Passione e delitto di Portello di Schiavo

Passione e delitto di Portello di Schiavo

Accadeva ancora negli anni venti del secolo scorso. I bastimenti partivano verso terre lontane carichi di dolore e speranza, e tornavano pieni di struggente nostalgia e piccole fortune. Era il lungo, interminabile via vai degli emigranti attraverso gli oceani, ora calmi ed ora tempestosi; la fuga dalla miseria e dalla fame figlie d’una prepotente, secolare ingiustizia, e il ritorno vibrante del baldanzoso riscatto di cui nessuno conosceva il prezzo, le asprezze delle fatiche, delle privazioni e dell’odio razziale nelle città, nelle praterie e nelle montagne innevate. Tutto segretato nell’inconfessabile rivincita nel luogo della sconfitta. Una corsa da umiliazione ad umiliazione, ma ora un gruzzolo in mano poteva cambiare per sempre la vita.
Così tornava Alfredo dalla grande città di New York con il suo sogno americano tenuto ben stretto nelle casse colme di doni per la madre, i parenti e gli amici. Cose raccolte nei quindici anni di emigrazione con il pensiero rivolto alla terra natia. Cose strabilianti quanto inutili per una società arcaica e rurale, servivano per destare meraviglia e darsi delle arie, per raccontare le menzogne di un vissuto favoloso e segnare la differenza tra un mondo opulento proiettato al progresso e al futuro e la realtà paesana ristretta, quasi immobile nella miseria avvilente. Alfredo era un bell’uomo baffuto, pronto ad un sorriso slargato per mettere in bella evidenza il suo dente d’oro tra gli incisivi, al centro della bocca. Aveva trasformato la menomazione ricevuta in una rissa nel simbolo della sua ricchezza, voleva dire che se lo poteva permettere, e lo strofinava con orgoglio e puntigliosa insistenza per farlo brillare come se volesse proiettare una luce abbagliante dalla sua vita di uomo navigato, che ne aveva viste tante, e tenere a distanza tutti gli altri compaesani, immersi nel buio dei soliti affanni di una sopravvivenza stentata.
Si agitavano ancora le ansie quasi millenarie attorno al demanio, alla terra degli usi civici rubata dalle famiglie più cospicue alla turba bisognosa del paese. I combattenti della prima guerra mondiale,asserragliati nelle trincee scavate nelle rocce e i ghiacciai delle Alpi, la sognarono sotto il fragore delle bombe e il crepitio delle mitragliatrici e per essa morirono sul filo spinato, e i superstiti ora la pretendevano come la terra promessa, ma Alfredo, partito bracciante nelle poche giornate di lavoro che riusciva a trovare, aveva compiuto il salto sociale, sentiva il diritto di appartenere alla classe media dei “massari” che avevano case, poderi e animali. Trasse Carmela, l’anziana madre, dal tugurio in cui viveva per donarle una vera dimora con la stalla e il magazzino al piano terra, e la scala che conduceva al largo pianerottolo del primo piano, e da lì alla cucina con il focolare e il forno, e alle due stanze da letto. Mastro Nicola, il falegname, l’aveva bene arredata con mobili nuovi e lucidi di legno massello che odoravano ancora di cera d’api e di lacca. In cima alla credenza, posta all’entrata, campeggiava la statua della Libertà per annunciare agli ospiti che quella era la casa dell’americano, e ai vetri di una ante, davanti ai bicchieri e alla bottiglia del rosolio, era infilata la fotografia sbiadita del padre, deceduto quando Alfredo aveva appena due anni. Due Crocefissi alla testa dei letti completavano i simboli della nuova dimora, come i numi tutelari di una civiltà antica trapassata. La prima sera, come se fosse quella delle nozze, Carmela, stordita, incredula, pianse a dirotto lacrime di gratitudine verso quel figlio che aveva cresciuto con tanti patimenti e che ora la ricambiava con una casa che per lei era una reggia, con i sai nuovi color turchino, le camicie bianche su cui indossare i corpetti, i fazzoletti per il capo di seta bianca, le scarpe lucide, i materassi di lana, soffici e caldi, su cui dormiva per la prima volta nella sua vita. Ma la felicità era troppo grande per essere vera e duratura, e Carmela sentiva aggirarsi nel suo cuore l’ombra di una sorte ingannevole, dell’invidia e del malocchio. Si rassicurava tenendo stretto nel petto l’amuleto celeste con l’immagine della Madonna a cui rivolgeva implorante le sue preghiere quotidiane. Dopo aver attraversato la via Crucis della sua vita guardava con empatia al Cristo Risorto della Matrice, e affidava nelle sue mani il figlio, come una madre pietosa.
