Ritrovato antico fossile di elefante preistorico nel parco della Sila

Ritrovato antico fossile di elefante preistorico nel parco della Sila

Notizia tratta da: National Geographic Italia

Sin dai tempi antichi la Sila è considerata l’area boschiva per antonomasia. “Qui il bosco sacro, protetto dagli alberi di una densa selva di abeti, ha al suo interno fertili pascoli”, scriveva Tito Livio in Ab Urbe Condita. E Strabone, nell’opera Geografia, ne decanta la grandezza: “…E quella foresta che chiamano Sila, che produce la pece migliore che si conosca, detta pece brettia. È ricca di piante, e di acque e si estende per circa 700 stadi”.
Consacrata ad Hera Lacinia, il cui tempio sorgeva su un promontorio nei pressi dell’attuale Capo Colonna, questa foresta si estendeva per buona parte della Calabria, dalla Piana di Sibari al versante tirrenico, comprendendo anche l’attuale Catena Costiera, le Serre e l’Aspromonte.
I popoli indigeni che abitavano le foreste primigenie (Enotri, Brettii,Itali) sfruttavano le numerose risorse praticando soprattutto la caccia e la pastorizia, dedicando ampio spazio anche alla metallurgia e alla lavorazione della ceramica.
In quello che è l’attuale territorio del Parco Nazionale della Sila stanno venendo oggi alla luce importanti scoperte paleontologiche che parlano di un passato remoto che va ben al di là dell’età romana e della Magna Graecia; ultima e inaspettata il ritrovamento di resti di un elefante del Pleistocene, Palaeoloxodon antiquus o Elephas antiquus, sulle sponde del Lago Cecita, in provincia di Cosenza.


Una scoperta notevole anche alla luce del possibile collegamento – per ora solo un’ipotesi – con alcuni megaliti situati non molto distanti dal lago Cecita: vicino all’abitato di Campana, a cavallo fra il Mar Jonio e la Sila, si stagliano infatti due imponenti strutture di pietra che a parere di diversi studiosi sarebbero il risultato di scalfittura di tipo antropico.

In particolare una delle due supposte sculture mostra le sembianze di un elefante dalle zanne dritte, con ogni probabilità proprio Elephas antiquus.L’attribuzione di fattura antropica dei megaliti di Campana, che escluderebbe quella ipotizzata in passato del fenomeno erosivo, è sostenuta da almeno un decennio da diversi studiosi, tra cui il geologo Alessandro Guerricchio dell’Università della Calabria, secondo il quale “I due ammassi rocciosi […] mostrano lineamenti abbastanza certi da farli attribuire a sculture modellate da parte dell’uomo”.

Anche i paleontologi Laura Bonfiglio e Adolfo Berdar, hanno ipotizzato già nel 1986, che “Nel primo corpo si riconosce una figura di un elefante, nell’altro quella degli arti inferiori di una figura umana seduta. […]. L’elefante, con la sua zanna dritta, ricorda Elephas antiquus falconeri, specie estintasi alla fine del Pleistocene”.
Già negli anni relativi ai primi scavi sul Lago Cecìta, fra il 2005 e il 2007, un’altro studioso, Domenico Canino, ipotizzava che le ricerche avrebbero potuto in futuro dare atto di ritrovamenti di Elephas antiquus, come è di fatto accaduto nel settembre scorso, dopo che erano stati rinvenuti alcuni resti in ferro classificati dalla Soprintendenza come armi di epoca longobarda. Le ricerche, centrate sul ritrovamento di altri manufatti longobardi, hanno invece portato al ritrovamento dei resti fossili, totalmente inaspettati, dell’elefante.
Il ritrovamento è stato illustrato in conferenza stampa lo scorso 25 novembre nei locali del Centro Visite Cupone del Parco Nazionale della Sila: le straordinarie dimensioni della zanna (tre metri circa) hanno costituito il dato identificativo della specie.
Elephas antiquus, come ha spiegato in conferenza stampa Antonella Minelli, dell’Università del Molise, frequentava ambienti tipici di prateria arborata, presente in Europa dai 700.000 ai 40.000 anni fa.
I ritrovamenti di Elephas in Italia si inseriscono quasi sempre in un contesto di siti di ritrovamento accomunati da una compresenza di elementi scheletrici animali e umani; secondo gli studiosi, le antiche popolazioni “pulivano” le carcasse di questi animali a scopo alimentare (come nel caso del sito archeologico del Paleolitico di Isernia la Pineta, nel Molise). Il recente ritrovamento silano ha permesso però di stabilire che probabilmente l’animale morì di morte naturale.
Fino ad oggi sono stati recuperati parte dell’omero, parte della mandibola con annesso il molare e il cranio anche compreso di zanne. Nella stessa area è stata registrata la presenza di scapole, metacarpali e altri resti che si spera verranno recuperati e asportati in futuro con una nuova campagna di scavi e di ricerca, che permetterà di completare la ricostruzione anatomica e del paleoambiente dove l’animale ha vissuto.
E i megaliti di Campana?


Su di essi diversi interrogativi sono ancora senza risposta, a partire dalla natura del popolo che li scolpì.
Nell’area orientale della Calabria, che si affaccia sullo Jonio, esisteva tra il Neolitico e l’Età del ferro una civiltà rupestre citata da antiche fonti greche come “Chones”.
Il fenomeno megalitico europeo ebbe inizio tra il V e il IV millennio a.C., periodo in cui si diffusero i grandi megaliti sulle coste dell’Europa Occidentale.
Per appurare l’origine e la genesi dei megaliti calabresi sono necessari investimenti per nuove ricerche che potrebbero finalmente svelare qualcosa su questi antichi scultori.
Il ritrovamento dei resti di Elephas antiquus è ulteriore conferma dell’importanza archeologica, paleontologica e storica dell’altopiano silano di cui già si era a conoscenza grazie alla campagna di scavi del 2007, diretta sui tre laghi (Arvo, Ampollino, Cecita) dall’archeologo Domenico Marino e dal professor Armando Taliano Grasso.
In seguito a quella campagna venne infatti annunciata la scoperta del più antico insediamento umano d’altura della Calabria, datato tra il 3.600 ed il 3.350 a.C.. Questi insediamenti erano stagionali legati al fenomeno della transumanza dalle pianure costiere ai pascoli d’altura o ad attività di pesca fluviale o lacustre.
Con la scoperta recente delle industrie litiche riferibili a varie fasi del Paleolitico e con i ritrovamenti dei resti dell’elefante si conferma perciò l’esistenza di un lago nelle medesime depressioni vallive anche in epoche remote.
I resti dell’elefante sono stati ora portati presso l’Università del Molise dove verranno puliti, restaurati e consolidati in vista di un’eventuale esposizione al pubblico in territorio silano. Si procederà anche a una datazione precisa tramite ablazione laser e datazione radiometrica, in collaborazione con il Laboratoire de Géochronologie du CNRS francese.
La direzione del Parco nazionale della Sila si augura che queste novità possano costituire un valore aggiunto al rilancio della candidatura a patrimonio UNESCO del Parco.