
Megaliti di Nardodipace: memoria, scoperta e storia di una questione ancora aperta
di Vincenzo Nadile
La vicenda dei cosiddetti megaliti di Nardodipace, per quanto riguarda la mia esperienza personale, non comincia con una scoperta improvvisa né con l’individuazione di pietre sconosciute alla popolazione. Quelle strutture erano note agli abitanti del territorio da generazioni e appartenevano profondamente alla memoria sociale della comunità. Il mio interesse per quei luoghi cominciò a formarsi alla fine degli anni Settanta attraverso i racconti dei miei nonni e degli anziani di Nardodipace. Furono loro a trasmettermi testimonianze, ricordi, paure e leggende che, molti anni più tardi, avrebbero costituito lo stimolo fondamentale della mia ricerca. Quelle pietre appartenevano certamente al paesaggio naturale e materiale del paese, ma erano anche, più profondamente, parte del fondo spirituale e psicologico della comunità. Un portato sedimentato nel corso delle generazioni, nel quale potrebbero essersi conservate, trasformandosi, tracce di concezioni molto più antiche. Non una memoria rimasta immutata nel tempo, ma una memoria culturale evolutasi attraverso racconti, paure e credenze, alcune delle cui valenze sembrano trovare, nella mia interpretazione, un possibile riscontro nelle stesse strutture presenti sul territorio. Erano pietre conosciute, attraversate e, nello stesso tempo, temute. Uno dei luoghi attorno ai quali si concentravano maggiormente questi racconti era l’antica via di Colle del Porcaro, che dal fondo della valle, dove si trovava il vecchio abitato, conduceva verso il Piano di Ciano. Lo stesso toponimo “Porcaro” merita attenzione. In questo contesto, a mio avviso, la sua origine non sembra necessariamente riconducibile all’allevamento dei suini, anche perché Colle del Porcaro è un crinale prevalentemente roccioso, le cui caratteristiche naturali non appaiono particolarmente adatte a tale attività. Il nome potrebbe invece conservare una più antica valenza linguistica di sostrato che, nella mia interpretazione, trova significative corrispondenze nelle strutture megalitiche di Palella. Per un approfondimento della questione rimando al volume I megaliti di Nardodipace, del quale è già stata pubblicata una prestampa e la cui edizione definitiva è prevista per l’autunno. Fino alla metà del Novecento quella costituiva l’unica via attraverso la quale la popolazione poteva raggiungere dal fondo della valle le zone più alte del territorio. La necessità di attraversare quel percorso conviveva con una paura profondamente radicata. Gli anziani raccontavano dei morti e degli spiriti maligni che vagavano nella montagna. Particolare timore suscitava la Turva, descritta nella memoria orale come una processione delle anime dei morti che vagava lungo il corso del fiume Allaro. Alla memoria di quei luoghi apparteneva anche la tradizione della chioccia con i sette pulcini d’oro. Secondo i racconti degli anziani, soprattutto nelle notti di plenilunio, alcune persone che si trovavano a passare per quella zona avrebbero potuto vedere apparire una chioccia accompagnata da sette pulcini, tutti d’oro. Nel momento in cui qualcuno avesse tentato di prenderne uno, dal profondo della terra si sarebbe udita una voce: “O lasci ciò che hai preso, o prendi ciò che hai lasciato”. Non si trattava, nella memoria della comunità, soltanto di una leggenda riferita a personaggi indeterminati. Da bambino conobbi personalmente due persone che raccontavano di avere vissuto esperienze di questo genere; una delle due era già allora molto anziana. Di una terza persona mi parlava invece mia nonna. L’uomo era morto negli anni Cinquanta o Sessanta, ma l’episodio che gli veniva attribuito sarebbe avvenuto molto prima, probabilmente tra gli anni Trenta e Quaranta, quando era ancora giovane. Secondo il racconto di mia nonna, dopo quell’esperienza sarebbe rimasto a letto con una febbre altissima, tanto che i familiari temettero per la sua vita. Riportare queste testimonianze non significa sostenere che gli eventi narrati siano realmente accaduti nei termini descritti. È possibile che quelle persone abbiano vissuto, proprio attraversando quel luogo, esperienze di forte suggestione o autosuggestione, interpretandole attraverso credenze profondamente radicate nella comunità. La formula “O lasci ciò che hai preso, o prendi ciò che hai lasciato” presenta inoltre un interessante confronto con un’espressione contenuta nel cosiddetto Rituale di Mithra, tramandato nel Grande Papiro Magico di Parigi: “Lascia andare ciò che hai e allora prenderai”. (Grande Papiro Magico di Parigi, PGM IV, Bibliothèque nationale de France, Supplément grec 574, Parigi; cosiddetto “Rituale di Mithra”, nella traduzione italiana curata da Armando Cepollaro). Questo elemento assume maggiore significato se si considera che, in quegli anni, percorrere quella zona non costituiva necessariamente una scelta. Quella strada rappresentava