Anche gli animali in quell’epoca seguivano le categorie sociali degli uomini: più in basso stavano gli asini e poi venivano i muli, ma Alfredo volle chi stava al vertice e comprò una cavalla pezzata. Doveva percorrere in lungo e in largo i sentieri delle vallate dell’Allaro e dell’Amusa per acquistare sulle sponde delle fiumare un bel giardino di aranci, e poi sulle colline più alte, ben esposte al sole raggiante, un vigneto con il filare dei tralci e dei grappoli gialli dorati e rossi vermigli.
Era giunto il tempo della vendemmia, lo si capiva fiutando l’aria. La pioggia era assai lontana e il sole nel cielo terso indorava morbidamente la terra con i colori pastello dell’estate ancora tenace e già volta all’autunno, e il paese si riempiva di un inconsapevole ottimismo, si rianimava con l’allegro odore del mosto che ribolliva lungo le strade, i vicoli e le piazze nei barili zaffati con le foglie delle viti e legati ai basti degli asini e dei muli che arrivati affaticati dai sentieri delle colline entravano dalle quattro porte. Gli uomini già pensavano al vino nuovo che avrebbero tracannato di cantina in cantina con le compagnie deliranti del giorno di San Martino, accompagnandolo con le caldarroste o i pezzi di cacio, e i ragazzi a frotte festose seguivano le cavalcature con le cannucce in mano per rubare qualche boccata acre. I contadini accaldati si fermavano davanti ai freschi e bui magazzini, scaricavano i barili e travasavano il prezioso liquido rosso e inebriante nelle capienti botti della fermentazione. In un largo pendio prossimo alle montagne, tra i filari delle viti, uomini e donne si abbassavano e si elevavano in punta di piedi, tendevano le braccia e con le mani vischiose, inumidite, impastate dai succhi con le ragnatele, raccoglievano i grappoli che, con delicatezza e occhi avidi, deponevano nelle ceste adagiate all’ombra dei tralci, mentre le vespe e i calabroni si adunavano sugli acini, e le farfalle variopinte svolazzavano impaurite tra i pampini. Il sole era già alto, scaldava il cielo e la terra. Solo qualche fiocco di nuvole immobili tratteggiava con pennellate serene l’inquietudine di una visione accecante nell’afa dello scirocco, pesante, avvolgente, appiccicoso come il miele, come il succo dell’uva e i frutti che con un tonfo sordo si lasciavano cadere dai peri e dai peschi stanchi della loro incombenza. Tutta l’aria sapeva di dolce e di maturo, finanche il canto aspro delle cicale che si rincorreva di valle in valle e portata in cielo un vago rumore di mare. I vendemmiatori con le ceste sulle spalle o sul capo s’incamminavano verso la sommità del pendio e gettavano il raccolto nel palmento, poi sedevano all’ombra di una grande quercia, tiravano dalle tasche i fazzoletti sporchi e asciugavano la fronte e il collo dal sudore. Nel meriggio le foglie degli alberi erano ferme in un torpore sonnecchiante e le viti e i tralci liberati dal gravame dell’uva gioivano, i chicchi pressati dal loro stesso peso si disfacevano, non trattenevano più i succhi che a gocce scendevano di grappolo in grappolo fino a divenire minuscoli rivoli al fondo del palmento, mentre le vespe risalivano in superficie stordite, come ubriache cercavano l’aria più nitida e fresca per respirare, riprendersi dall’oblio e volare lontano. La bottiglia del vino vecchio passava di mano in mano e gli assetati ingurgitavano con una risonanza gutturale avida e roca, come se suonassero la trombetta dei bimbi nel giorno della festa, della felicità, della dimenticanza di ogni affanno per scacciare la stanchezza e liberare lo sghignazzo e l’allegria. In quel momento giunse Alfredo, dritto in groppa alla cavalla pezzata, imponente come un dio guerriero che irrompa sul campo di battaglia. Trafelato, precipitò di sella e andò incontro al padrone del vigneto. Tutti ammirarono la cavalcatura, la sella di