Alla Mondadori di Siderno in vendita il “Diario artico” di Giovanni Maiolo

Alla Mondadori di Siderno in vendita il “Diario artico” di Giovanni Maiolo

“Due abitanti per chilometro quadrato, praticamente nessun vicino che per un asociale come me è fantastico; foreste incredibili e cieli artici che a volte regalano il più affascinante spettacolo che occhio umano abbia potuto ammirare, l’Aurora Boreale; natura incontaminata, orsi, lupi, linci, ghiottoni, renne, alci e altri incredibili animali;  sole a mezzanotte per più di settanta giorni consecutivi, quando le tenebre sembrano così lontane da non poter giungere e poi lunghissimi mesi di buio quasi totale… benvenuti in Lapponia!”. Il testo sulla quarta di copertina potrebbe fare pensare ad una guida turistica ma il nuovo libro dello scrittore cauloniese Giovanni Maiolo, è molto di più. E’ il tentativo di mettere alla prova se stessi, è diario intimo e pieno di curiosità, è vita vissuta. “Mi piacerebbe che questo libro fosse un inno alla vita – scrive Maiolo nell’introduzione – allo spirito di avventura, alla voglia di scoperta, al fuoco della conoscenza che più conosce e più arde, vorrei che aiutasse a immaginare l’inimmaginabile e a prevedere l’imprevedibile. Invece si tratta solo di miseri appunti di viaggio, di un pezzo di vita che mi porterò sempre dentro e che vorrei condividere, in attesa di un’altra partenza, di altri compagni di viaggio, di altri territori meravigliosi”. “Diario Artico – Viaggio in Lapponia” è stato pubblicato da IDelfiniBook, casa editrice toscana. Nel libro non mancano numerosi riferimenti alla Calabria e al paese in cui Maiolo vive, Caulonia: “Stanotte ho sognato Caulonia, il paese calabrese in cui vivo. E me in giro per Caulonia. Era un Giovanni diverso ma uguale. E anche Caulonia era diversa da quella reale ma uguale a quella dei sogni. Come se il mio corpo onirico si fosse sempre mosso per quelle stesse strade, note ma sconosciute.  Ed io facevo cose avventurose e cose noiose, emozioni e rotture di palle. Per fortuna dalla farmacia lungo la statale 106 uscivano un po’ di non morti a rendere il sogno degno di essere vissuto. Spaccavo qualche testa e più ne ammazzavo, anche se il termine non è corretto visto che quelli erano già morti, più ne venivano fuori, come se le farmacie fossero ricettacoli di morti che camminano. Allora mi vedevo costretto a ripiegare verso il lungomare. Il sottopasso ferroviario che vi portava era buio, il mare agitato e divorava il paese[…]”.

L’entusiasmo per la scoperta e le nuove esperienze lo spinge a riflettere su quello che è stato, sulle sue radici che affondano nella Calabria dei suoi genitori e dei suoi nonni: “Quando sono lontano da casa penso spesso alla mia famiglia. Finchè te ne stai seduto sulle tue radici non ci fai molto caso, sono comodamente lì, raggiungibili in qualunque momento, afferrabili. Quando invece mi allontano il pensiero continua a tornarci, come una mosca su una briciola di ciambella al cioccolato. Non penso solo ai miei genitori e ai miei fratelli ma seguo le onde del tempo e vedo mio nonno in mare che naviga verso l’Australia, il mio bisnonno prigioniero di guerra e poi ancora indietro, dove si affollano volti sconosciuti e storie ignote che non si riveleranno mai ma che in qualche modo sono dentro di me, sono parte di me perché io sono parte di loro”. Così come riemergono i miti dell’adolescenza, a partire dai racconti di Jack London su quell’Alaska dura e letale: “E’ notta fonda e anche domani sarà una giornata faticosa ma non dormo. Sono al buio, davanti alla vetrata del salone, ad ammirare la foresta là fuori. Gli occhi ormai abituati all’oscurità e la luna alta mi permettono di vedere benissimo. Questo posto immacolato, così selvaggio, esercita su tutti noi un richiamo. Ripenso agli husky di oggi, a come apparivano violenti e selvaggi quando, legati al palo, strattonavano con tutte le forze perché avevano capito che presto avrebbero trainato una slitta. I loro ululati erano gli ululati dei lupi selvatici. La loro forza è quella che serve per sopravvivere qui. La loro era l’esaltazione del branco. Come lo sento io sono sicuro che anche loro avvertano questo richiamo ancestrale che rimanda alle nostre origini. Chissà se anche loro, come Buk di London, guardando nel fuoco vedono il mondo come era, un mondo fatto di paura, quando gli uomini erano a loro agio più sugli alberi che sulla terra, quando il loro udito e il loro fiuto non era meno acuto di quello degli animali. Chissà se quei cani avvertono forte il richiamo che si leva dalle profondità della foresta, da quei lupi che ogni tanto ammazzano qualche husky con la velocità del lampo, squarciando la giugulare, ebbri della passione del sangue. Chissà quante volte i Sami originari di queste terre selvagge hanno avuto la possibilità di vedere correre i lupi in gruppo, nella <>, ascoltandoli cantare il canto del branco”.

Ma nonostante l’evidente fascino per quelle terre, descritte entusiasticamente, il libro è pervaso da una nostalgia profonda, connaturata all’autore: “Tutto quello che è definitivo non mi è mai piaciuto. Mi spaventa o mi intristisce. Che sia la fine di un’amicizia, una donna che se ne va per non tornare, la morte, la fine di un viaggio. Perché in qualche modo è qualcosa che non avrò più anche se sarà sempre con me. E’ vero, se un viaggio ti piace puoi sempre decidere di tornare in quei luoghi, ma generalmente non lo faccio. Perché il mondo è troppo grande e la vita troppo breve, e decidere di tornare in un posto già visto, per quanto bello, significa privarsi della possibilità di vederne altri nuovi, di fare ulteriori scoperte. Lo so che quando qualcosa finisce in realtà si aprono altre infinite possibilità e conservo la fiducia evoluzionista che quello che arriverà dopo sarà migliore. Ma non posso fare a meno di guardare indietro. Lo faccio fin da quando ero molto giovane, un ragazzino. Sono profondamente nostalgico, con un occhio guardo sempre indietro mentre con l’altro affronto il futuro. Rimpiango le cose passate, quelle belle ma a volte anche quelle meno belle, probabilmente perché rimpiango il tempo che è maledettamente lineare per il mio corpo, le mie cellule, i miei organi che invecchiano. E quindi forse non rimpiango tanto il passato quanto il fatto che è passato. Ma forse questa è anche una forza. Riesco ad affrontare il futuro perché vivo di nostalgie. So di essere un ossimoro vivente. Mi sono sempre piaciuti gli ossimori”.

Un libro che si legge tutto d’un fiato, con una scrittura scorrevole e godibile. Si viaggia insieme a Giovanni in Lapponia ma anche nei pensieri e nelle sensazioni di un “evoluzionista” convinto, che si meraviglia di come la vita possa esistere e resistere anche a latitudini estreme e in condizioni proibitive.