il percorso obbligato per chi dal fondo della valle doveva raggiungere il Piano di Ciano e le zone più alte del territorio. La paura del luogo conviveva quindi con la necessità concreta di attraversarlo. Ciò che interessa non è dimostrare la realtà dell’apparizione della chioccia e dei sette pulcini d’oro, ma comprendere quanto quella credenza fosse radicata e quanto potesse incidere sulla percezione e sull’esperienza individuale di chi percorreva quei luoghi. Ma quella della chioccia non era l’unica leggenda associata al luogo. Gli anziani raccontavano anche che, durante le notti di plenilunio, per fare emergere un tesoro nascosto sotto terra sarebbe stato necessario compiere un rituale cruento: un bambino appena nato avrebbe dovuto essere portato sul luogo, capovolto e squartato alla presenza di un caprone; contemporaneamente, il caprone avrebbe dovuto essere comunicato con un’ostia consacrata. Queste narrazioni non vengono qui assunte come testimonianze di avvenimenti realmente accaduti. Vengono registrate come documenti della memoria orale e dell’immaginario della comunità. La loro eventuale relazione con tradizioni religiose, mitologiche o rituali più antiche costituisce un problema differente, che richiederà un’analisi specifica. È tuttavia significativo che, nella successiva osservazione delle strutture, io abbia ritenuto di riconoscere nelle pietre alcune forme che sembravano richiamare elementi presenti proprio in quelle antiche narrazioni: tra queste, la figura di un caprone o di una capretta con un corno spezzato e quella di un toro anch’esso caratterizzato da un corno spezzato. Una delle figure del caprone appare, nella mia interpretazione, inserita in una composizione più ampia riconducibile a una testa di gallo riversa. Queste corrispondenze non costituiscono, da sole, una prova archeologica. Furono però parte del processo attraverso il quale iniziai a interrogarmi sul possibile rapporto tra le strutture materiali del territorio e la memoria orale conservata dalla comunità. Nel 1981, dopo alcune escursioni compiute da solo, chiesi ad alcuni amici di Nardodipace, allora studenti universitari, di accompagnarmi per effettuare insieme un sopralluogo e confrontare le nostre osservazioni. Loro decisero di non proseguire, mentre io fui costretto a interrompere quella prima fase della ricerca perché emigrai in Australia. Al mio ritorno in Italia, alcuni anni più tardi, trovai lavoro a Como. L’interesse per quei luoghi e per le questioni che avevano suscitato, tuttavia, non era scomparso. Nel 1994 cominciai nuovamente a occuparmi delle strutture e, dal 1996, grazie anche alla disponibilità di una nuova macchina fotografica, ripresi la ricerca in maniera più sistematica. La fotografia divenne progressivamente uno strumento fondamentale della ricerca. Mi consentiva di conservare le immagini, confrontarle e tornare su particolari che potevano sfuggire durante l’osservazione diretta. Tra il 1998 e il 1999 cominciai a portare la questione all’attenzione degli organismi competenti. Nello stesso periodo entrai in contatto con ambienti legati agli studi sulla preistoria e mostrai parte della documentazione fotografica raccolta. Nel giugno 2001 la vicenda entrò in una fase nuova. Dopo le precedenti segnalazioni, scrissi formalmente al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, esponendo la questione e allegando la documentazione in mio possesso. Il 25 luglio 2001 la Direzione Generale competente trasmise la mia segnalazione alla Soprintendenza archeologica territoriale, chiedendo che venisse fornita una risposta in merito. La documentazione risulta acquisita dalla Soprintendenza il 30 luglio dello stesso anno. Questo passaggio costituisce un punto fermo nella ricostruzione della vicenda: nell’estate del 2001 la questione della possibile natura archeologica delle strutture di Nardodipace era formalmente giunta all’attenzione degli organi statali competenti. Nel 2002 cominciarono a essere prodotte le prime valutazioni tecniche strutturate. Una relazione preliminare redatta nel luglio di quell’anno dal professor Guerricchio, ordinario di Geologia all’Università della Calabria, dopo un sopralluogo effettuato alla fine di giugno, escluse per le strutture esaminate un’origine puramente naturale e ne sostenne l’origine antropica. Il documento distingueva chiaramente l’età geologica delle rocce, collocate tra circa 290 e 270 milioni di anni fa, dall’epoca dell’eventuale intervento umano. Nelle conclusioni, alcune delle strutture venivano interpretate, in prima analisi, come costruzioni di tipo dolmen e si indicava la necessità di rilievi archeologico-topografici, verifiche delle fondazioni, censimento dei blocchi e ulteriori indagini finalizzate a comprenderne configurazione, funzione e cronologia. Già nel luglio 2002 le ricognizioni vennero progressivamente estese ad altre strutture dell’area di Monte Palella; nel settembre successivo l’indagine fu