Gran Carta del Regno di Rizzi Zannoni coll’aggiunzione delle strade ghiaiose indicate dalla Direzione Generale delle acque e strade, come costrutte o in costruzione fino al 1847 – Sez-14-Col-
VIII_P.taStilo”; Carta del 1847 tenuta nella Biblioteca di Reggio Calabria). Ne facevano parte il Casino Tomacelli, la Passoliera, le mandre, ecc. ma anche un qualche sistema precario e non stabile per l’attracco di imbarcazioni in transito per mare. Si sa (Cataldo 2014, pp. 110, 111; Cataldo 2012, p. 34; Cataldo 2016, pp. 104, 105) che presso «…. Il porto, dove i bastimenti napoletani ed europei caricavano fichi secchi, passi, alici salate, castagne, vino e, specialmente, olio, la cui produzione costituiva la voce principale delle esportazioni locali e dipendeva dalle richieste delle industrie saponiere di Marsiglia e da quelle tessili inglesi … »; «…. il negoziante francese Domenico Basire … nel 1763, aveva noleggiato il bastimento di Pietro Carbonelli … per caricare nello «scaro» di Monasterace 600 salme di olio da inviare a Marsiglia… »”; «…. La notte del 23 ottobre 1803, sbarcate nella marina sette lance barbaresche, Antonio Pillari segnalò la presenza dei predoni alle persone che abitavano nella «passoliera del Signor Abenante», quindi «corse nel casino di Tomacelli, ed a colpi di pietra svegliò i marinari sorrentini che dormivano in detto casino per custodire i loro attrezzi del loro bastimento arrenato…»; «… siccome in detto giorno di ventuno uno sciabecco algerino con trenta pezzi di cannoni con bandiera rossa in principio, ed indi con altra bandiera ottomana s’avvicinava forse a predare il suo legno ancorato, che ciò vedendo li marinari tentarono di tirare a terra la detta marticana (imbarcazione a vela tipica del Mediterraneo e utilizzata prevalentemente tra il XVIII° e il XIX° secolo per il trasporto di merci e la pesca, n.d.r.), ma invano, così perché da terra sotto il casino di detto Signor Oliva trovavasi un cannone carico a palla si è tirata una cannonata, e subito detto legno barbaresco ha mutato la cappa fuori, ed in largo mare si fece vedere per tutti li ventidue e ventitre di questo corrente mese di settembre … ». (ASCZ, Notaio Giovita Greco, Monasterace, 26 settembre 1797, f. 32; 9 luglio 1805, f. 52. Testimonianza resa da Pasquale Lubrano, padrone dell’imbarcazione Madonna del Carmine)
L’articolazione degli edifici del fondaco con approdo di Monasterace, è confermata nel perfetto elaborato grafico (fig.1) di rilievo (scala 1:2000) denominato “Ufficio Tecnico di Finanza di Reggio Calabria – Planimetria aggiornata della spiaggia dei Comuni di Riace, Camini, Stilo e Monasterace – Scala 1:2.000 (23 Aprile 1896)” redatta sulla base di una precedente “CARTOGRAFIA REDATTA DAL REGIO UFFICIO DEL GENIO CIVILE DI REGGIO CALABRIA” (datata 1883). Laddove il fondaco (localizzato come nelle carte geografiche del 1788-1821/25 e 1847), comprensivo ormai di Palazzo di Francia (ex casino Tomacelli), i fabbricati adiacenti di servizio, la chiesetta, la dogana ed anche l’antistante pontile di approdo realizzato nel 1875 da Achille Fazzari (1839 – 1910) con relativa linea ferrata di comunicazione (ca. 32 km di ferrovia a scartamento ridotto, 5 km di funicolare ed un piccolo pontile d’approdo con soprastante strada ferrata) fra le Serre e la costa di P.ta Stilo per il trasporto di legnami, metalli (delle cave di Pazzano) e prodotti diversi del ricco entroterra. Ufficiale garibaldino e poi Senatore del Regno, concluso il mandato politico Fazzari avviò l’attività imprenditoriale dello stabilimento metallurgico e complesso industriale di Mongiana e Ferdinandea (costruito da Ferdinando II° di Borbone) e nel 1904 realizzò lo stabilimento di acqua minerale Mangiatorella. Il pontile rimase in uso per 75 anni fino al progressivo smantellamento e la vendita delle rotaie per la crisi dell’azienda di Fazzari, causata dallo scandalo della Banca Romana (1892). Il porticciolo verrà nel tempo distrutto dalle mareggiate con qualche residuo dei piloni e della ferrovia rimasti visibili fino agli anni ‘60/’70.
