Antidepressivo di massa: il TG ci convince che va tutto bene

Antidepressivo di massa: il TG ci convince che va tutto bene

di Andrea Vaccalluzzo

Ormai ho la sensazione che buona parte della comunicazione ufficiale dei nostri telegiornali, salvo rare eccezioni, abbia assunto una funzione che va molto oltre quella dell’informazione. È diventata una specie di Prozac collettivo, dove la somministrazione non avviene in pillole ma in edizioni. Un antidepressivo nazionale somministrato quotidianamente, con tanto di valvole di sfogo accuratamente predisposte.
Perché tu magari vivi in un Paese dove fai benzina a più di due euro al litro, dove il gasolio costa ancora di più, dove vai a fare la spesa e cominci a guardare frutta e pomodori con lo stesso rispetto con cui una volta si guardavano i gioielli in vetrina. Ormai le donne non sognano più diamanti: per l’anniversario puntano direttamente a una parure di Pachino.
Ma poi, appena torni a casa e accendi il telegiornale, scopri che, tutto sommato, va tutto bene. È aumentata l’occupazione. È aumentato questo. È migliorato quello. Abbiamo fatto meglio dell’anno scorso, peggio dell’altro, ma comunque meglio di qualche altro Paese che evidentemente abbiamo trovato apposta per il confronto.
Poi, purtroppo, c’è sempre quello zero virgola uno. Quello zero virgola uno che questi cazzo di comunisti, l’Europa, qualcuno, qualcosa, riescono sempre a infilarci in mezzo per non consentirci di dichiarare definitivamente risolti tutti i problemi italiani. Però, nel complesso, tutto va bene.
E allora probabilmente il problema siamo noi. Siamo noi che siamo degli imbecilli pessimisti. Perché continuiamo a guardare quanto costa riempire il serbatoio, quanto costa una busta della spesa, quanto resta dello stipendio alla fine del mese, quando invece dovremmo imparare a guardare gli indicatori giusti.
Noi viviamo il reale in modo sbagliato, lo interpretiamo male. Ci ostiniamo a fidarci di quello che vediamo, di quello che paghiamo, di quello che ci resta in tasca. Per fortuna c’è la realtà televisiva. Quella ci rimette in carreggiata e ci riporta alla realtà vera.
Poi c’è l’energia. Per anni l’elettrico sembrava quasi una congiura contro il pistone nazionale. Le rinnovabili erano guardate con quella diffidenza tipica delle cose che forse funzionano, ma rischiano di disturbare qualche certezza. Le automobili elettriche parevano il primo passo verso la fine della civiltà occidentale. Mancava solo qualcuno che dicesse che, dopo la batteria al litio, sarebbero arrivati direttamente i seguaci di Mao.
E non è che, nel frattempo, siano mancate scelte politiche che, invece di accelerare su quella direzione, hanno preferito frenare, prendere tempo o mettersi di traverso. Poi succede che l’energia costa. I carburanti costano. Le bollette pesano. E improvvisamente scopriamo che forse le rinnovabili servono. Anzi, molto. Meglio tardi che mai.
E già che ci siamo, riscopriamo pure il nucleare. Perfetto. Abbiamo trovato anche la soluzione per il futuro. Molto futuro. Talmente futuro che, se tutto va bene, magari fra vent’anni o più qualcuno potrà dire che finalmente la questione è stata affrontata.
Nel frattempo, però, noi continuiamo a fare benzina oggi. Paghiamo le bollette oggi. Facciamo la spesa oggi.
Naturalmente una comunicazione antidepressiva seria non può limitarsi a dirti che tutto va bene. Deve anche lasciarti qualche valvola di sfogo. Deve darti qualcosa contro cui incazzarti. E, guarda caso, queste valvole finiscono molto spesso per coincidere con alcune delle ossessioni della destra.
Ci sono quattro bambini di colore diverso. Magari non parlano neanche bene l’italiano. Che poi, attenzione, devono essere rigorosamente stranieri, perché se un bambino che non parla bene l’italiano è italiano, la cosa evidentemente cambia.
E se cominciassimo pure a controllare come parlano i genitori, allora sarebbero cavoli amari. Qui, raga, conosco parecchi italiani con un rapporto complicato con l’italiano che hanno appena sentito un brivido lungo la schiena. Ma, insomma, stranieri sono, l’italiano non lo parlano bene: perché non rompere le palle a loro? In fondo costano meno dei pomodori e sono molto più facili da mettere in prima pagina.
Poi ci sono le donne col burqa. Questa ormai dev’essere un’emergenza nazionale. Uno esce di casa e non vede altro. Burqa a destra. Burqa a sinistra. Burqa nei supermercati. Burqa nei bar. Burqa praticamente in ogni dove. Una cosa insopportabile.
Però poi uno vede un burqa e capisce immediatamente quale sia la vera emergenza nazionale. E ritorna sereno. Il Prozac funziona.
Vogliamo parlare di politica internazionale? Anche lì, per fortuna, la televisione ci evita ragionamenti troppo complicati. Ci sono i buoni. E ci sono i cattivi. È semplice.
Avete mai visto nei film il buono che viene presentato come cattivo? No. Il buono è buono e il cattivo è cattivo. Se il cattivo ammazza qualcuno, è un assassino. Se il buono ammazza il cattivo, ha fatto il suo dovere. Se il buono bombarda, evidentemente aveva una buona ragione per bombardare.
Poi magari in mezzo ci finiscono migliaia di civili, bambini, donne, famiglie. E lì la trama si complica. Perché se cominciamo a chiederci chi muore, perché muore, quanto può essere giustificato e fino a che punto essere dalla parte dei “buoni” renda automaticamente buona qualsiasi cosa si faccia, rischiamo di rovinarci l’effetto della compressa.
Molto meglio la versione semplice. Buoni da una parte. Cattivi dall’altra. In mezzo un po’ di danni collaterali. E noi tranquilli sul divano.
Il pieno costa oltre cento euro? Sì, però guarda quel bambino che non parla italiano. La spesa aumenta? Sì, però l’occupazione è aumentata. Il tuo stipendio compra meno cose di qualche anno fa? Sei pessimista.
L’importante è assumere regolarmente la terapia. TG del mattino. TG delle tredici. TG delle venti. Televisione di Stato e televisioni private. Una copertura completa.
E meno male. Perché senza questa continua somministrazione di realtà rosea rischieremmo di fare una cosa pericolosissima. Guardare semplicemente quanto abbiamo nel portafoglio e quanto costa vivere. E magari cominciare perfino a pensare che qualcosa non torna.
La redazione m’impone, per par condicio, che nella realizzazione di riflessioni di questo tipo sia previsto anche qualcosa che possa intrattenere i vannacciani e quelli di estrema destra. Non sarebbe corretto lasciarli completamente fuori.
E quindi, prossimamente, metteremo in allegato anche il classico “unisci i puntini”. Per la prima uscita partiremo da 1 a 3. Non vorremmo iniziare con qualcosa di troppo complesso.

Foto di Pinho . su Unsplash

CATEGORIES
TAGS
Share This

COMMENTS