Fabio Macagnino e la critica al Kaulonia Tarantella Festival

Fabio Macagnino e la critica al Kaulonia Tarantella Festival

“La responsabilità è delle ultime due Amministrazioni”

 

Fabio ci concede questa intervista al termine delle prove con il collettivo Mu.Lo. ma non sembra stanco. Quando parla di quello che ama, la musica, sembra fremere di energia. Probabilmente si attendeva delle domande più compiacenti, più generiche e sembra spiazzato. Inizialmente. Poi prende fiato e risponde fuori dai denti, con una sincerità disarmante, senza stupida diplomazia e le sue risposte non sono scontate ma cariche di argomentazioni che ci offre come un dono sul quale riflettere. Sul quale molti dovrebbero riflettere.

 

Fabio, quando e perché hai cominciato a fare musica?

Ho cominciato a 13 anni perché mio fratello maggiore, che era già chitarrista, aveva bisogno di un batterista.

Quindi per necessità di tuo fratello?

Esatto. Io volevo fare il chitarrista ma mio fratello… ho fatto il batterista e percussionista per molti anni. Ho cominciato in Germania ed ho continuato a Caulonia con un gruppo rock.

Però poi sei arrivato alla chitarra…

Si. Dopo diversi anni e dopo diversi intrecci: ho fatto teatro, ho preso lezioni di canto a Roccella… dentro di me comunque c’era questa voglia di scrivere canzoni quindi a un certo punto ho lasciato tutto il resto ed ho cominciato a scrivere. In realtà scrivevo canzoni da sempre però le lasciavo nel cassetto. A un certo punto ho detto: vabbè ora ci provo!

Tra le varie collaborazioni che hai avuto c’è stata anche quella con Mimmo Cavallaro, avete anche fondato qualche gruppo insieme.

Parecchi.

Perché vi siete lasciati?

Ah… domanda diretta… io facevo rock con gli Omerthà, a un certo punto entro un po’ in crisi e Mimmo mi coinvolge per suonare ad una sagra. Lì è iniziata questa collaborazione che è durata 18 anni. Grazie a Mimmo ho cominciato a scoprire questo genere musicale che non conoscevo affatto. Venivo dalla Germania quindi non conoscevo la musica popolare né del sud Italia, né quella di Caulonia, né quella della Calabria. Quindi c’è stato un periodo in cui mi sono ubriacato al vino della riscoperta della nostra identità. È stata proprio una scoperta. Ho lasciato tutto, ho lasciato il rock e mi sono dedicato alla musica popolare e l’ho fatto per molti anni con entusiasmo e con molta felicità. Però a un certo punto ho cominciato a vedere alcune cose che non mi andavano di questo movimento, di questa scena. C’era, anzi c’è, un certo tipo di “calabresità” che non mi piace. La avverso proprio! Campanilismi, tutta una serie di codici legati a questo genere musicale che io piano piano ho cominciato a leggere, perché prima non avevo il codice per interpretare certe cose. Quindi a un certo punto mi son detto che la Calabria sta cercando il suo riscatto soltanto nella rivalutazione del proprio passato, delle proprie tradizioni e questo non va bene, bisogna cercare anche di immaginarsi un altro futuro. E quindi ho deciso di scrivere, di cominciare a scrivere delle canzoni che attingessero un po’ alla nostra atmosfera, ma allo stesso tempo sento di voler essere un uomo completamente con i piedi nel presente.

Quindi tu sei uno di quelli che direbbe che oggi Caulonia non è soltanto tarantella.

Assolutamente. Non solo Caulonia. Io penso che la Locride abbia una scena musicale e culturale che va scoperta ma che è abbastanza viva. Soltanto che in questi ultimi 15 anni c’è stato un appiattimento, sulla scorta di questo entusiasmo per la riscoperta delle proprie tradizioni si è appiattito tutto il resto e quindi la scena culturale potrebbe essere molto più ricca. Lo è! Soltanto che è lì nascosta e…

Non trova spazio

Non trova spazio. Per cui è una questione di scelte. Quando abbiamo cominciato con Mimmo eravamo abbastanza eretici e disobbedienti, ci guardavano un po’ dall’alto in basso. Ma ora la tarantella è diventata egemone, è diventata “mainstream” ed io ho scelto di restare eretico e disobbediente.

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A Caulonia e in Calabria si può vivere di sola musica?

Sopravvivere si può. Ripeto, se tu appartieni a quel “mainstream” si vive anche molto bene. Quando suonavo con Mimmo e con Cosimo Papandrea vivevo abbastanza bene economicamente. Mi bastava mettere il tamburello sotto il braccio e suonavo e facevo bei soldini. Dopodiché è diventata un po’ più difficile…però insomma…con un po’ di espedienti si riesce…

E le istituzioni come rispondono?