Non era comunque un porto tradizionale (con i moli sopra e sottoflutto), troppo esposto ed incompatibile a reggere l’urto delle mareggiate, ma un punto d’approdo pensile sostenuto anche da tralicci di altezza variabile realizzati in tubi di metallo saldati ed imbullonati, ancorati al fondo marino e sulla spiaggia. Il pontile aveva funzione di scambio nel senso che i bastimenti, specie quelli più grandi, non attraccavano direttamente ma si ancoravano alla boa al largo un centinaio di metri dalla riva. Il carico/scarico di materiali e beni avveniva attraverso imbarcazioni più piccole (a remi o vela) che facevano la spola fra la riva e il largo e fra il pontile ed i bastimenti ancorati.

L’interno del Casino Tomacelli (prima di divenire l’attuale Palazzo di Francia), è nell’atto di ricezione (dichiarazione formale scritta e notifica giudiziaria a un destinatario, che attesta per la decorrenza dei termini l’avvenuta consegna di documenti e merci, a valere di prova legale dell’arrivo dell’atto) redatto dal notaio Iovica Greco il 31/05/1792 nel contenzioso aperto dal Barone D. Francesco Anselmo Oliva con il parente Nicola: « ….. in Feudo Tomacelli …. Ci siamo conferiti nel Suct.o Feudo, e nel Casino …. ha richiesto noi, che fossimo intervenuti nella consegna, che si fa dello Casino, e del modo, a forma, come esso Si. Barone se lo riceve. Onde saliti per una scala di legno nella sala di d.to Casino trovammo la sala con una tavola vecchia, e due sedie anche vecchie. Nell’anticamera dieci sedie rosse indo … E nella Galleria due Commò aperti, e vuoti, un sofà vecchio, duodici sedie di bianche dorate, Due specchi, ed uno stipo nel muro con mascatura sansa senza cosa …., prima stanza verso la parte di sopra non esisteva niente. Nella camera appresso alla via del mezzogiorno uno Inginocchiatore con un quadro, ed una stanza di libri con vuota con …. Nella stanza appresso verso il Tarsanale due Barili, una Cassa vecchia vuota e niente altro. Nella Camera che guarda a mezzogiorno niente. E finalmente nella Camera verso Tramontana vuota, e terminata Q.a annotazione nel modo di sopra esso Sig. Barone D. Francesco si à procestato formalmente contri il di lui zio Dafonto (defunto) D. Nicola Oliva e per esso contro questo, per lo spoglio di tutto il mobile, rame, argenti, scrittura …, che il d.o D. Nicola si trasportò in S. Luca, ed in Natile, e che d.i suoi Eredi si presero per cui …. Rimanente il giusto per la raddizione de conti si riferiva la querela criminale contra questa. E per futura cautela della casa …. Esso Sig. D. Francesco Anselmo Oliva ha richiesto noi che ne formassimo un pubblico atto, ex quia offinum nostrum publicum est, ex …mini jixta perendi est denegandum …».
Sicchè non solo l’ex Casino Tomacelli era parte di un complesso di immobili con destinazione d’uso istituzionale e commerciale (fondaco), ma era anche e sostanzialmente il “retroporto” di una rete infrastrutturale logistica integrata (marittima e ferroviaria) per lo scambio commerciale. Un nucleo urbano primario, attraversato dall’antica strada jonica dalla quale diramano i primi bracci (via Porto Salvo, vicolo P.Salvo, Vicolo I° e II° P.Salvo, via delle Baracche, via Dogana) di accesso alle precarie baracche in legno per alloggio di fortuna dei pescatori o deposito materiali. Costruzioni che nel tempo diverranno case vere e proprie a formare, per successiva addizione ed espansione, l’attuale Marina di Monasterace.
