A chi giova il fallimento del Kaulonia Tarantella Festival? Parte 2

A chi giova il fallimento del Kaulonia Tarantella Festival? Parte 2

Segue da qui:

A chi giova il fallimento del Kaulonia Tarantella Festival? – prima parte

Ai fini del nostro ragionamento può essere utile riprendere una riflessione di Danilo Gatto e quindi un articolo che Ciavula ha pubblicato il 25 luglio del 2015:

<<Danilo Gatto è volto conosciuto a Caulonia in quanto fondatore del festival “Tarantella Power” con l’associazione Arpa. In “La Repubblica che balla di Caulonia”, il capitolo del libro “Basta tarantelle” relativo al “nostro” festival, l’autore si domanda per quale ragione il festival di Caulonia non sia mai diventato come quello di Melpignano, “La notte della taranta”, che ha ottenuto “una risonanza internazionale di assoluto rilievo”. Gatto ricostruisce e indaga come la politica locale abbia invaso il campo di competenza della direzione artistica: “Proviamo a sostituire l’oggetto tarantella, in quanto bene culturale immateriale, con un altro oggetto di natura simile, ma più tangibile, ad esempio l’affresco bizantino di Caulonia. Quale assessore o sindaco avrebbe mai avuto il coraggio di dire al restauratore che tecnica adoperare o quali colori usare?”. Invece sulla tarantella, in quanto genere musicale popolare, tutti si sono sentiti in dovere di intervenire pur non avendo adeguate competenze ed è così “che il Festival diventa per Caulonia il movente per il quale si scompongono e si riaggregano maggioranze, si vincono e si perdono elezioni, si impegna finanche il Fondo di Riserva, che ogni comune tiene per legge accantonato per fronteggiare emergenze impreviste, addirittura ci si autotassa rinunciando agli emolumenti previsti per consiglieri e amministratori – mentre non si fa la stessa cosa per altri problemi più gravi come quello igienico – sanitario: segno che l’evento è diventato ormai […] priorità assoluta”. La prima crisi avviene nel 2004 quando “incomprensibilmente, a due mesi dal festival, viene creata dal nulla un’associazione di comodo, alla quale una parte dell’Amministrazione pretende di girare i finanziamenti provinciali, e relegare l’Arpa in un ruolo marginale”. Vi si oppone l’opinione pubblica e anche il vicesindaco di allora, la compianta Rosetta Femia, donna integerrima. Si arriva così alla nascita di due festival separati, Tarantella Power diretto dall’Arpa e Kaulonia tarantella Festival diretto da Eugenio Bennato, il primo punta sulla calabresità dei contenuti, il secondo sull’internazionalizzazione e sulla spettacolarità. Ma quali sono le reali motivazioni di questa divisione? Gatto ne individua due: 1 la venerazione dell’Amministrazione comunale verso Bennato, “e vai a cercare di spiegare che non esiste in nessuna parte del mondo un festival che inviti per cinque anni di seguito lo stesso artista, magari col medesimo concerto dell’anno precedente[…]Come cercare di discutere di teologia coi talebani..”; 2 la comunicazione, “L’Arpa aveva ricevuto la richiesta di fare 10mila euro di inserzioni pubblicitarie sulla Gazzetta del Sud, in particolare nelle pagine provinciali. La cosa appariva ai nostri occhi completamente assurda. Era molto più importante comparire su I viaggi di Repubblica, sul Corriere della Sera, l’Unità, Il Giornale, Jam, World Music Magazine, il Mucchio selvaggio”. Secondo Gatto quella mole spropositata di pubblicità sulla Gazzetta del Sud sarebbe stata ripagata in termini di visibilità verso qualche politico locale.

Il tentativo dell’Amministrazione Campisi (assessore alla cultura il sottoscritto) di riportare il festival sotto la direzione artistica dell’Arpa naufraga con la fine prematura di quella esperienza amministrativa e la vittoria elettorale di Ilario Ammendolia. E così Tarantella Power saluta Caulonia e migra a Badolato e quello che era un festival senza eguali comincia ad essere emulato, con qualità sempre più scarsa, in ogni dove: “cominciano a proliferare per ogni dove iniziative e feste dedicate a tarantelle e tarante, dai nomi improbabili e a volte ridicoli, nei quali trovano spazio gruppi e gruppettini il cui livello sarebbe stato appena tollerato in una festa parrocchiale, ma intanto funziona, e pazienza se il livello degrada a limiti inascoltabili”. E così ecco che “mentre a Melpignano si discuteva con l’Istituto Diego Carpitella, si creava la Fondazione per il Festival, un’orchestra, un coordinamento fra i comuni, un brand diventato universalmente l’immagine del Salento[…] a Caulonia si discuteva solo della presenza di Bennato”. Perché sprecare il patrimonio del Festival? “L’interesse politico o clientelare non basta a spiegare tutto – scrive Gatto – si tratta di qualcosa di ancora più profondo, che affonda le sue radici in un tempo lungo che non è mai finito, e questo dato antropologico è la mentalità subalterna, ma stavolta non più delle classi subalterne (nella cui cultura erano espressi caratteri oppositivi e contestativi) ma dei ceti dirigenti”. E infatti sono fallite “le intenzioni della politica locale, che decideva di togliere di mezzo un’associazione in quanto non del posto, per poi doversi affidare a realtà completamente avulse e lontane (CNI di Roma)[…] non è più il Kaulonia Tarantella Festival che produce l’artista del paese, lo sostiene e lo accompagna nel suo percorso di successo, ma il contrario. È Cavallaro che ormai tiene in piedi con il suo carisma la manifestazione, ed è sempre lui il polo di attrazione e la garanzia degli interessi che vi gravitano, e il festival lo segue a rimorchio. E non solo il festival, a quanto pare, visto che per Caulonia l’identificazione paese-Cavallaro-festival diventa il volano anche di operazioni extra-musicali: molto avvincente a tal proposito il manifesto per la campagna elettorale amministrativa del 2012, nella quale il candidato a Sindaco Giovanni Riccio, non potendosi affidare come testimonial – come avevano fatto Abramo con Berlusconi a Catanzaro, o Pizzarotti con Grillo a Parma – a un dipendente dello stesso (essendo Cavallaro un impiegato del comune di Caulonia), sceglie di associare la sua immagine ai volti noti del Festival, come per condividerne il consenso, e riuscire ad acquisirne una parte almeno di riflesso. Visto che poi Riccio è stato effettivamente eletto, verrebbe da dire: power of tarantella, anche se i fondatori, a suo tempo, non pensavano certo a questo tipo di potere…”>>.

Continua…