Oliviero Toscani e l’inguaribile pregiudizio anti-calabrese

Oliviero Toscani e l’inguaribile pregiudizio anti-calabrese

Oliviero Toscani è uomo e artista di grande intelligenza, con una rivendicata apertura mentale, quasi sempre al servizio del suo celebre talento fotografico. Tuttavìa, anche una così brillante personalità non resiste alla tentazione del facile e mediocre pregiudizio anti-calabrese.

I fatti sono evidenti. A Vibo Valentia, presente per una sua mostra fotografica, Toscani nega un “selfie” ad un giovane studente utilizzando la seguente battuta: “potresti anche essere un mafioso”. Lo stesso Toscani, circondato da polemiche e critiche di vario tenore, si è poi giustificato parlando di una provocazione con la quale voleva sfuggire alla trappola – da lui tanto detestata – dei selfie e delle foto con i personaggi famosi.

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Il problema è semplicissimo: quando si è dinanzi ad un calabrese, la tentazione di scorgervi un potenziale mafioso diventa semplicemente irresistibile. Un pò come quella di vedere in un musulmano un possibile terrorista o in un nero africano un probabile stupratore. Avrebbe mai detto le stesse cose di un milanese o di un torinese, dove pure la presenza della ‘ndrangheta è ormai conclamata? Pregiudizi e preconcetti quasi surreali, soprattutto in un mondo così complesso ed articolato come quello di oggi: ma che sopravvivono nelle viscere culturali del nostro paese, anche quando parliamo di intellettuali dall’indubbia conoscenza di mondi e di persone.

Vittorio Sibiriu, questo il nome del diciottenne vibonese “rifiutato” da Toscani, è anche figlio di una poliziotta e di un carabiniere. Ha scritto parole chiare sull’accaduto, parole che vogliamo ricordare e rivendicare anche noi: “mi dispiace molto di averla conosciuta e di aver perso due ore della mia vita ad ascoltare le sue parole definite “anticonformiste” e usate “per lanciare messaggi contro i pregiudizi”,  ai miei occhi adesso appaiono solamente come poco coerenti. Se è vero che vanno sfatati i luoghi comuni dell’umanità il primo a doverlo fare è proprio lei. Essere calabrese non significa essere mafioso e dovrebbe vergognarsi di questa sua idea ottusa”.

La Calabria è anche ‘ndrangheta, indiscutibilmente. La violenza delle mafie, nella nostra regione, è continua ed ossessiva. Ma l’equazione “calabrese uguale mafioso” è pura violenza intellettuale, che prescinde volgarmente da fatti e situazioni. E’ la “razza maledetta” su cui ci ha illuminato il grande Vito Teti, è il razzismo antropologico di Lombroso e Niceforo, è l’inferiorità meridionale che si autoriproduce nelle parole d’ordine e negli abiti mentali: tutto finalizzato al mantenimento di ormai secolari equilibri di potere e alla perpetuazione dei ceti dominanti.

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Contro le mafie, per essere davvero efficaci, serve analisi, discernimento, prospettiva: esattamente l’opposto di un ragazzo calabrese svilito – con battute e provocazioni di dubbio gusto – nella sua identità culturale e territoriale.