ampliata a un territorio ancora più vasto. Un documento dell’epoca parla di numerose strutture considerate megalitiche e registra espressamente che a Vincenzo Nadile era dovuta “la prima segnalazione ufficiale” di uno dei ritrovamenti successivamente oggetto delle indagini. La stessa ricognizione ampliava il quadro territoriale dalle aree di Monte Palella e Nardodipace verso altre zone delle Serre, proponendo confronti tipologici e un possibile orizzonte preistorico, che rimaneva tuttavia da verificare archeologicamente. Poche settimane dopo intervenne una valutazione differente. Nell’ottobre 2002, un geologo incaricato dal Ministero, su richiesta della Soprintendenza competente, effettuò un sopralluogo su quattro siti. La successiva relazione interpretò le morfologie osservate come il risultato di processi naturali legati alla struttura delle rocce, alla fratturazione, all’alterazione e all’erosione, riconducendole alle formazioni naturali definite nella terminologia anglosassone “tor”, ed escludendone quindi l’origine antropica e la natura archeologica megalitica. Il problema di Nardodipace entrava così, già nel 2002, in una situazione caratterizzata da valutazioni tecniche divergenti. Tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003 venne elaborato un vero programma di ricerca. Un documento del novembre 2002 parla espressamente di un progetto per la valorizzazione del “comprensorio archeologico di Nardodipace” e propone indagini non distruttive mediante magnetometria, georadar e geoelettrica, integrate da rilievi aerei all’infrarosso termico. Venne prospettata anche la possibilità di utilizzare il carbonio 14 sugli eventuali materiali organici che fossero emersi dalle indagini, oltre a rilievi plano-altimetrici, analisi dei campioni rocciosi e documentazione sistematica del territorio. Il progetto prevedeva quindi, già allora, proprio quella convergenza tra geologia, archeologia, prospezioni strumentali, topografia e datazioni che ancora oggi appare necessaria per affrontare compiutamente la questione. Nel marzo 2003, su mia iniziativa e attraverso Alberto Pozzi, giunse a Nardodipace il professor Emmanuel Anati con i suoi collaboratori. Il sopralluogo archeologico condotto in quei giorni portò a una valutazione più articolata rispetto alla semplice alternativa tra origine naturale e origine antropica. La relazione riconobbe che la maggior parte dei cumuli di grandi massi granitici era costituita da formazioni naturali, ma affermò contemporaneamente la presenza di emergenze archeologiche, indicate attraverso strutture megalitiche, tumuli funerari e resti di abitati. Il quadro prospettato era dunque quello di un paesaggio in larga parte naturale, sul quale l’uomo antico sarebbe successivamente intervenuto. Vennero segnalati possibili spostamenti di massi, incisioni rupestri, coppelle, superfici accostate intenzionalmente e altre tracce di modificazione. In alcuni casi furono descritti elementi interpretabili come possibili menhir, massi-altare e strutture nelle quali la disposizione delle pietre poteva essere stata modificata intenzionalmente. La relazione sottolineava tuttavia che l’assenza di reperti di cultura materiale non consentiva una cronologia sicura. Sulla base delle forme osservate veniva prospettato un possibile orizzonte neolitico o eneolitico, indicativamente compreso tra il V e il II millennio a.C., precisando che qualsiasi ulteriore interpretazione avrebbe richiesto degli scavi. Veniva quindi proposto un programma concreto di sondaggi archeologici, analisi dei sedimenti e dei pollini, ricerca di strumenti litici e ceramiche, documentazione topografica e successivi scavi stratigrafici. La relazione si concludeva auspicando espressamente la continuazione delle ricerche. Negli anni successivi alla prima fase delle ricerche cominciò a diffondersi una diversa narrazione sull’origine della scoperta delle strutture di Nardodipace. Secondo questa versione, il loro rinvenimento sarebbe stato conseguenza di un vasto incendio che avrebbe reso visibili le formazioni. Questa ricostruzione non coincide con la documentazione contemporanea agli avvenimenti. Già prima dell’estate del 2001 avevo segnalato la questione alla Soprintendenza di Reggio Calabria senza ricevere risposta. Il 22 giugno 2001 una mia successiva istanza venne protocollata presso la Direzione Generale Beni Archeologici del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali. La lettera richiamava espressamente una precedente segnalazione inoltrata alla Soprintendenza nell’autunno precedente e chiedeva l’intervento del Ministero affinché venisse accertato se le strutture avessero natura archeologica oppure fossero riconducibili a fenomeni naturali. Il 25 luglio 2001 la Direzione Generale trasmise la questione alla Soprintendenza competente, chiedendo che venisse fornita una risposta; la documentazione risulta acquisita dalla Soprintendenza il 30 luglio dello stesso anno. Un