Le istituzioni non rispondono! Rispondono solo se usi la parolina magica: “tradizioni”. Se usi questa parolina magica, ti si aprono le porte della Regione, della Provincia e del Comune. Se invece proponi…

Se sei eretico no.

Se sei eretico assolutamente non rispondono. Devo dire che ci sono dei comuni un po’ più accorti come quello di Roccella, dove stiamo facendo delle cose con altri musicisti del collettivo MU. LO.

Parliamone un attimo. Cos’è Mu.Lo.?

Musicisti Locride. Ci sono i Quartaumentata, c’è Francesco Loccisano, c’è Mujura e poi io. Questi musicisti, nonostante abbiano sempre fatto delle cose parallele, hanno spesso collaborato. Mujura ha prodotto artisticamente il mio cd, Massimo Cusato ha suonato in tutti i miei cd ed abbiamo collaborato spesso, finché non c’è venuto in mente proprio di strutturarlo questo gruppo e quindi abbiamo cominciato a suonare insieme, nel senso che proprio stiamo tutti insieme e contemporaneamente sul palco e suoniamo i brani l’uno dell’altro: i Quartaumentata suonano i miei pezzi, io suono sui loro pezzi quindi è diventato un unico spettacolo fatto però di canzoni dei quattro artisti. Ed è venuto fuori un progetto che ci entusiasma perché abbiamo visto che è stato abbastanza contagioso. C’è stato un crescendo di partecipazione da parte del pubblico che evidentemente ha voglia di vedere condivisione, collaborazione.

Veniamo un attimo al tuo, al nostro paese, Caulonia. Cosa cambieresti e cosa salveresti?

Un’altra domanda a bruciapelo…

Bè, siamo il giornale di Caulonia…

Ci dovrei pensare un po’… di Caulonia in modo specifico…

Dai, una cosa da salvare ci sarà…

Si… anche più di una cosa… fammici pensare… così all’improvviso mi vengono in mente tutte le cose belle della Calabria: il cibo, il mare, l’aria, tutte queste cose. Però qualcosa di specifico di Caulonia devo dire…

Forse questa difficoltà è sintomo di un’assenza di identità di Caulonia?

Probabilmente. Forse Caulonia è proprio il centro nella locride che ha promosso questo calderone dove dentro c’è stato messo di tutto. Pseudomeridionalismo, rivendicazioni borboniche, rivendicazioni identitarie, cioè il festival di Caulonia è diventato proprio il promotore di tutta questa immagine che secondo me è molto superficiale e quindi anziché costruire una forte identità, promuovendo attività culturale tutto l’anno, siamo arrivati al punto in cui si ruota davvero tutto intorno alla riscoperta delle tradizioni. Ma ne stiamo parlando da 20 anni. E adesso…

Le abbiamo già riscoperte.

Le abbiamo già riscoperte le radici, siamo andati anche più giù delle radici, adesso i frutti dove sono? Ecco, probabilmente Caulonia poteva diventare un centro di divulgazione, cercando magari un collegamento col festival Jazz di Roccella. Se questi due festival avessero collaborato si sarebbe già creata una scena musicale e culturale molto più vivace.

Invece permane questo assurdo campanilismo,  Caulonia è Caulonia, Roccella è Roccella.

E’ una cosa assurda. Insomma di Caulonia io salverei: il borgo, il cibo, insomma tutto quello che si mangia durante il festival, salverei il pre e il dopo festival.

Lo sai che sei uno dei pochi cauloniesi che ha il coraggio di criticare il festival? Sei una mosca bianca.

Si. Probabilmente perché mi ha toccato da vicino questa vicenda. E quindi, probabilmente non sono obiettivo. Siccome ci ho molto ragionato intorno, c’ho lavorato per un po’ al festival, io sono convinto di quello che sto dicendo. Un festival è un buon festival non perché fa venire tanta gente, perché io, se mi date diecimila euro, compro molti maiali, li scanno, e poi regalo la carne alla gente, la regalo, gratis! Sapete come si riempie la piazza? L’ho visto! L’ho visto fare, non mi sono inventato niente. A S. Giovanni di Gerace molti anni fa, si regalava in piazza la carne. Ed era così piena di gente quella piazza! Quindi, la scommessa non è far venire un sacco di gente al festival, la scommessa è farla venire e proporre. Proporre delle formule che in qualche modo ti permettano di inventare anche un nuovo scenario. Perché ne abbiamo bisogno o no? O siamo felici nella locride? È tutto bello e tutto va bene? O dobbiamo pensare che dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo? Io la penso così. Probabilmente per questo sono un eretico.

