
Il DNA degli olivi secolari svela i segreti della Calabria: scoperti tre alberi geneticamente fuori dal comune
Riceviamo e pubblichiamo
Uno studio internazionale pubblicato su Frontiers in Plant Science fa luce sull’enorme biodiversità olivicola del Sud Italia. In Calabria individuati tre olivi con caratteristiche compatibili con una possibile poliploidia. Tra i ricercatori il dottore agronomo calabrese Thomas Vatrano, PhD.
Ci sono alberi che producono olive e alberi che, oltre a produrle, raccontano una storia lunga secoli. È il caso degli antichi olivi della Calabria, alcuni dei quali custodiscono nel proprio Dna informazioni che potrebbero contribuire a ricostruire la storia dell’olivicoltura mediterranea e, forse, offrire nuove risorse per quella del futuro.
A rivelarlo è uno studio pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Frontiers in Plant Science, dedicato alla caratterizzazione genetica degli olivi antichi di Calabria e Basilicata.
La ricerca ha interessato 347 alberi, 172 dei quali monumentali, sottoposti ad approfondite analisi genetiche. Il risultato è la fotografia di una biodiversità straordinaria: sono stati identificati 114 genotipi distinti non catalogati, di cui ben 72 in Calabria. Un patrimonio che fino a oggi era rimasto in buona parte nascosto negli oliveti tradizionali delle due regioni.
Tre olivi calabresi sorprendono i ricercatori
La scoperta probabilmente più affascinante arriva proprio dalla Calabria.
Tre alberi, identificati nello studio con le sigle GRE05, RAN01 e RAN02, hanno mostrato caratteristiche genetiche anomale rispetto a quelle normalmente attese nell’olivo.
In particolare, i ricercatori hanno rilevato più di due varianti genetiche in otto dei dieci marcatori analizzati, un risultato inatteso per Olea europaea, specie normalmente considerata diploide. Le analisi sono state ripetute più volte e hanno restituito risultati coerenti.
L’ipotesi è che questi alberi possano essere poliploidi, cioè possedere un numero di copie del patrimonio cromosomico superiore a quello normalmente presente nella specie.
La scoperta dovrà ora essere confermata con ulteriori analisi specifiche. Proprio per questo gli scienziati utilizzano prudentemente l’espressione putative polyploidy, ossia possibile poliploidia. Se confermata, tuttavia, la presenza di individui poliploidi nel germoplasma olivicolo calabrese aprirebbe una linea di ricerca di notevole interesse.
Un altro particolare rende questi alberi ancora più singolari: il profilo genetico della chioma è risultato identico a quello della parte basale della pianta. Secondo i ricercatori potrebbero quindi essere antichi olivi autoradicati e non innestati, conservatisi nel territorio nel corso del tempo.
Una ricerca che parte anche dal territorio
Tra gli autori dello studio figura il dottore agronomo Thomas Vatrano, PhD, impegnato da anni nella conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio olivicolo della Calabria.
L’attività sul territorio ha consentito di portare all’attenzione della ricerca scientifica alberi, cultivar locali e genotipi che rischierebbero altrimenti di rimanere sconosciuti.
Vatrano è inoltre Corrispondente dell’Accademia Nazionale dell’Olivo e dell’Olio di Spoleto, istituzione scientifica di riferimento per il settore olivicolo e oleario. La partecipazione allo studio si inserisce quindi in un percorso più ampio dedicato alla biodiversità dell’olivo e alla necessità di preservare un patrimonio genetico che, come dimostrano i risultati della ricerca, presenta ancora elementi completamente inesplorati.«Ogni volta che perdiamo un vecchio olivo senza averlo prima studiato – spiega Vatrano – rischiamo di perdere informazioni genetiche che hanno impiegato secoli per arrivare fino a noi. La Calabria possiede una biodiversità olivicola straordinaria e abbiamo ancora molto da scoprire».

Nelle radici la storia degli olivi
Lo studio ha restituito anche un’altra affascinante fotografia della storia agricola del Sud.
Analizzando separatamente la chioma e la parte basale degli alberi, i ricercatori hanno trovato 34 casi nei quali i due profili genetici erano differenti. Una sorta di firma molecolare lasciata dalle antiche pratiche di innesto.
Gli agricoltori del passato avrebbero infatti utilizzato olivi selvatici locali, già perfettamente adattati all’ambiente, come base sulla quale innestare varietà selezionate per le loro caratteristiche produttive.
Lo conferma anche lo studio dell’eredità materna attraverso il DNA dei cloroplasti. Nei portinnesti sopravvive frequentemente una linea genetica legata al Mediterraneo centro-occidentale, mentre nelle chiome coltivate prevale un’altra linea associata alla diffusione dell’olivo coltivato dal Mediterraneo orientale.
Uno stesso olivo monumentale può quindi custodire due storie genetiche differenti: nelle radici quella degli antichi olivi locali, nella chioma quella delle varietà selezionate e diffuse dall’uomo nel corso dei secoli.
Un patrimonio da proteggere pensando al futuro
La ricerca va però oltre il fascino della ricostruzione storica.
Conservare questa biodiversità potrebbe assumere un’importanza crescente di fronte ai cambiamenti climatici, alla siccità, alle temperature estreme e alle nuove emergenze fitosanitarie.
Non è ancora possibile affermare che i genotipi individuati possiedano una maggiore resistenza a questi stress: saranno necessari studi specifici. Ma proprio l’enorme diversità genetica emersa dalla ricerca rende questi olivi una risorsa da conoscere e preservare.
Gli alberi monumentali calabresi non rappresentano quindi soltanto un elemento identitario del paesaggio.
Sono archivi viventi di biodiversità, sopravvissuti per generazioni alla trasformazione dell’agricoltura e del territorio.
E proprio da alcuni di questi patriarchi potrebbe arrivare una parte delle conoscenze necessarie per costruire l’olivicoltura di domani.
Massimo Mercuri
