Riflessioni di un cauloniese al tempo del coronavirus

Riflessioni di un cauloniese al tempo del coronavirus

di Domenico Albanese

Siamo nella quarta settimana circa della nostra permanenza domiciliare. Il tempo scorre lento ma inesorabile, nell’incertezza di quello che sarà, di quello che ci aspetta ancora, e nella quotidiana computa di tutti quelli che purtroppo non ce l’hanno fatta; a cui è stata negata, nel momento del trapasso, la grazia di poter salutare, da vicino, i propri cari e la gioia (effimera) di poter abbracciare (sia pure idealmente) un amico caro.

È una sensazione strana, a tratti surreale. E nonostante da più parti si riesumano remoti visionari che avevano, in illo tempore, previsto la sciagura, la verità vera è che nessuno avrebbe mai pensato, realmente, ad un pericolo di simili proporzioni per l’umanità intera (di sicuro non ci hanno pensato coloro cui è delegato il compito di prevedere simili eventi e predisporre misure adeguate e tempestive).

Il parlamento latita, abdicando alle proprie funzioni. Il governo zoppica rincorrendo affannosamente un’ambiziosa decisione che non è nelle proprie corde, e forse non si trova nelle corde della democrazia. Gli scienziati sono alla ricerca della pozione magica che appare ancora lontana.

E intanto, l’immagine delle città è spettrale. Ci muoviamo come tanti zombi, con lo sguardo perso nel vuoto. Non un sorriso; non un verso; non un suono, che possa definirsi umano, esce da tutti noi; automi spaventati dal timore di attirare, anche solo con un gesto, l’attenzione di questo insidioso nemico che ci circonda, ben nascosto tra di noi, anche se pubblicamente dichiarato.

Nel chiuso della propria anima, sgomento di fronte ad un possibile destino di morte, ognuno di noi è solo. Siamo tutti soli. È questa la verità. Soli e alla ricerca del significato di quanto sta accadendo consapevoli – credenti o meno – che ci dev’essere una spiegazione che vada al di là dell’umana comprensione e che potrebbe essere catturata, forse, solo se alzeremo gli occhi al cielo, cercando un segno.

Trovare un significato a tutto questo, operazione necessaria per poter uscirne fuori, significherà imboccare due possibile strade, l’una delle quali escluderà l’altra.

La strada, più semplice (in apparenza), che ci porterà a ricondurre al fato (nell’accezione più ampia possibile) la responsabilità di tutto ciò che sta accadendo in ossequio alla concezione panteistica dell’esistenza; oppure quella più difficile, della presa di coscienza; della consapevolezza degli errori dell’uomo.

La prima, che solo in apparenza sarebbe frutto di umiltà, significherebbe deresponsabilizzarsi commettendo, ancora una volta, gli errori del passato, tuffandosi, nuovamente, nella ricerca ossessiva del profitto, del potere, del successo, a scapito della natura (più volte violentata), della salute pubblica (trascurata e privata di mezzi di tutela) e dell’interiorità dell’uomo (sempre più soffocata).

La seconda – innovativa poiché finalmente si avvertirebbe la necessità di fermarsi, di riflettere e di cambiare rotta – rappresenterebbe un’evoluzione morale e spirituale dell’uomo. Ma questa scelta imporrebbe di iniziare dalle piccole cose, quali la solidarietà ed il rispetto dell’altro, a scapito dell’atavica strafottenza verso il prossimo e verso il bene comune, avvertiti sempre come qualcosa di lontano da sé.

Nel nostro piccolo c’è una sola cosa – ci dicono – che possiamo fare, in concreto, per uscire, tutti, da questa situazione. Rimanere in casa. Restare nelle proprie abitazioni appare l’unico, ma necessario, contributo che può dare al paese, ed al proprio simile, il cittadino medio. Farlo significherà non aspettare che altri risolvano, d’incanto, il problema, ma adoperarsi ognuno nel proprio piccolo alla comune risoluzione.

Per la prima volta, forse, non basta confidare nel progresso, ovvero nell’azione di qualcun altro, perché tale speranza rimarrebbe vana se non si contribuisse, individualmente, ciascuno con la propria piccola azione, a scongiurare la diffusione del male.

Questo senso di responsabilità aiuterà tutti noi a crescere, a migliorare. Solo allora si potrà parlare, veramente, di progresso; quello vero, cioè morale, che avviene nell’individuo e ad opera dell’individuo stesso.

Quel progresso che non ti fa contare (solo) sull’azione di altri, ma ti impone di agire, per primo, anche quando l’azione può consistere in un semplice gesto apparentemente senza significato. Solo se raggiungeremo questo obiettivo, allora potremmo dire di aver trovato un senso a tutto questo, qualcosa che vada oltre l’egoistica salvezza personale.

Ma prima di adoperarci non dimentichiamo le tante vittime cadute.

Affermava, nell’800, un poeta francese (il poeta maledetto per eccellenza): “La pena di morte non ha per scopo di salvare la società, almeno materialmente. Ha per scopo di salvare (spiritualmente) la società e il colpevole. Dare del cloroformio a un condannato a morte sarebbe un’empietà, poiché significherebbe toglierli la coscienza della sua grandezza come vittima e sopprimergli le chances di guadagnare il Paradiso.

Sia pure con le dovute differenze, le vittime di oggi, piegate, loro malgrado, da un nemico più forte, appaiono come i condannati a morte di cui parlava il poeta nei suoi diari intimi, ovvero vittime cui è stato dato il cloroformio, perché costrette ad andarsene lontano da tutti e da tutto, in silenzio, senza rumore, nel buio. A cui è stata negata, nella tragedia della morte, la loro grandezza di vittime sacrificali, parte necessaria di un disegno più grande, di cui cercheremo per lungo tempo il significato.

Ad ognuna di loro, dalla più piccola alla più grande, dovrebbe andare il nostro pensiero e per onorarne la memoria, un minuto di silenzio. La riflessione sul perché e sul significato di quanto accaduto e sta accadendo, rimandiamola a domani.