successivo atto della stessa Soprintendenza ricostruisce espressamente questo passaggio, identificando in Vincenzo Nadile l’autore della segnalazione relativa al rinvenimento di strutture di probabile natura megalitica nel territorio di Nardodipace. La sequenza istituzionale risulta pertanto documentata indipendentemente dalle ricostruzioni formatesi negli anni successivi. La documentazione contemporanea offre ulteriori riscontri. In una relazione del 18 settembre 2002, il professor Alessandro Guerricchio scriveva, riferendosi a Vincenzo Nadile, che a lui si doveva “la prima segnalazione ufficiale” di uno dei ritrovamenti oggetto delle ricognizioni. Nel febbraio 2003, in una comunicazione ufficiale indirizzata al Presidente della Giunta regionale della Calabria, il sindaco di Nardodipace affermava esplicitamente che a Vincenzo Nadile si doveva “la scoperta”, nel corso del 2001, degli imponenti megaliti allora all’attenzione del mondo scientifico. Anche la stampa contemporanea ricostruiva pubblicamente la vicenda attribuendo a Nadile un ruolo precedente all’avvio delle indagini: un articolo significativamente intitolato “Ecco chi aveva scoperto tutto da anni” ricordava il precedente lavoro di osservazione, documentazione fotografica e segnalazione; un altro articolo attribuiva espressamente allo stesso Nadile la scoperta delle strutture. A ciò si aggiunge un elemento materiale precedente all’intera vicenda: fotografie risalenti agli anni Cinquanta e agli anni Settanta mostrano già le grandi strutture di Palella visibili nel paesaggio, dominanti sulla vallata meridionale dell’Allaro. Tali immagini, pubblicate anche nella prestampa del volume I megaliti di Nardodipace, documentano quindi la presenza e la visibilità delle strutture molti decenni prima dell’incendio al quale ne sarebbe stata successivamente ricondotta la scoperta. Assume pertanto particolare significato il fatto che, in successive comunicazioni istituzionali, Vincenzo Nadile, nominativamente identificato negli atti contemporanei agli avvenimenti, venga richiamato genericamente come “un fotografo del luogo”, senza indicarne il nome. Un soggetto chiaramente identificato nella documentazione ufficiale diviene così, nel successivo racconto istituzionale, un anonimo fotografo. Non si tratta, in questa sede, di trasformare tale discrepanza in una controversia sull’attribuzione della scoperta. Interessa piuttosto ricostruire la successione degli avvenimenti attraverso gli atti disponibili, distinguendo la documentazione contemporanea ai fatti dalle narrazioni formatesi successivamente. La ricostruzione qui proposta non si fonda soltanto sulla memoria personale, ma su atti e documenti formali conservati negli archivi del Comune di Nardodipace e della Soprintendenza competente, oltre che sulla documentazione in possesso di Vincenzo Nadile. Sono dunque gli atti, considerati nella loro successione cronologica e nella loro diversa provenienza, a consentire la ricostruzione non soltanto dell’origine delle segnalazioni, ma dell’intera vicenda dei megaliti di Nardodipace. Nel marzo 2016 la questione si arricchì di un nuovo elemento, quando l’archeologo responsabile per l’area del Vibonese, comprendente il territorio di Nardodipace, effettuò un sopralluogo ufficiale nel complesso di Santo Todoro. Il verbale descrive una struttura realizzata mediante sovrapposizione a secco di grandi massi, ne rileva la “consistenza monumentale megalitica” e la definisce “marcatamente artificiale”. Segnala inoltre la presenza di segni di natura non chiarita che, secondo il documento, potrebbero far risalire le origini del sito al II millennio a.C. È importante mantenere la distinzione: il II millennio a.C. non viene presentato nel verbale come una datazione acquisita, ma come una possibilità suggerita dai segni osservati. Lo stesso documento conclude indicando la necessità di ulteriori approfondimenti e del coinvolgimento di competenze specialistiche. Il sopralluogo e il verbale risalgono al 25 marzo 2016; il documento mi venne successivamente trasmesso il 7 giugno 2017. Santo Todoro introduce quindi un dato importante nella storia della ricerca: non era uno dei quattro siti sui quali era stata formulata la conclusione geologica naturalistica del 2002 e, quattordici anni più tardi, veniva esplicitamente riconosciuto in un verbale archeologico ufficiale come una struttura “marcatamente artificiale”. Otto anni più tardi, nel dicembre 2024, la questione tornò al centro dell’attenzione attraverso un convegno organizzato dal Parco Regionale delle Serre e dedicato alle strutture di Nardodipace, dopo la promozione di nuove ricerche di carattere geologico in collaborazione con istituzioni universitarie. Nel corso dell’iniziativa venne nuovamente sostenuta una genesi naturale delle strutture prese in esame. Fu inoltre annunciata una successiva pubblicazione dei risultati delle ricerche, prevista per la primavera seguente. Per quanto a mia