cuoio ricamato, il frustino, le bardature e i finimenti. Solo una donna di nome Maria, invece, fissò Alfredo sorpresa dall’apparizione dell’uomo facoltoso e virile. Sotto il cappello di paglia e la camicia aperta spiccavano il petto villoso e una marcata catenina d’oro con il Crocefisso. Bella e giovane com’era, si staccò dalla compagnia, lavò i suoi piedi e saltò nel palmento. Affondò negli acini, sollevò le vesti sopra i ginocchi bruni, le resse con le mani protese e cominciò a pigiare. Danzava per Alfredo al suono dei grappoli che si schiacciavano, mentre le trecce nere corvino si snodavano dalla testa, lambivano gli omeri e le spalle, e il succo cominciava a scorrere come il sangue rosso e caldo da una ferita larga e profonda nella carne viva. I vendemmiatori la osservarono ammirati, si strizzarono l’occhio, si fecero un segno d’intesa con il capo e si persero di nuovo tra le viti con fare furtivo e discreto. Rimasero soli! Ma nascosto in una fratta un uomo gonfio di gelosia non li perdeva di vista. Alfredo non se ne avvide, rapito dalle movenze di quella musa bucolica e montanara. Maria affrettò il ritmo, girava su se stessa, ondeggiava in quel piccolo mare rosso schiumoso. Sulla fronte e sul collo le comparvero gocce sensuali di rugiada che le rigarono le gote arrossate, scesero nel petto, raggiunsero i fianchi, bagnarono le vesti che si appiccicarono al corpo come una nuova pelle trasparente per mostrarla nel gioco della seduzione delle nudità accennate, intraviste, delineate e scoperte dall’immaginazione con le sue vene e il suo respiro pulsanti le essenze delicate dei fiori di lino; ne esaltava le fattezze ben modellate da uno scultore lascivo e sapiente. Spiccavano sobbalzando mollemente i seni inturgiditi, l’areola e gli apici sensibili dei capezzoli che trafiggevano come spilli gli occhi di chi li guardava, la prominenza tondeggiante che sporgeva dalla fossetta gemmata dell’ombelico, gli incavi alla base del tronco che annunciavano i rilievi dei glutei serrati sodi e stretti, e le gambe tornite che parevano due colonne slanciate nel movimento sperso di una folle fantasia, Incrociarono sguardi infuocati, densi di cupidigia. La cupidigia dell’amore? La cupidigia del denaro? Alfredo non se lo chiese e si fece avanti, Apparvero pericolosamente vicini sull’orlo del palmento. Lei alzò ancora il lembo delle vesti sulle cosce e con le braccia fece un gesto come per invitarlo nel ballo conturbante. I respiri ora si confondevano e si univano indissolubilmente. Alfredo, chino squarciò i vapori velati del mosto e sitibondo lo bevve con le mani incrociate come fosse l’essenza della donna che lo struggeva, si alzò e tolse dal collo il suo fazzoletto rosso per detergerle il sudore, ma lei lo respinse con un gesto inaspettato che ferì il suo orgoglio e lo indusse a risalire in sella e sparire al galoppo. Maria uscì dal palmento e corse a piedi nudi per vederlo attraversare curvo sulla criniera i pioppi e gli oleandri in fondo al greto bianco e ciottoloso della fiumara. Il mosto le aveva disegnato sulle gambe graziosi stivaletti violacei e negli occhi si leggeva il triste rimpianto di un desiderio inappagato: quell’uomo avrebbe potuto cambiare la sua misera esistenza con un amore vero che l’avrebbe riscattata ed elevati i suoi sentimenti, ma non poteva spingersi oltre quella seduzione irrefrenabile.
Alfredo perse la sua pace, dimenticò il suo progetto di vita, la madre e i poderi che voleva acquistare. A Carmela non sfuggirono le inquietudini e le ansie del figlio. Cercò di consolarlo, incoraggiarlo. Anche lei voleva che, dopo il matrimonio sfortunato con Cecilia, si ricostruisse una famiglia con una nuova donna e tanti figli che avrebbero allietato la sua vecchiaia. Ora poteva! Ora che il ben di Dio non mancava. E Alfredo non si diede per vinto finché non scoprì dove abitava Maria.

