Nel paese dove anche l’aria aveva una delega – Parte prima

Nel paese dove anche l’aria aveva una delega – Parte prima

di Cielito Lindo

Cronache di ordinaria follia amministrativa, scientificamente approvate.

Parte prima
C’era una volta, e probabilmente c’è ancora, un piccolo paese affacciato sul mare, dove il sole sorgeva regolarmente a est, tramontava a ovest e tutto sembrava seguire le normali leggi dell’universo.
Tutto, tranne la politica.
In quel paese, infatti, le leggi della fisica, della buona educazione e persino quelle della natura avevano subito qualche piccola modifica. Non per volontà degli scienziati, che anzi sembravano essersi tenuti prudentemente alla larga, ma per iniziativa di alcuni personaggi convinti, ciascuno a modo proprio, di rappresentare il centro dell’universo.
Il luogo dove si consumavano le battaglie più sanguinose era il Comune. Un palazzo apparentemente normale, con porte, finestre, scrivanie e sedie, alcune delle quali avevano assunto un’importanza talmente straordinaria da essere considerate beni di famiglia.
A governare quel piccolo universo c’era il Sindaco Rockettaro, un incrocio fra Mick Jagger dopo una tournée mondiale e un pugile che, arrivato alla quindicesima ripresa, aveva smesso di contare i pugni ricevuti.
Non era un uomo disinteressato al potere, tutt’altro. Al potere ci teneva moltissimo. Aveva sviluppato un attaccamento quasi feticista alla fascia tricolore e alla poltrona, tanto che, secondo Peppe ‘u Barbiere, se qualcuno avesse provato a separarlo dall’una o dall’altra, probabilmente sarebbe stato necessario chiamare i vigili del fuoco.
Aveva però un rapporto molto particolare con il comando.
Amava il potere, ma non necessariamente il suo esercizio.
Governare, del resto, significava prendere decisioni, assumersi responsabilità, qualche volta dire di no. Tutte attività che rischiavano di turbare il delicato equilibrio della sua maggioranza e, di conseguenza, la pace e la serenità della sua adorata poltrona.
Aveva così elaborato una filosofia amministrativa che avrebbe fatto impallidire Machiavelli: lasciare che ciascuno comandasse su qualcosa, possibilmente su tutto, purché nessuno mettesse in discussione chi dovesse rimanere seduto sulla sedia principale.
Le proteste gli scivolavano addosso.
Le polemiche pure.
Le contraddizioni non lo sfioravano nemmeno.
Sembrava un pugile suonato che continuava a incassare montanti senza battere ciglio. Ma bastava che qualcuno pronunciasse la parola dimissioni perché, improvvisamente, risorgesse Mick Jagger, con tutta l’energia necessaria a difendere il palco.
«Dimissioni? Ma perché? Qui va tutto benissimo!»
E tornava immediatamente alla sua serenità amministrativa.
Il problema, però, era che in quello stesso palazzo si aggirava un altro personaggio, destinato a mettere quotidianamente alla prova quella particolare filosofia.
Era conosciuta come la Piccola Imperatrice, leader politica in scala 1:10, ma con ambizioni che avrebbero richiesto almeno tre continenti e un paio di pianeti di riserva.
Nella propria immaginazione ricopriva contemporaneamente le cariche di presidente del Consiglio, ministro dell’Interno, capo della maggioranza, dell’opposizione e, quando necessario, anche di presidente della Repubblica.
Le deleghe comunali erano la sua grande passione.
Ne possedeva talmente tante che nessuno riusciva più a contarle. Qualcuno sosteneva quindici, altri diciassette, mentre Peppe ‘u Barbiere assicurava che il numero variava in base alle condizioni meteorologiche.
Aveva la delega alle feste, agli incontri, alle manifestazioni, alle partenze, agli arrivi e, probabilmente, anche alle soste momentanee.
Ma la voce più insistente riguardava una delega davvero straordinaria: quella alla distribuzione delle boccate d’aria.
Si raccontava che avesse competenza esclusiva sulle inspirazioni, mentre le espirazioni fossero ancora oggetto di una controversia amministrativa.
Del resto, il suo principio era semplicissimo:
«È mio! È mio! È mio!»
Se qualcuno organizzava una festa, era sua.
Se una banda musicale attraversava la piazza, era sua.
Se due cittadini si incontravano casualmente davanti al municipio, rivendicava immediatamente la delega agli incontri fortuiti.
Se nasceva un’iniziativa, una proposta o anche soltanto un’idea, lei era già pronta a reclamarne la proprietà.
«È mio! È mio! È mio!»
E il Sindaco Rockettaro, che aveva ormai imparato a riconoscere il pericolo già dal primo «È mio», interveniva prontamente.
«Va bene, va bene, è tuo. Basta che state tranquilli!»
Una mattina, la Piccola Imperatrice entrò nel suo ufficio pretendendo che fosse finalmente chiarita la questione dell’aria.