conoscenza, tale pubblicazione non risulta ad oggi resa disponibile. Rimane inoltre una questione terminologica. Nella comunicazione pubblica si continua a utilizzare l’espressione “megaliti di Nardodipace” o “strutture megalitiche” mentre, contemporaneamente, viene sostenuta una loro origine esclusivamente naturale. Nel significato propriamente archeologico, il termine “megalitico” rimanda a strutture realizzate mediante l’impiego intenzionale di grandi pietre e implica quindi un intervento umano. Se, invece, si sostiene una genesi esclusivamente geologica, il termine può essere utilizzato soltanto in senso descrittivo e non archeologico. Le due accezioni devono pertanto essere chiaramente distinte, poiché appartengono a due differenti piani interpretativi: quello archeologico e quello strettamente geologico. Un ulteriore elemento merita di essere ricordato. Nel convegno del dicembre 2024 non trovò spazio una ricostruzione complessiva della precedente vicenda documentaria e delle differenti valutazioni formulate sulle strutture nel corso di oltre vent’anni. Circa un mese prima avevo consegnato un volume dedicato al megalitismo calabrese e manifestato la disponibilità a mettere a disposizione le relazioni tecniche e archeologiche precedenti. Il punto non riguarda la mia partecipazione personale all’iniziativa, quanto piuttosto la possibilità di rappresentare, accanto alla nuova interpretazione geologica, l’intera storia delle valutazioni formulate sulle strutture di Nardodipace: dalla relazione che nel 2002 ne sosteneva l’origine antropica, alla successiva valutazione naturalistica, fino alla relazione archeologica del 2003 e al verbale del 2016 relativo a Santo Todoro. Un confronto tra questa documentazione e i risultati delle ricerche più recenti avrebbe consentito, a mio avviso, di affrontare la questione nella sua complessità, mettendo a confronto dati, metodologie e conclusioni differenti senza assumere preventivamente né l’origine naturale né quella antropica delle strutture. È proprio l’esistenza di valutazioni così diverse, formulate nell’arco di oltre vent’anni, a rendere ancora attuale la necessità di uno studio realmente multidisciplinare dei siti di Nardodipace.

QUESTIONE SCIENTIFICA ANCORA APERTA!
Nel territorio di Nardodipace, nelle Serre calabresi, i complessi megalitici di Santo Todoro, Ladi e Palella presentano caratteristiche differenti per collocazione, organizzazione delle pietre e forme figurative. Osservati insieme, tuttavia, sembrano mostrare la persistenza e la trasformazione di alcuni temi, figure e principi comuni: la nascita, l’Alato, la Grande Madre, il Drago, il rapporto tra Terra e Cielo, tra penombra e luce. L’ipotesi proposta è che le differenze esistenti tra Santo Todoro, Ladi e Palella non siano necessariamente il prodotto di culture indipendenti, ma possano rappresentare fasi differenti di una medesima, lunga tradizione culturale. Non si parte dal presupposto che questa continuità sia già dimostrata; essa costituisce il problema stesso della ricerca. Una civiltà che attraversa secoli o millenni non conserva necessariamente identiche le proprie immagini. Le modifica, le sovrappone, ne trasforma i significati. Il principio religioso può diventare mito; il mito può organizzarsi in culto; la figura può diventare simbolo; il simbolo può progressivamente trasformarsi in geometria, numero e pensiero. È in questa prospettiva che il percorso prende avvio da Santo Todoro, dove l’Alato emerge da un ambiente raccolto e ancora dominato dalla penombra. Tra i tre complessi presi in esame, Santo Todoro sembra presentare, nella mia interpretazione, il linguaggio figurativo più arcaico. Il sito si trova nella parte profonda della vallata, presso il meandro di un fiume, in un ambiente nel quale le strutture rimangono prevalentemente in penombra e risultano relativamente poco esposte alla luce diretta del Sole. Il complesso si presenta come un insieme articolato di grandi strutture murarie realizzate con massi di notevoli dimensioni, disposte su più livelli e affiancate da un reticolo di strutture minori, costruite con pietre più piccole, che sembrano definire forme geometriche. All’interno di questo sistema emerge una grande struttura che, nella mia interpretazione, può essere letta contemporaneamente come una mezzaluna e come la metà di un grande uovo. La composizione presenta una caratteristica che considero fondamentale: la figura non sembra essere costruita soltanto attraverso le pietre. Una metà dell’uovo è delineata dalla struttura megalitica; l’altra sembra essere idealmente completata dal corso del fiume che scorre accanto al complesso. Pietra e acqua partecipano così alla costruzione di un’unica immagine. Se questa interpretazione è corretta, il paesaggio non costituisce semplicemente lo sfondo della rappresentazione, ma diventa parte della rappresentazione stessa. Da questa grande struttura sembra emergere un essere alato dalle