Com’è andato “By the jasmine coast”?

Il libro “By the Jasmine coast” sta andando bene. Anzi devo dire che è proprio grazie a questo libro che ho cominciato a lavorare di più. Grazie al libro ho l’opportunità di suonare in alcuni posti in cui altrimenti non avrei suonato: biblioteche, associazioni culturali, ho la possibilità di incontrare il pubblico che fa domande, ed ho la possibilità di spiegare le cose che praticamente sto spiegando in quest’intervista. Nel mio libro parlo proprio di questi argomenti, insomma di come io da tedesco ho vissuto e vivo la costa dei gelsomini. Devo dire che il libro mi sta dando soddisfazioni.

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Bene. Credo sia corretto informarti che il titolo di quest’intervista, alla luce delle tue dichiarazioni, verterà sicuramente sulla critica al festival della tarantella, ne sei consapevole?

Si ne sono consapevole. Sono anche abituato. A dire la verità negli ultimi due anni avevo smesso di parlare di questi argomenti e avevo smesso di essere così diretto.

Tutta colpa mia allora?

Si. Perché devo dire che sono così per scelta, eretico e disobbediente ma non mi piace fare il pedone degli scacchi, che va da solo.

Però la tua è una critica costruttiva, mica demolitrice.

Assolutamente si. È una critica da persona che non solo ama, ma adora il festival. Io amo il festival, e al contrario di quel che si può pensare, mi piace moltissimo la tarantella. Solo che non mi piace il tarantellismo, non mi piace tutto quello che è venuto di conseguenza.

Credo che molte persone concordino col tuo punto di vista ma pochi hanno gli strumenti ed il coraggio per affermarlo.

Si, ma essendo una persona abituata a fare molta auto-critica, a un certo punto ho detto: ma non è che sto sbagliando tutto? Non è che sto dicendo cavolate? È da dieci anni che dico cavolate e magari mi fermo un attimo. Però vedo che quando ne parlo tutto sgorga così spontaneamente e che ci credo veramente, quindi… Ammetto però che non ero preparato a questo tipo di intervista.

Non te l’aspettavi?

Immaginavo tutt’altro.

Beh…così scopri che “Ciavula” non sarà accondiscendente ma cercherà sempre di “punzecchiare”.  Per finire vuoi aggiungere qualcosa?

Visto che abbiamo parlato del festival, e se lo dovrò fare la difenderò questa mia tesi, vorrei dire che è colpa delle ultime due amministrazioni se le cose sono andate così. È politica!

Quindi parli dell’amministrazione Ammendolia e dell’amministrazione Riccio?

Si. È politica la responsabilità e non artistica.

Insomma stai alleggerendo le responsabilità di Mimmo Cavallaro e stai ingrossando quelle di Ilario Ammendolia?

No. No no. Non è per questo che l’ho detto, perché Mimmo è direttore da due anni, quindi ha responsabilità relative. Stiamo parlando di un arco di tempo di 10 anni. La responsabilità di Mimmo è che poteva, e forse ci ha provato, equilibrare delle scelte. Io negli ultimi due anni non me ne sono proprio interessato, negli ultimi due anni ho cercato proprio di… sennò il fegato…

Il festival ha sempre prodotto contrapposizioni, è uno dei temi più caldi a Caulonia.

Si.

Questo lo trovo paradossale perché di temi rilevanti ce ne sarebbero. Nessuno contesta il ruolo del festival di tarantella, il suo valore culturale, l’indotto economico che produce… ma tutto questo è molto relativo di fronte ad un territorio che ha altri e grossi problemi.

Probabilmente è la sintesi, un simbolo, il festival rappresenta tantissimo la mentalità cauloniese. Nel bene e nel male la riassume. Quindi il festival… Basta. Ho detto già troppo.

Poi Fabio ride e gli esce un “… e con questo ho smesso di suonare a Caulonia”. Ci auguriamo invece che non sia così. Che si possa discutere di tutto senza ripicche e senza timori. E che validi artisti cauloniesi come Fabio vengano sempre di più apprezzati e possano trovare nuove opportunità. “Ciavula” ha anche questa funzione, quella di promuovere dibattito, di affermare quello che altri nascondono, di essere tramite l’informazione motrice di cambiamenti. Le mie competenze artistiche sono molto relative e non oso sindacare le scelte che verranno fatte, ma da semplice ascoltatore della sua musica non posso non affermare che mi farebbe piacere rivedere Fabio Macagnino,  magari col collettivo Mu.Lo, sul palco del prossimo festival di Caulonia.