Alle ‘ndrine piace l’agroalimentare

Alle ‘ndrine piace l’agroalimentare

Fonte: Gazzetta del Sud

C’è una nuova frontiera della contraffazione che fa gola alla ’ndrangheta: il settore agroalimentare. Le ultime relazioni degli inquirenti parlano chiaro e lo ha confermato lo stesso ministro della Giustizia Andrea Orlando, sentito dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale: «Sembra emergere, nel settore, un fitto intreccio di interessi che spaziano dall’accaparramento dei terreni agricoli all’acquisizione delle aziende di produzione, dalla trasformazione e commercializzazione di prodotti alle attività di trasporto, stoccaggio e intermediazione commerciale». Lo scopo sarebbe quello di «incrementare la presenza in questo ambito di affari illeciti» che sarebbe in continua espansione e troverebbe comunque un buon mercato.
D’altronde, anche recenti indagini hanno attestato come la ’ndrangheta si particolarmente attiva nella “filiera del falso”. «In alcune inchieste che hanno condotto al sequestro di società e patrimoni del valore complessivo di circa 210 milioni di euro – ha aggiunto il ministro – è stata accertata l’esistenza di una fiorente attività di vendita di articoli di abbigliamento ed accessori recanti marchi contraffatti realizzata da un imprenditore calabrese, affiliato alle potenti cosche del territorio di Gioia Tauro». E non è un caso che «le organizzazioni criminali per così dire “classiche”, sfruttando le proprie reti internazionali di influenza, costituiscano delle vere e proprie strutture di merchandising anche all’estero».
Il Censis stima un fatturato della contraffazione, nel 2015, in Italia, di circa 6,9 miliardi di euro: un +4,4% rispetto al 2012 che comporterebbe una perdita di gettito fiscale pari a circa 5,7 miliardi, un sommerso di 6,7 miliardi e 100mila 500 posti di lavoro in meno. Ipotizzando di immettere nei circuiti legali prodotto per un equivalente del mercato della contraffazione, avremmo – sempre secondo il Censis – un incremento della produzione di 18,6 miliardi e un valore aggiunto di 6,7 miliardi.
Naturale che cifre del genere facciano gola a tutti, da Cosa Nostra alla ’ndrangheta, passando per la camorra storicamente lungimirante nel puntare sui cosiddetti “magliari”, i venditori porta a porta dei capi d’abbigliamento contraffatti. Reti via via cresciute e capaci oggi di diversificare l’offerta, fino ad organizzare su vasta scala l’importazione di prodotti contraffatti dalla Cina, la loro falsificazione a domicilio (ossia nei Paesi destinatari della merce) e la restituzione dei proventi ad intestatari fittizi nel nostro Paese mediante canali esterni al circuito finanziario ordinario come money transfer.


I guadagni sono importanti e i rischi, tutto sommato, calcolati. Grazie ad alcune indagini – secondo quando emerso dai lavori della Commissione parlamentare – è stato accertato che i proventi della vendita di prodotti meccanici contraffatti importati dalla Cina e collocati in 26 diversi Paesi garantiscono un ricarico pari a quello delle sostanze stupefacenti. Si pensi, per esempio, che una motosega importata a 50 euro veniva piazzata in Germania a 450/500 euro. E in questo i canali di vendita on line giocano un ruolo decisivo. Altro esempio: il costo di un programma per computer duplicato illecitamente può essere stimato in 20 centesimi di euro, mentre il suo prezzo di vendita può raggiungere i 45 euro, con un profitto di gran lunga superiore alla vendita di un grammo di hashish, la cui produzione di attesta su 1,52 euro e la vendita sui 12 euro.
Scenari criminali che si scontrano con l’esigenza sempre più sentita di salvaguardare il made in Italy. Una questione non solo di “etichetta” ma di sostanza, che implica anche la tutela della salute e la sicurezza specie nel settore agroalimentare. Proprio su quest’ultimo fronte gli interventi di contrasto, soprattutto della Guardia di Finanza, sono in costante aumento: si è passati da 3.784 nel 2012 a 4.979 nel 2016

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