La poesia che sopravvive…

La poesia che sopravvive…

LA POESIA CHE SOPRAVVIVE: INTERVISTA A COSETTA TAVERNITI

Esistono saperi e saperi al mondo. Ci sono quelli che durano per un tempo brevissimo, quelli che mirano ad un fine puramente utilitaristico, quelli destinati a salvare qualcuno o qualcosa e, per questo motivo, considerati immortali. Ritengo (forse perché di parte o, forse, perché la mia ancora poca esperienza mi permette di affermarlo) che tra questi saperi rientri perfettamente la letteratura.

E una realtà come la Locride, di letteratura e di poesia, se ne intende parecchio. Partendo dai nomi più illustri come quelli di Tommaso Campanella e Corrado Alvaro, il nostro è stato sempre un territorio impastato di filosofia, letteratura, arte e poesia. Probabilmente, proprio in un tempo di crisi come quello che la Calabria sta attraversando, è importante ricordare che le parole riescono sempre a sopravvivere, laddove tutto sembra spegnersi.

Taverniti1Posso dire di aver trovato conferma di questo scambiando alcune battute con una professoressa della Locride, Cosetta Taverniti, attualmente insegnante di religione presso la scuola di Stilo-Bivongi, ma operante da ben ventotto anni sul nostro territorio. La passione per la poesia la accompagna ormai da tempo, ed è di questa passione che abbiamo fatto il fulcro della nostra chiacchierata della quale propongo qualche estratto.

Da quanti anni scrivi poesie? Le chiedo inizialmente. “Da quindici anni –risponde- e lo faccio perché scrivere mi permette di raccogliere i miei stati d’animo e riflettere su alcune problematiche del mondo. Tra i temi che tratto spesso rientrano, infatti, l’emigrazione, l’abbandono degli anziani e la questione giovanile. In una poesia in particolare tratto il problema di molti giovani che si trovano dietro le sbarre. Ad essi dico di non perdere la speranza perché la libertà, quella vera, si trova dentro sé stessi ed è da li che bisogna ricominciare”.

Il nostro dialogo prende una piega interessante e, entrando nel vivo della sua produzione, le chiedo quali delle poesie che ha scritto legge più spesso: “Con una ruga in più –risponde decisa- è quella che mi porta a pensare al mio passato. Penso che la vita sia come un salto nella corda: essa gira, basta trovare il momento giusto per vincere la paura e fare il salto di qualità. Un’altra delle poesie che rileggo spesso è Paese mio non morire, dedicato a Pazzano, mia terra natale. Ricordo come un tempo la piazza era gremita mentre ora fatica a trovare degli ospiti”.

Mentre ricorda e legge alcuni versi, l’emozione prende il sopravvento e capisco come la letteratura tocca, ancora una volta, nel profondo e riesce sempre a tirar fuori i sentimenti migliori. Allora mi permetto di continuare, chiedendole quale poeta ha fatto nascere in lei l’amore per la poesia: “Penso di aver sempre respirato odore di versi. La cugina di mio nonno, Ada Sapere, scriveva poesie e ha conosciuto personalmente Salvatore Quasimodo durante i suoi numerosi viaggi a Stilo. Ada era una maestra e ha incontrato questo grande poeta su una corriera. Si dice che tra i due sia nata una profonda amicizia” – mi confessa strizzandomi l’occhio.

Cosetta Taverniti

Cosetta Taverniti

Sfogliando il suo raccoglitore e notando i numerosi concorsi cui Cosetta ha partecipato (dal Premio letterario città di Castello al concorso internazionale Salvatore Quasimodo) le pongo un’ultima domanda: pensi che la letteratura possa avere una sua utilità al giorno d’oggi? “Viviamo in una società in cui i ragazzi vivono di tecnologia. Spesso per loro argomenti come la storia e la letteratura risultano superati. Quello che manca loro è il senso del passato e solo coltivando queste discipline possono recuperarlo”.

La mia chiacchierata tra storia e poesia si conclude qui. A voi, lettori, lascio alcuni passi delle poesie ascoltate dalla voce di Cosetta, e affido ad essi il compito più importante: emozionare voi come hanno emozionato me.

DOLCE POESIA
Nella quiete ti cerco,/ nel silenzio t’imploro,/ nell’amore ti colgo./ Ti delinei a volte inaspettata,/ un attimo e ti impossessi di me,/ son tutta tua, mi ispiri, mi dirigi/ verso mondi lontani,/ imprimo sentimenti irraggiungibili, distanti./ Ti cerco tra la gente,/ nel volto di un bimbo, degli amici,/ nella primavera, in un fiore,/ negli attimi di vita,/ nell’alba di un mattino,/ nel calar della sera./ Spunti improvvisa e col vento/ aleggi nell’aria/ inebri i miei sensi/ e li solletichi come piume d’alato./ La brama di possederti è tenace,/ la tua essenza colma la mia anima/ che, assetata di te,/ prova a raggiungerti/ a stringerti tra i sensi,/ a possederti, a farti mia./ Ma a volte, dolce poesia/ ti allontani come acqua corrente/ e discendi incessante/ verso mari più aperti.

CALABRIA
Perla, tra l’infinito e l’azzurro,/ contrastata tra colli e valli/ da bellezza e povertà. Nera la tua terra, pura l’acqua/ ma né sfami né disseti i tuoi pargoli./ Cristallini i mari nei quali/ nasce e muore ogni dì quel sole/ che la pelle degli esuli non scalda […].

PAROLE
Quante parole,/ numero infinito di parole./ Esistono se composte/ ma incomplete se sole stanno./ Allineate formano/ discorsi, motti e poesie,/ dicono tutto o forse no…/ quante parole, ma sovente esse si celano, quasi volessero svanire,/ e si sta celeri e scaltri/ a rinvenire quelle adatte […].

OLTRE LE SBARRE
[…] Seduto ai piedi di un letto malfermo,/ a rileggere ancora,/ per l’ennesima volta, le frasi sui muri/ di maleodoranti stanze,/ umide, spoglie, ingrigite dal fumo./ […] Chiudi gli occhi e ti ritrovi aldilà/ delle sbarre e libero, sogni di volare…/ Vola, figlio mio, vola…/ mai parole per te più dolci/ furono pronunciate […].