Rinnoviamo Caulonia propone un’opera permanente dedicata a Lea Garofalo e Denise Cosco

Rinnoviamo Caulonia propone un’opera permanente dedicata a Lea Garofalo e Denise Cosco

Per Lea e per Denise
Il 10 settembre è morta, a trentacinque anni, Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo. Aveva l’età che aveva sua madre quando la ‘ndrangheta la uccise, il 24 novembre 2009, facendo poi sparire il corpo perché alla figlia non restasse nemmeno una tomba.
Lea era nata a Petilia Policastro, dentro una famiglia di ‘ndrangheta, e aveva scelto di uscirne e di parlare. Entrò in protezione nel 2002. Negli anni successivi il suo percorso nel programma di protezione fu segnato da interruzioni, ricorsi e successive riammissioni. Nell’aprile del 2009 rinunciò definitivamente alla protezione. Sette mesi dopo fu attirata a Milano con un pretesto e uccisa.
Denise testimoniò contro il proprio padre e il suo contributo fu fondamentale nel processo per l’omicidio di Lea, conclusosi definitivamente con pesantissime condanne. Poi visse per anni sotto protezione, con un’altra identità e in un luogo non noto, fino al 2018.
Una protezione che si ottiene, si perde, si riconquista attraverso ricorsi e infine si abbandona dopo anni di isolamento e difficoltà pone una domanda che non possiamo evitare: quanto può dirsi davvero completa una protezione se alla sicurezza fisica non riesce ad affiancare la possibilità di ricostruire una vita?
Chi decide di parlare consegna allo Stato la propria vita e, spesso, quella dei propri figli. Per questo non può ricevere in cambio soltanto sicurezza: deve poter ricevere gli strumenti necessari per tornare, un giorno, a vivere una vita libera.
C’è poi il modo stesso in cui proteggiamo, che spesso consiste nel sottrarre. Si tolgono il nome, i luoghi, i legami, il lavoro, la possibilità di raccontarsi, e si acquista sicurezza fisica al prezzo di un isolamento che, protratto per anni, può diventare un peso enorme.
La legge n. 6 del 2018 ha finalmente introdotto una disciplina autonoma per i testimoni di giustizia, prevedendo anche specifiche misure di reinserimento sociale e lavorativo. E tuttavia resta una domanda sul tempo successivo, quando la protezione cessa e la persona deve tornare a una vita ordinaria che, nel frattempo, ha avuto enormi difficoltà a costruire.
Il punto più difficile da guardare è che quel processo lo Stato lo ha vinto, anche grazie a una ragazza che ha accettato di accusare suo padre dell’omicidio di sua madre.
La giustizia penale accerta le responsabilità e punisce i colpevoli. Ma una sentenza, per quanto giusta e definitiva, non può da sola riparare ciò che resta nella vita di chi ha attraversato tutto questo. La tutela non può terminare con la sentenza: deve significare anche accompagnamento, reinserimento e attenzione alla sofferenza di chi ha compiuto una scelta nell’interesse della collettività.
Una sentenza definitiva non è un risarcimento. E pensare che la conclusione di un processo possa coincidere con la conclusione di una storia rischia di farci dimenticare tutto ciò che viene dopo.
Riguarda anche noi, e sarebbe disonesto tacerlo proprio mentre avanziamo una proposta di memoria.
Il nome di Lea Garofalo è inciso su parchi, giardini, biblioteche e altri luoghi pubblici in diverse città italiane, mentre sua figlia ha trascorso molti anni della propria vita sotto un altro nome e con un’altra identità.
Delle due cose la seconda pesa più della prima.
La commemorazione dei morti rischia di diventare un alibi nell’istante esatto in cui smette di tradursi nella cura dei vivi.
Per questa ragione stiamo ragionando di proporre con il gruppo di Minoranza che il Comune di Caulonia bandisca un concorso di idee per un’opera permanente dedicata a Lea Garofalo e Denise Cosco: una targa d’autore, un monumento o un’installazione da collocare in un luogo del territorio comunale che il concorso stesso contribuirà a individuare.
Un concorso aperto ai professionisti e agli studenti, nei limiti delle possibilità di bilancio, perché la memoria possa diventare anche partecipazione, conoscenza e responsabilità.
La memoria delle vittime della ‘ndrangheta non può essere delegata soltanto alle città che le hanno accolte o che hanno scelto di ricordarle. Anche i comuni calabresi, i territori nei quali quelle storie hanno avuto origine, hanno il dovere di assumersi una parte di questa memoria.
Un paese della Locride che sceglie di farlo dice qualcosa di sé.
A condizione di ricordare che un’opera non sostituisce una politica e che il valore dell’iniziativa non si misurerà soltanto il giorno dell’inaugurazione, ma soprattutto in ciò che saremo capaci di costruire dopo.

Luana Franco – Capogruppo di RinnoviAmo Caulonia

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