ali membranose, assimilabile nella forma a un pipistrello e caratterizzato da una conformazione cranica che, nella lettura qui proposta, ricorda quella di una volpe. Non sviluppo in questa sede le ulteriori implicazioni simboliche di questo particolare. È sufficiente registrare la forma, che acquisterà significato all’interno di un quadro interpretativo più ampio. L’Alato emerge dunque da una composizione nella quale confluiscono la profondità della valle, l’acqua, la pietra, la penombra e la forma della mezzaluna o dell’uovo. La nascita appartiene ancora al paesaggio. Non compare ancora la grande figura materna che incontreremo a Ladi: il principio generativo sembra affidato a una forma cosmica dalla quale emerge un essere alato ancora simbolicamente appartenente al mondo della notte. È questa caratteristica a suggerirmi che Santo Todoro possa rappresentare una fase precedente rispetto a Ladi. Non si tratta di una datazione assoluta, ma di una proposta di sequenza relativa fondata sulla trasformazione delle immagini e del loro rapporto con il paesaggio. A Ladi il principio generativo non scompare, ma cambia forma. Il complesso si trova alle falde del Monte Pecoraro. Nella lettura qui proposta, la posizione del monte e il suo rapporto con il complesso richiamano l’idea della montagna sacra, confrontabile simbolicamente con il Parnaso nella tradizione religiosa e mitologica greca. Questo aspetto richiede tuttavia uno studio specifico e sarà sviluppato in un lavoro successivo. Ladi si trova in una situazione orografica profondamente diversa rispetto alla vallata di Santo Todoro e conserva un rapporto significativo con un ambiente prevalentemente ombroso. Ciò che a Santo Todoro era affidato soprattutto alla relazione tra pietra, acqua e paesaggio sembra ora concentrarsi in una gigantesca figura antropomorfa femminile. È la grande figura di Ladi, alta circa 7,60 metri, che interpreto come rappresentazione della Grande Madre. Per il suo carattere generativo essa può essere confrontata, in senso generale, con il vasto universo delle figure femminili preistoriche convenzionalmente definite “Veneri”, pur appartenendo, secondo questa ipotesi, a un contesto ancora da definire archeologicamente e cronologicamente. Nel grembo della Grande Madre compare un piccolo essere pennuto disposto orizzontalmente. Il confronto con Santo Todoro diventa qui particolarmente significativo: a Santo Todoro il nascituro è rappresentato da un essere alato dalle ali membranose, con una conformazione cranica che, nella mia interpretazione, ricorda quella di una volpe; a Ladi il principio nascente assume invece la forma di un piccolo pennuto contenuto nel grembo della Madre. Il principio resta quello della nascita, ma la sua rappresentazione si trasforma radicalmente: a Santo Todoro è il paesaggio a generare; a Ladi è la Madre. Questa differenza potrebbe indicare il passaggio da una concezione cosmica e naturale della generazione a una concezione nella quale lo stesso principio viene progressivamente antropomorfizzato nel corpo della Grande Madre. La Grande Madre e il piccolo pennuto non sono figure isolate. Nel complesso di Ladi compaiono, in stretta relazione tra loro, la grande figura femminile, il Drago, il piccolo essere alato e figure che, nella lettura proposta, sembrano appartenere a un principio eroico. Il Drago appare in una condizione critica: la sua testa sembra fracassata. Non appare quindi come una figura immobile, ma come una potenza in crisi. La tradizione mitologica greca offre, in questo senso, un importante termine di paragone. Non si ipotizza che gli artefici di Ladi abbiano rappresentato un testo di Esiodo. L’ipotesi procede semmai nella direzione opposta: la successiva tradizione greca potrebbe avere rielaborato elementi appartenenti a un patrimonio simbolico e mitologico molto più antico. In questa prospettiva, la struttura concettuale della Teogonia — successione delle generazioni divine, conflitti, sostituzioni e formazione di nuovi equilibri — può offrire un termine di confronto. Gaia, Urano, Crono, Rea, le potenze marine, Ceto e Forco e le creature serpentiformi appartengono a un universo primordiale nel quale un ordine viene progressivamente sostituito da un altro. Al di là del confronto con la tradizione mitologica greca, il complesso di Ladi sembra rappresentare, sul piano figurativo, la fine di una potenza e la nascita di un principio nuovo. Il piccolo pennuto nel grembo della Madre rappresenterebbe ciò che emerge mentre l’ordine precedente entra in crisi. Non soltanto la fine del vecchio, dunque, ma la contemporanea generazione del nuovo. In questa lettura coesistono morte e generazione, conflitto e continuità: un mondo termina mentre un altro viene generato. A Ladi esiste poi un elemento che non riguarda soltanto le forme, ma anche il comportamento della luce solare. La grande figura femminile è rivolta verso oriente, in direzione del settore dell’orizzonte