I migranti portano il loro francese nelle scuole

I migranti portano il loro francese nelle scuole

Accadeva qualche mese che, per la prima volta, la scuola secondaria di Gioiosa Jonica  incontrava alcuni dei migranti inseriti nel progetto di accoglienza presente sulla stessa Gioiosa Jonica (associazione Re.Co.Sol) al fine di promuovere l’integrazione. Quest’ultima, parola utilizzata quotidianamente da chi ha scelto di lavorare con lo straniero, con colui che arriva da lontano; utilizzata anche da chi, pur non essendo a stretto contatto con i migranti, crede nell’alto ideale dell’accoglienza. L’incontro, avvenuto tra gli studenti della terza media ed i ragazzi provenienti dell’Africa, è stato un successo. Tutto questo grazie al Dirigente scolastico Maria Rosaria Pini, che ha creduto e ha voluto ciò e all’impegno della Prof.ssa Rosaria Milicia, insegnante di francese che anni addietro, in un’esperienza di insegnamento al Nord, si ritrovò ad insegnare in una classe di 15 studenti, di cui solo due erano di nazionalità italiana; la professoressa, ancora oggi, racconta agli studenti di quel ragazzino il quale, figlio di madre e padre ingegneri, arrivò in Italia tramite un gommone. Per ultime (ma non per importanza) le insegnanti di italiano del progetto Sprar che quotidianamente, con dedizione, avvicinano i migranti a questa difficile lingua fatta di troppe parole, come i ragazzi stessi, ironicamente, affermano. DSCN0937La prof.ssa Milicia, la quale ormai da anni insegna presso la scuola media, si occupa in particolar modo della funzione strumentale dei rapporti col territorio e, per tale ragione, va alla ricerca di momenti di confronto tra gli studenti e le realtà con cui viviamo a stretto contatto. L’incontro, avvenuto lo scorso anno, ha visto protagonisti alcuni dei migranti del Progetto Sprar di Gioiosa Jonica  e gli studenti delle classi terze. Ma, ancor prima di ospitare tra i propri banchi questi ragazzi di origine francofona, proveniente da paesi come Mali, Senegal, Burkina Faso e Guinea, la prof.ssa Milicia ha preparato la classe tramite la lettura del testo Le racisme expliqué a ma fille scritto dall’autore marocchino Tahar Ben Jellou. In quel primo incontro, tramite l’uso della lavagna interattiva, i ragazzi africani presentarono, rigorosamente in lingua francese, i propri territori. Si parlò di usi e costumi e alla domanda di uno studente gioiosano “Di che religione sei?”, uno dei migranti rispose “E’ più o meno come la tua!”. Sorprese questa risposta. Il primo incontro fu volutamente non strutturato, per lasciare spazio alle emozioni, alle curiosità, alla libera conversazione. I migranti apparvero  imbarazzati nel trovarsi tutti quegli occhi vispi addosso, vogliosi di osservare e di scoprire. Alla fine dell’incontro, uno degli studenti esclamò  “Questa sì che è lezione!”. Da quel momento in poi, gli studenti riportarono in classe di aver incontrato per strada i ragazzi africani e di averci scambiato quattro chiacchiere, senza il timore che tanti, ancora oggi, provano. Un passaggio che colpì molto la classe fu quando un migrante spiegò dell’importanza di avere i genitori vicino, riferendosi soprattutto alla mamma, “Siete davvero fortunati ad avere la vostra mamma con voi. Sprar EVIDENZALa nostra, l’abbiamo dovuta lasciare in un posto molto lontano”. Frasi che hanno generato riflessioni, entusiasmo e, soprattutto, consapevolezza. E’ stata l’ottima riuscita del primo incontro a spingere la prof.ssa Milicia a voler dar vita ad una serie di incontri che partiranno dalla fine di novembre e che proseguiranno per l’intero anno scolastico con cadenza mensile. Gli incontri verteranno su un tema principale (musica, cibo, sport, tradizioni) che a rotazione verranno trattati.  “Vogliamo che questi ragazzi si sentano accolti e meno soli, e desideriamo che gli studenti di oggi – che saranno poi gli adulti del domani – possano crescere senza la malattia del razzismo”. La prof.ssa racconta come lei non ritrovi questa “brutta malattia” nei giovanissimi, è qualcosa che appartiene agli adulti maggiormente. Aggiungerei, a coloro i quali vivono ormai secondo schemi mentali fissi, prestabiliti, cristallizzati, restii ad un’eventuale messa in discussione. La strada verso l’integrazione è sicuramente lunga e non poca tortuosa, ma queste grandi-piccole iniziative, possono portarci, pian piano, al raggiungimento di quello che è l’obiettivo di tanti. E’ la sfida del secolo.