portello di schiavo
Una bella mattina soleggiata, la cavalla s’inerpicò per l’impervio sentiero tra le ginestre della località chiamata Portello di Schiavo- In quel punto pareva che la terra avesse deciso di diversi in due tanto erano profonde le ferite che l’attraversavano in un’aria di mistero primordiale imperscrutabile. Alfredo si presentò sull’aia di un casolare con un mazzo di rose rosse come aveva visto fare taluni giovanotti goffi e innamorati, là in America. Maria comparve sull’uscio con il cuore in tumulto. Quell’uomo non era solo facoltoso e virile, ma anche gentile, sapeva come le donne volevano essere corteggiate. Si guardarono negli occhi per attimi infiniti senza parlare e ad un tratto non si videro più. Istintivamente, i loro corpi avvinghiati come in una lotta selvaggia entrarono in casa, e Maria si lasciò cadere sul letto abbozzando una difesa complice che portava l’eccitazione e gli affanni alle stelle. Rivoli tremanti, scroscianti di pioggia confluirono nell’impeto straripante della fiumara, salirono con la marea in cui parve sublime affogare. E lì passarono il giorno e la notte, e tanti giorni e notti di passione per i mesi avvenire.
Alfredo si consumava in un amore assoluto e cieco. I soldi non bastavano mai come se si dovesse placare qualcuno che rendeva possibili quegli incontri, quelle lunghe ore di felicità passate in fretta. Maria era entrata nel vortice di una doppia vita da cui non sapeva uscire. Quando i soldi cominciarono a finire, Alfredo se ne avvide. Pensò che nell’ozio e nelle mollezze quell’amore non avrebbe avuto più un futuro, sarebbe stato risucchiato di nuovo nella comune indigenza, nella vita negletta, priva di senso e cominciò a parlare dell’America. Laggiù, le case erano grandi, colorate e contornate da aiole fiorite, i palazzi toccavano il cielo e di notte brillavano come le stelle, i ponti retti da grandi archi apparivano appesi alle nuvole, le strade erano larghe, sfolgoranti di luci e dritte oltre l’orizzonte e le automobili con le ruote nere le percorrevano di notte e di giorno senza sosta, le ciminiere si innalzavano alte e fumanti. Laggiù, tutto era immenso, infinito: le città erano formicolai impazziti e per questo le chiamavano metropoli, le pianure e le montagne non finivano mai. Tutto immenso, tutto infinito come il loro amore. Maria non poteva immaginare quelle meraviglie, però l’America era la via segreta per uscire dal tunnel buio che lacerava la sua anima inquieta. Predisposero le cose da fare e fissarono il giorno della partenza.
Alfredo vendette la cavalla e le bardature, chiese di nuovo un prestito e diede la casa in garanzia. In meno di un anno avrebbe sistemato tutto e nel giorno prestabilito andò felice a prendere Maria.
Passarono due giorni e Alfredo pareva dissolto nel nulla. Non sarebbe partito senza la benedizione della madre e Carmela bussò al portone della caserma dei carabinieri. Tra lacrime, bestemmie e maledizioni denunciò la scomparsa e raccontò le intenzioni di quel figlio che aveva addosso gli occhi di tutti.
Il Vice Pretore avviò le indagini nel luogo e con la persona che l’avrebbero dovuto vedere per ultimi. Maria l’aspettava, ma non si fece vedere quel giorno il traditore che l’aveva illusa con tante promesse. Venne ispezionato il casolare, si cercarono armi da fuoco, coltelli, accette, roncole. Tutto regolare. Sul terreno intorno non c’era traccia di terra smossa e dove ci poteva essere qualche sospetto si fecero delle buche per cercare il cadavere. Nonostante le apparenze si teneva ferma l’ipotesi più grave del delitto e una donna non avrebbe potuto fare tutto da sola. Si indagarono le amicizie e le relazioni di Maria e vennero fuori due nomi: Domenico e Vincenzo. Domenico abitava vicino al Portello di Schiavo e godeva fama di pessimo soggetto, mentre Vincenzo era il suo ruffiano e manutengolo. I soliti amici di merende che cercavano di vivere sulle spalle degli altri.