nel quale il Sole sorge in prossimità del solstizio d’estate, mentre le spalle sono rivolte verso occidente, dove il Sole tramonta nello stesso periodo. Ho avuto personalmente la possibilità di osservare ciò che avviene al tramonto in prossimità del solstizio estivo. Quando il Sole raggiunge la linea dell’orizzonte, la sua luce sembra soffermarsi per alcuni minuti in quella posizione. In questo intervallo il fascio luminoso attraversa diagonalmente la composizione litica nella sua interezza. La luce percorre il corpo della figura interpretata come Drago, dalla coda verso la testa, attraversa una figura intermedia e raggiunge infine la nuca e le spalle della Grande Madre. Occorre qui distinguere due differenti rappresentazioni riferibili, nella mia interpretazione, al principio di Eracle. Una è la grande figura eroica già richiamata, caratterizzata da elementi che ricordano l’iconografia dell’eroe con la testa o la pelle del leone. L’altra appartiene invece alla composizione attraversata dalla luce e viene interpretata come un possibile richiamo alla configurazione celeste di Eracle. La sequenza luminosa assume così una particolare forza figurativa. Se questa relazione fosse confermata attraverso misurazioni, la luce non costituirebbe soltanto una condizione visiva, ma potrebbe diventare elemento costitutivo della rappresentazione. Il Sole attraverserebbe il Drago, incontrerebbe il principio eroico e raggiungerebbe infine la Madre. Pietra, montagna, orizzonte e luce concorrerebbero alla costruzione del fenomeno. È in questo senso che si può parlare di una possibile architettura della luce. Il rapporto tra figure, paesaggio e luce cambia nuovamente passando da Ladi a Palella. Ladi occupa una posizione relativamente ombrosa, con il complesso rivolto prevalentemente verso occidente e con l’oriente in parte chiuso dalla montagna. Palella presenta una situazione opposta: il sito si trova in un’area aperta e dominante, guarda verso oriente ed è pienamente esposto alla luce solare. Anche qui compare l’Alato, ma in una condizione diversa. Non emerge più dal paesaggio come a Santo Todoro e non è più contenuto nel grembo della Grande Madre come a Ladi. Sembra invece cercare di emergere da sotto una composizione nella quale riconosco forme craniche assimilabili a cuccioli di cane. L’Alato è ora esposto alla piena luce. La compresenza di queste forme sembra indicare un ulteriore mutamento del linguaggio simbolico. Gli elementi legati alla dimensione terrestre permangono, ma vengono affiancati da immagini che sembrano progressivamente orientarsi verso un diverso principio figurativo e religioso. Contestualmente, una grande composizione assume la forma di una testa di gallo disposta orizzontalmente. La struttura produce immagini plurime a seconda della prospettiva: due direzioni figurative orizzontali opposte e una centrale rivolta verso il cielo. Quest’ultima è particolarmente significativa. Il grande becco del gallo sembra essere costituito da quattro enormi massi sovrapposti, blocchi di diverse tonnellate disposti lungo un asse verticale. La struttura appartiene così contemporaneamente alla figura animale e a un principio assiale. La verticalità è evidente; il suo significato, invece, non viene qui fissato in modo univoco. Potrebbe rimandare simbolicamente a un asse celeste o zenitale, ma questa possibilità richiede verifiche specifiche. Un dato particolarmente significativo emerge dal confronto tra le strutture di Ladi e Palella. In entrambi i complessi ricorre uno schema costruttivo simile: quattro grandi massi associati a un quinto elemento, ma con una differenza decisiva nella disposizione. A Palella i quattro grandi massi sovrapposti, associati a un quinto posto alla base, si sviluppano secondo un asse verticale netto. La composizione appare geometricamente definita e suggerisce, nella lettura qui proposta, l’immagine di un asse rivolto verso l’alto. A Ladi ricorre una composizione strutturalmente affine, anch’essa costituita da quattro massi associati a un quinto elemento inferiore. Qui, tuttavia, l’insieme non si sviluppa verticalmente, ma presenta un’inclinazione che, sulla base delle osservazioni attuali, può essere stimata intorno ai 20 gradi. Le due strutture acquistano quindi particolare significato nel confronto reciproco: lo schema costruttivo permane, mentre cambia l’inclinazione. Palella esprime la verticalità, Ladi l’obliquità. Questa corrispondenza apre un interrogativo specifico. Se la ripetizione dello schema quattro più uno è intenzionale, le differenti disposizioni potrebbero esprimere principi diversi appartenenti a un medesimo sistema simbolico e astronomico? Nella lettura qui proposta, la verticalità di Palella può suggerire un principio zenitale o un asse celeste; l’obliquità di Ladi apre invece l’ipotesi di un possibile rapporto con il piano dell’eclittica. Si tratta di un’ipotesi che deve essere verificata. Non è sufficiente osservare