Il ballo e i tamburi di San Rocco ci saranno ancora?

Il ballo e i tamburi di San Rocco ci saranno ancora?

Sarà “illecito sottoporre statue allo spettacolo di danze o movimenti coreografici” ma anche “accompagnare le immagini con fuochi d’artificio o qualsiasi altra manifestazione chiassosa di folklore“. Bisogna riportare i credenti “alla fede vera – aggiungono i vescovi – lontana da ogni tradizione pagana, dalla cultura e dalla mentalità che ognuno si crea una fede personale e la dà per giusta. La fede è una sola”.

Il vademecum sulle processioni e sulle feste religiose – appena preparato dalla Conferenza Episcopale Calabrese (CEC) e diretto ai sacerdoti – è sufficientemente eloquente: bisogna fermare balli e fuochi d’artificio dinanzi alle statue dei santi recate in corteo, perchè essi (balli e fuochi) sono sostanzialmente incompatibili con la vera fede.

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Il ballo votivo (e forse anche i tamburi) in onore di San Rocco, di conseguenza, appare una manifestazione di religiosità popolare assolutamente illegittima per le direttive dei vescovi calabresi. Al punto che, recita sempre il vademecum della CEC, “se violato darà luogo a delle punizioni, qualora sia comprovata la veridicità del fatto contrario al dettame stabilito nel documento“.

La cosa curiosa, a tratti paradossale, è che questa prescrizione normativa dei vescovi calabresi rientra in un rivendicato progetto di contrasto alle infiltrazioni mafiose nelle feste religiose di paese. Il vademecum, difatti, contiene molte cose assolutamente condivisibili e da sostenere con forza, votate ad una vera “squalifica” dei mafiosi che si impegnano nei vari eventi religiosi e della Chiesa e al ripristino di una ritualità cattolica più autentica: dal valore evangelico delle celebrazioni e dei riti cattolici alla condotta personale dei padrini che vengono scelti, dal tenore morale delle personalità che portano le statue al rifiuto di “inchini” e simili durante i cortei religiosi. In sostanza, una religiosità più marcata e assertiva che vada oltre le singole convenzioni sociali (la nostra “carcarazza” ne ha parlato, con molte polemiche di corredo, QUI) e oltre le infiltrazioni della criminalità organizzata.

Il passo sullo “spettacolo di danze” o sui “fuochi artificiali“, tuttavìa, non lo abbiamo capito fino in fondo. Soprattutto, nella funzione anti ‘ndrangheta che permea l’intero vademecum (che c’entrano le danze e le coreografie con la mafia?).

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Può darsi, ed è quanto viene dichiarato, che si voglia esaltare l’aspetto religioso in sè rifuggendo quelle che sono considerate sovrastrutture folcloristiche e coreografiche (l’opinione del sottoscritto è, ovviamente, ben diversa). Oppure, per i fuochi, è probabile che si voglia garantire un pò più di sobrietà nelle spese legate alla festa (su questo, si potrebbe anche provare a fare un ragionamento più complessivo; non bisogna comunque dimenticare, il “ritorno” di natura economica e in visibilità che una grande festa può garantire alla comunità che la organizza). Tuttavìa, accettate queste premesse e volendo estremizzare la cosa, il rischio è che le tradizioni popolari e le vocazioni antropologiche delle nostre comunità vengano semplicemente svilite ed annichilite; oppure, che le feste patronali diventino un monologo clericale (anche un pò noioso) senza risorse da investire sul piano civile (oggi “tagliamo” i fuochi, domani le luminarie, dopodomani gli spettacoli musicali, ecc.).

Tutto questo è un azzardo che una comunità matura, capace di distinguere gli aspetti prettamente religiosi da quelli più legati alle tradizioni di popolo, non può assolutamente permettersi: costituerebbe una perdita enorme di un vero e proprio patrimonio di cultura e di antropologia popolari.

San Rocco

Sembra quasi che il passo che recita “sarà illecito sottoporre statue allo spettacolo di danze” – ci sia consentito l’ardire e l’eccesso della nostra affermazione – sia stato pensato contro una processione come quella di San Rocco (assai sfuggente ai canoni e alle prescrizioni della Chiesa-Istituzione).

Quello che pensiamo realmente della Festa di San Rocco e della vitalità “in carne ed ossa” che la sostanzia, lo abbiamo scritto a chiare lettere nei giorni scorsi (leggi QUI e QUI): “Potenza dell’identità popolare e della tradizione che si rinnova: in una società che tende sempre più a globalizzare, a uniformare, a standardizzare, San Rocco a Gioiosa offre un’anima e un popolo veri, un legame quasi carnale che trasforma questa festa in qualcosa di molto diverso e di molto più ampio di una semplice celebrazione patronale.”

Ancora una volta, torna protagonista il contrasto fra la “normalità” della Chiesa che esercita la sua autorità e si riappropria della “sua” processione e della “sua” Festa (così abbiamo letto anche la novità di quest’anno, quella concernente la sosta della statua di San Rocco presso la Chiesa del Rosario) e la “specialità” di una comunità – fatta anche di laici e di razionalisti come il sottoscritto – che è più grande e più inclusiva della sola comunità di fede e che individua nei riti popolari della Festa di San Rocco una sorta di meccanismo identitario e di rivendicazione di sè.

San Rocco

Vito Teti, grande antropologo ed interprete magistrale della “calabresità”, ha scritto proprio su San Rocco (leggi QUI): La presenza di persone, protagonisti, modelli, comportamenti esterni non attenua, ma anzi accentua il sentimento d’identificazione e di appartenenza degli abitanti di Gioiosa con un culto, una devozione, un rito che, pure con molte trasformazioni e innovazioni, restano fortemente ancorati alla “tradizione”. La “nuova tradizione” in cui vengono accolti e ospitati forestieri e turisti rappresenta un elemento costitutivo di una nuova identità della comunità di Gioiosa.

Stiamo attenti, quindi: doveroso e fondamentale che la Chiesa calabrese adotti tutte le misure necessarie a contrastare le infiltrazioni mafiose che la contraddistinguono (e sono tante, anche e soprattutto nelle feste e nelle processioni religiose); ma evitiamo di buttare via “il bambino con l’acqua sporca“, evitiamo di ridurre tutto ad un fatto puramente religioso e devozionale, commetteremmo un errore esiziale per il futuro della nostra terra.

P.S.: una “cattiveria” finale, per mantenere fino in fondo la schiettezza delle nostre riflessioni. Il vademecum, non è una novità per le nostre processioni negli ultimi anni, impone anche che non vi sia raccolta di denaro durante il corteo con le statue. Domanda: perchè durante il corteo all’esterno NO e nelle visite o nelle celebrazioni all’interno della chiesa SI?