Sekinè, morto nella baraccopoli e già dimenticato

Sekinè, morto nella baraccopoli e già dimenticato

di Claudio Dionesalvi

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Dall’esterno sembra sottrarsi alla vista la tendopoli di San Ferdinando, circondata da cespugli di oleandri abbandonati. Tutt’intorno un odore di detriti bruciati segue in carrellata i capannoni deserti, gli scheletri di strutture sequestrate alle ‘ndrine, fossili in cemento di una delle tante aree industriali abortite in Calabria. Il primo ad affacciarsi è Omar (nome di fantasia). Intima a tutti di allontanarsi. Poi si avvicina, c’è uno scambio di battute, sguardi fissi negli occhi, una possente stretta di mano e fa segno di seguirlo: “È qui dentro che il carabiniere ha sparato al ragazzo del Mali”. Sekine Traorè, 27 anni, rifugiato malese, è stato colpito pochi giorni fa dalla pistola di un militare dell’Arma. Viveva in Francia, era in Italia da tre mesi, sceso quaggiù per rinnovare il permesso. Ha perso la vita al termine di quella che secondo la versione della polizia sarebbe stata “una colluttazione”. Non sono però ancora chiare né la causa né la dinamica del presunto scontro fisico. Di sicuro c’è solo che la tenda in cui il ragazzo ha perso la vita, al momento è aperta, priva di sigilli. Nessuna autorità ha provveduto a sequestrarla. All’interno, a poche ore dalla tragedia, tutto è tornato all’ordinario degrado di sempre. La tenda ha ripreso a fungere da bar improvvisato. Il paesaggio circostante è da campo profughi. Alle file di tende di un azzurro sbiadito, marchiate dal ministero dell’Interno, nel corso degli anni si sono aggiunte baracche in cartone e nylon, autocostruite dai migranti. C’è la capanna del gioco, quella della preghiera e l’officina delle biciclette. Niente agrumi, però, nei mesi estivi. I migranti vagano tra rifiuti e pozzanghere, in un caldo opprimente, in questa stagione privi persino del lavoro schiavistico che svolgono per tutto il resto dell’anno. Arriva un camion di aiuti umanitari e loro lo rimandano indietro, in segno di protesta. Vogliono soltanto giustizia per il loro amico. E non solo i soli.

“La baracca in cui Sekine Traorè è stato ucciso da un colpo di pistola ormai più di due giorni fa – spiegano gli attivisti del Comitato verità e giustizia per Sekine Traoré – in questo momento non è sottoposta a sequestro. È ancora l’emporio dove da uno stereo canta Bob Marley, qualcuno fuma una sigaretta e qualcuno beve un caffè. Non sappiamo se un sequestro c’è stato, ma nessuno sembra confermarlo. Eventualmente, si è trattato di un sequestro lampo. Tracce di sangue, comunque, non ce ne sono. Ci chiedono il perché. Non lo sappiamo.

L’iscrizione del carabiniere nel registro degli indagati – prosegue la nota – è un atto dovuto, ha dichiarato il procuratore della repubblica di Palmi Ottavio Sferlazza, aggiungendo prontamente che tutto sembra confermare l’ipotesi di una legittima difesa. Bene. Chiediamo alla procura della Repubblica di chiarire se e in che termini sono stati eseguiti i dovuti rilievi sul luogo dell’omicidio. Chiediamo alla procura della repubblica di chiarire se l’assoluta accessibilità dei locali a 48 ore da un omicidio rispetti o violi quello che la legge prescrive in questi casi. Molte persone – conclude la nota del Comitato – continuano ad affermare elementi importanti, ed almeno parzialmente in contrasto con la versione delle forze dell’ordine. Chiediamo alla procura della Repubblica se e in che termini è stato garantito l’esercizio del diritto/dovere di testimoniare. Nessuno dei presenti ha dichiarato di essere stato sentito o convocato in procura. Chiediamo infine, a tutti e a ciascuno, di considerare che Sekine è morto e c’è una verità dei fatti ancora tutta da accertare. Ricordiamo che gli inquirenti hanno il dovere – morale e giuridico – di compiere ogni sforzo al fine di chiarire il più possibile questa verità. Chiediamo a tutti e a ciascuno di giudicare se questo è il modo”.

Tra gli attivisti per i diritti dei migranti, oggi pomeriggio nella tendopoli di San Ferdinando, anche Mariafrancesca D’Agostino, militante della Scuola del Vento, una realtà sociale che si batte per la dignità dei bambini rom. “Questi ragazzi – spiega D’agostino – chiedono solo un documento che dia loro la possibilità di lasciare l’Italia e ricostruirsi una vita altrove. Così aveva fatto Sekine che era ritornato dalla Francia in Italia solo per il rinnovo del suo permesso. Ma in questo Paese dove nulla funziona, anche il semplice passaggio per il rinnovo espone i migranti ad estenuanti attese che li uccidono lentamente o brutalmente. Come è accaduto a Sekine”.

 

Fonte: http://www.inviatodanessuno.it/?p=1905