In paese si sparse veloce la notizia. Non poteva finire bene quell’uomo così spavaldo sempre in groppa alla sua cavalla. Voleva mangiarsi il mondo, sbandierava in faccia a tutti la sua ricchezza. Se non era per quella là chissà dove sarebbe arrivato, era il commento più pietoso, la sentenza di chi la sapeva più lunga. Don Peppe, l’oste che aveva una bottega di vino dietro il Fosso, pensò a lungo cosa fare. “La migliore parola è quella che non si dice”, “fatti i fatti tuoi se vuoi campare a lungo”, erano i detti che scaturivano da una atavica cultura omertosa, ma prevalsero i morsi della coscienza e andò a bussare al portone della caserma dei Carabinieri. Consegnò la valigia che quel giorno Alfredo gli aveva lasciato in custodia con la promessa che il giorno dopo sarebbe passato a riprenderla. “Nella valigia insieme con vari indumenti fu rinvenuto un completo armamentario per la cura della blenorragia: pompetta, siringhe, medicinali da iniezioni endouretrali, ecc.”
In gran fretta Maria e Domenico furono portati in caserma. Negarono qualsiasi relazione amorosa tra loro due. Furono sottoposti a visita medica e risultarono affetti da blenorragia. Avevano mentito! Il male fisico era il legame solido della triangolazione mortale. Ma era indispensabile trovare il corpo di Alfredo, sapere con certezza che era morto e stabilirne la causa.
Bisognava cercare nel Portello di Schiavo, nelle forre profonde, nelle gole dalle pareti verticali, nei precipizi selvaggi che per millenni i corsi d’acqua e il vento avevano saputo scolpire e occultare alla contaminazione degli uomini le meraviglie inabissate della terra. Forse quei ventri vorticosi, misteriosi e segreti avevano inghiottito Alfredo e non lo volevano restituire alla luce. alla verità, ad una cristiana sepoltura, al pianto disperato della madre, alla pietà umana.
Bisognava avere le attrezzature degli alpinisti, la loro abilità nell’attaccarsi come ventose alle pareti rocciose, lisce come i marmi dei palazzi patrizi e delle chiese. Il tempo stringeva e il vice Pretore dovette cedere il posto al Pretore titolare. L’avvicendamento pose fine alle indagini e prosciolse i due arrestati per la mancanza della prova principale.
Le prove servono alla giustizia, ma non alla coscienza. Essa è conoscenza intima di sé stessi, dei sentimenti più forti, dei desideri, delle inquietudini, delle ragioni del dolore e della felicità. Se non si entra nei suoi meandri i fatti possono essere bugiardi. Maria era proprietà di Domenico, poteva concederla in cambio di soldi, ma non tollerava che si staccasse da lui. Maria amava Alfredo, temeva di perderlo di fronte alla rivelazione del suo passato, e per vivere quell’amore doveva cedere alle pretese di Domenico. La vita era un inferno e quando capitavano pezzi di paradiso si faceva di tutto per trattenerli, le eroine cristalline e inflessibili della nostra morale stavano nei romanzi che non si conoscevano. Alfredo perse la vita e Maria ogni speranza a una nuova esistenza dignitosa, libera con il suo uomo, felice in terre lontane.
Passò un anno e Carmela perse la casa, tornò a finire i sui giorni nel tugurio dove era sempre vissuta. Si sa che i creditori hanno cuore soltanto per i loro soldi.
Passarono dodici anni di silenzio, di paure, di violenze. Solo una voce incessante chiedeva giustizia, risaliva dalle forre con il vento freddo di tramontava, si spargeva come un eco assordante nelle notti di plenilunio. Maria la sentiva come una condanna e quando la rassegnazione l’aveva sfinita giunse la liberazione. Tornarono i Carabinieri, si calarono nelle forre, trovarono tra mazzi di fiori freschi e appassiti uno scheletro. Non c’erano dubbi, era quello di Alfredo, il suo dente d’oro brillava con il solito orgoglio nel sole primaverile di quel giorno.
Maria, finalmente, poté confessare: Domenico e altri due uccisero Alfredo in un agguato, lo derubarono e buttarono il corpo nella forra profonda di Portello di Schiavo. Tre assassini che il maresciallo Mura, giunto da poco in paese, assicurò alla giustizia e alle patrie galere.