«Sindaco, qui ognuno respira come gli pare! Non possiamo continuare con questa anarchia respiratoria!»
Il Rockettaro alzò lentamente gli occhi dalla scrivania, con l’espressione di chi aveva appena incassato un altro destro sul mento.
«Va bene, va bene. Occupatene tu. Però lasciatemi almeno respirare in pace.»
«E le espirazioni?»
«Pure quelle, pure quelle.»
«E gli sbadigli?»
«Anche gli sbadigli.»
«E i sospiri?»
Il sindaco esitò un istante.
«I sospiri lasciamoli liberi. Almeno quelli mi servono.»
La Piccola Imperatrice uscì soddisfatta, convinta di aver conseguito un’altra grande vittoria politica.
Ma il suo problema non erano soltanto le deleghe.
Era il mondo.
Un mondo che, secondo lei, le era profondamente avverso. Non perché avesse qualcosa da rimproverarle, naturalmente, ma per una ragione molto più semplice: la temevano tutti.
Chi la contraddiceva, la temeva.
Chi non la considerava, la temeva ancora di più.
Chi le dava ragione, probabilmente lo faceva per paura.
Persino chi non sapeva della sua esistenza, secondo lei, fingeva di ignorarla per nascondere il terrore.
E intanto, mentre dentro il Comune si combatteva per il controllo dell’ossigeno, fuori dal palazzo si preparava un’altra rivoluzione.
La protagonista era una vecchia conoscenza del paese: la Signora del Megafono.
Un tempo aveva l’abitudine di recarsi sulla spiaggia, con un enorme cappello, il foulard svolazzante e lo sguardo rivolto all’orizzonte, per intrattenere lunghe conversazioni con il mare.
«SULLA SPIAGGIA NON SI TRATTAAAA!»
Gridava verso le onde, nella speranza che Nettuno prendesse finalmente posizione.
Nessuno aveva mai capito esattamente quali trattative fossero in corso, né chi avesse conferito al dio del mare il mandato di negoziare. Ma lei continuava, imperterrita, nella propria attività diplomatica.
Poi, con il passare del tempo, qualcosa era cambiato.
Il mare non bastava più.
Le onde, evidentemente, non assicuravano un accompagnamento sufficientemente drammatico alle sue battaglie.
Così la Signora del Megafono aveva trasferito i propri proclami nelle notti buie e tempestose.
Adesso appariva in video mentre lampi e tuoni sembravano accompagnare ogni parola. Il vento soffiava, il cielo si illuminava e l’atmosfera ricordava quelle vecchie pellicole nelle quali, da un momento all’altro, sarebbe dovuto comparire Dracula.
Ma Dracula, fortunatamente, non c’entrava nulla.
Il suo vero problema era Superman.
Già, proprio lui.
Quel Superman che un tempo veniva evocato dal Vecchio Saggio e davanti al quale la Signora sembrava perfino raccogliersi in rispettosa attesa, era diventato il suo principale tormento.
Perché Superman aveva commesso una colpa imperdonabile: aveva osato occupare uno spazio nell’universo rivoluzionario che lei considerava di propria esclusiva competenza.
La rivoluzione, quella vera, quella autentica, quella certificata DOC, poteva avere una sola protagonista.
Lei.
Superman poteva anche salvare il mondo, fermare i meteoriti, spostare montagne e volare più veloce della luce.
Ma guai a presentarsi come rivoluzionario.
Quello era territorio riservato.
La faccenda aveva assunto proporzioni talmente surreali che ormai qualunque cosa facesse Superman diventava motivo di contestazione.
Se la contraddiceva, era un nemico della rivoluzione.
Se taceva, tramava nell’ombra.
Se interveniva, cercava visibilità.
Ma il peggio arrivava quando Superman commetteva il più grave degli affronti: si permetteva addirittura di sostenere le idee e le battaglie della Signora del Megafono.
Una sera, durante l’ennesimo temporale, la signora apparve in video particolarmente indignata.
«È inaccettabile! Superman continua a sostenere le mie battaglie!»
Un lampo illuminò il cielo.
«Costui vuole impossessarsi della rivoluzione!»
Un tuono accompagnò la dichiarazione.
Peppe ‘u Barbiere, che seguiva il video dal telefonino, guardò il Vecchio Saggio.
«Ma se quello le dà ragione, che problema c’è?»
Il Vecchio Saggio si sistemò lentamente sulla panchina.
«Peppe, tu non capisci. La rivoluzione non è soltanto avere ragione. È impedire agli altri di averla insieme a te.»
«E allora Superman che dovrebbe fare?»
«Contraddirla.»
«Ma così diventa nemico della rivoluzione!»
«Appunto.»
Peppe rimase in silenzio.
Poi domandò:
«E se non dice niente?»
«Vuol dire che sta tramando.»
A quel punto Peppe guardò il cielo, quasi sperando che Superman arrivasse davvero a spiegargli come funzionasse quella strana forma di opposizione.
Intanto la Signora del Megafono continuava a tuonare.
«Non basta darmi ragione! Bisogna avere il mio permesso per essere d’accordo con me!»
Continua nella seconda parte.

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