un’inclinazione stimata intorno ai 20 gradi per identificarla con un riferimento astronomico. Sarà necessario rilevare strumentalmente l’inclinazione effettiva della struttura, il suo azimut, il rapporto con l’orizzonte e la sua disposizione tridimensionale. Rimane tuttavia un dato osservativo: nei due siti sono presenti due composizioni formalmente affini ma diversamente orientate. Il confronto assume ulteriore significato perché non si presenta isolatamente. Tanto a Ladi quanto a Palella ricorrono, nella lettura qui proposta, numerosi altri elementi riferibili al cielo, alla luce, alle costellazioni e all’organizzazione dello spazio. La differenza tra le due strutture potrebbe quindi inserirsi nella trasformazione più generale che sembra caratterizzare il passaggio da Ladi a Palella. A Ladi il linguaggio rimane fortemente figurativo e corporeo; a Palella sembra acquistare maggiore evidenza un principio di organizzazione attraverso asse, numero e geometria. La figura non scompare: si geometrizza. Il mito non viene abbandonato: viene organizzato. Considerati insieme, Santo Todoro, Ladi e Palella non mostrano la ripetizione immobile di un unico simbolo, ma una trasformazione. È precisamente questa differenza a costituire il centro dell’ipotesi. Il presente articolo non intende rispondere definitivamente a questo interrogativo. Apre piuttosto un problema più vasto, che richiederà specifiche verifiche archeologiche, storiche, iconografiche, filologiche e filosofiche. Considerati nel loro insieme, i tre complessi sembrano delineare una possibile traiettoria. A Santo Todoro domina la profondità della valle: acqua, pietra e penombra partecipano alla costruzione della grande forma dalla quale emerge l’Alato membranoso. Il principio generativo appartiene ancora direttamente al paesaggio. A Ladi avviene una trasformazione. La generazione entra nel corpo della Grande Madre. L’essere alato assume la forma di un piccolo pennuto contenuto nel suo grembo, mentre il Drago appare come una potenza in crisi. Nello stesso complesso, la luce del Sole al tramonto, in prossimità del solstizio d’estate, attraversa diagonalmente la composizione, dalla figura del Drago fino alla nuca e alle spalle della Grande Madre. A Palella il rapporto cambia nuovamente. Il complesso occupa una posizione aperta e dominante, rivolta verso oriente e pienamente esposta alla luce solare. L’Alato non è più racchiuso nel grembo: sembra emergere. Contemporaneamente, il linguaggio figurativo tende verso una maggiore organizzazione assiale e geometrica. Si delineano così tre possibili trasformazioni parallele: penombra → attraversamento della luce → piena luce; paesaggio → corpo → geometria; nascita cosmica → generazione nella Madre → emersione. È qui che acquista significato un ulteriore elemento presente a Palella. Nella struttura permangono forme che, nella mia interpretazione, richiamano la dimensione terrestre e materna, mentre l’Alato tende a emergere e a rivolgersi verso l’alto. Potrebbe essere il segno di una trasformazione più profonda: la permanenza di un antico principio tellurico e materno accanto alla progressiva affermazione di un principio celeste e solare. Non intendo trasformare questa possibilità in una ricostruzione storica già acquisita. Essa rappresenta piuttosto il punto al quale conduce il percorso sviluppato nell’articolo e, contemporaneamente, il punto dal quale dovrà partire la ricerca successiva. La sequenza proposta, Santo Todoro → Ladi → Palella, rimane relativa e interpretativa. Per trasformarla in una ricostruzione archeologica saranno necessarie indagini indipendenti: rilievi sistematici, documentazione tridimensionale, verifiche geologiche e archeologiche, misurazioni degli orientamenti e studi archeoastronomici. In particolare, il fenomeno luminoso osservato a Ladi dovrà essere misurato e ricostruito; allo stesso modo dovrà essere verificato il rapporto tra la struttura inclinata di Ladi e quella verticale di Palella. Solo allora sarà possibile stabilire se le corrispondenze individuate appartengano realmente a un sistema intenzionale. Ma la domanda posta dai tre complessi rimane. Se le differenze tra Santo Todoro, Ladi e Palella non fossero semplicemente quelle che separano monumenti indipendenti, ma rappresentassero differenti momenti della trasformazione di uno stesso linguaggio culturale, allora proprio ciò che oggi li distingue potrebbe costituire la traccia più importante della loro continuità. Non sarebbe la ripetizione delle forme a raccontarne la storia. Sarebbe la loro trasformazione. Da Santo Todoro a Ladi, da Ladi a Palella, il principio generativo sembra cambiare immagine, il rapporto con il paesaggio si modifica e la luce assume progressivamente un ruolo diverso. Dalla profondità della valle alla montagna. Dall’acqua al ventre della Madre. Dal corpo alla geometria. Dalla penombra alla luce. È questo ciò che ci suggeriscono i siti megalitici di Nardodipace?


