Steso su un letto freddissimo

Steso su un letto freddissimo

Il morto si è preso la ragione. Il torto si è preso tutto il resto. Detesto fare i conti quando si parla di accadimenti. Diventi uno specchietto per alludere alla possibilità di essere un numero tra i numeri della cacciagione di giornata. È nata una perla e me la trovo conficcata nel cuore. L’appostamento ha tenuto. L’avvistamento ti ha fatto pensare che fossi a tiro. Altro giro, altro regalo. Relego le belle parole al commiato che considera sempre che siano i migliori ad andarsene. Ma dove cazzo vuoi andare senza piedi, senza gambe, senza corpo, senza braccia, senza testa? Restare al palo in compagnia di un Cristo illusorio su un’effigie inefficace se solo ci pensassi un secondo, uno solo. Iracondo sbattei la porta uscendo verso nessun dove. E dove chiosano le aquile si allargano le ali per chiudere l’ultima volta i miei occhi. Sotto a chi tocca! Maledetto io che non ho più il senso della realtà. Maledetto Dio che lo vende a prezzi alla portata di tutti. Ma che cazzo ne può sapere un concetto di come stanno le cose nella testa di chi lo ha immaginato? Impagino milioni di parole per potermi stare zitto il giorno dell’interrogatorio. La sala dell’autopsia ha qualcosa di familiare. Quincy ha fame e si concede una dovuta pausa. Quincy ha fame e la ragione scrausa della mia dipartita è un pareggio dei conti tra un più mille e un meno mille. Dammìllu a mìa stu pisu.

Rimango steso su un carrello, rimando a stanotte l’esito delle valutazioni che mi definiscono anche da finito. Oltre quel gelo mi rivelo per quello che sono: l’ammasso di nulla creatore di modi che sfondano le pareti dell’inesistente per insistere nella ricerca di una verità che una clessidra gocciante sangue fresco porterà a termine prima del dovuto. Hai avuto il tuo tempo e te ne sei fottuto. Sei stato contento e non te ne sei accorto. Puoi fare il riporto ma i numeri saranno impietosi. Riposassi almeno in pace mi rifarei il naso con il profumo dei fiori dell’ultimo saluto. Mi siedo e ci penso. Creduto e cazzuto, il domani è perduto tra le macerie di un oggi che ieri sembrava bellissimo. Potessimo far qualcosa lo faremmo ma cosa faremmo se non potessimo fare più niente? Chi si pente non ha risolto un cazzo. Chi si pente non ha capito un cazzo. Se riconiugassi ne risentirebbero le pareti rettali ma non è detto che sia quello il problema principale. Papale papale: che cazzo stai combinando, cretino? L’assassino è stato pagato per il suo ottimo lavoro. Coloro che hanno stabilito la data e l’ora sei tu. Cu potiva, sennò? Le risorse a disposizione del mandante non sono mai state scarse ma a volte male utilizzate. Palate e palate di consapevolezza gettata al vento quotidianamente dopo la combustione che l’han ridotte in cenere. In genere mi finiscono addosso. Non respiro che la confusionaria trama di una storia scritta e dimenticata. Scritta e dimenticata. La prossima portata la vomiterò tutta perchè sono pieno ma mangerò ancora in osservanza alla buona usanza che mette la sostanza a disposizione dei giorni della crisi. Ma aundi u ‘ntisi che “a dire il vero la crisi è oggi e non devi accumulare, devi gestire”? No, non me lo hanno mai detto. Non l’ho letto da nessuna parte. Mi sto raccontando una bella favoletta prima di addormentarmi. Non darmi del pazzo, lo so già da un pezzo che le cose stanno come stanno. Il danno è fatto. Il panno è pulitissimo perchè non ho mai ripulito sto bordello. Il bello non è quello di essere consapevoli.

Fuggevole è la mia voglia di fermarmi a pensare, di non dare per certo nulla, di non fare affidamento sul fatto compiuto nel computo dei rilievi della scientifica. Non dare per scontato la carezza del vento che ti spazzerà via, via. Vado via da me. Tutto qui mi lega al collo un cappio al quale mi attacco. E stringo. E stringo. E “spinga forte signora!” saranno le prime parole che mi ricorderò della rinascita. E poi la ricrescita. E poi ancora ciò che dovrà essere fatto e mantenuto in ottemperanza a tutte le leggi che dovrò infrangere per piangere lacrime che abbiano un senso. Ci pensavo un giorno sì e l’altro pure. Le cure che la scienza medica mette sul piatto a fianco al bisturi sono la fatidica formula “l’operazione è riuscita ma il malato è morto”. E il morto si è preso la ragione. Il torto si prende tutto il resto.