Coronavirus e riapertura delle scuole, le riflessioni di un’insegnante

Coronavirus e riapertura delle scuole, le riflessioni di un’insegnante

di Enza Sirianni

Vogliamo classi meno affollate. Le cosiddette classi pollaio a me non piacciono affatto, non le tolleriamo più”. (Giuseppe Conte, 26 giugno 2020)

Così il premier Conte dichiarava a giugno, nei giorni di presentazione delle linee guida del Piano Scuola 2020-21. Il Presidente del Consiglio, servendosi di una formuletta abusata, ad effetto, dava ad intendere che non sopportava più quello che è stato accuratamente voluto, perseguito e attuato negli anni di vilipendio della Scuola Pubblica di cui l’attuale esecutivo, ad onor del vero, non ha dirette responsabilità. Accanto a lui una ilare Azzolina.


Prima di inoltrarci nella questione della riapertura scuole, qualche domanda però a Conte la si può fare:

«Lei che è a capo del governo dal primo giugno 2018, proprio alle soglie dell’anno scolastico 20-21, ha sviluppato un’intolleranza severa alle stie in cui si fa lezione in moltissime scuole della Repubblica? Scusi, prima non le facevano specie? O la Scuola è passata al centro dei suoi pensieri solo in fase Covid, per innamoramento tardivo? Non avrebbe dovuto subito, senza se e senza ma, affrontarne le più evidenti criticità a partire dall’edilizia e dalla sicurezza degli edifici dove ogni giorno dell’anno scolastico, mandiamo più di 8 milioni dei nostri figli, a istruirsi, studiare, formarsi, prepararsi per l’avvenire?»

Stop ai quesiti.



Andiamo al Piano. Chi voglia leggerlo, anche perché è un documento di neanche venti pagine, lo trova pubblicato ovunque.

Tuttavia la forma definitiva, si potrà avere solo il 31 agosto prossimo, ossia il giorno prima che si dia l’avvio ufficiale all’anno scolastico 2020-21.


Senza, pertanto, scendere nei dettagli ( inesistenti quelli che dovrebbero dare indicazioni chiare e precise ) saltano subito agli occhi l’improvvisazione, lo scaricabarile, la pretenziosità di avere capre e cavoli o la botte piena e la moglie ubriaca. Garantire il rientro nelle classi per settembre, in totale sicurezza, la priorità assoluta, inderogabile. Lo ha ribadito in questi giorni anche il ministro Boccia. Lo conferma risolutamente la titolare del dicastero Miur, benché qualche consulente del governo, come il prof. Ricciardi, lo abbia messo in dubbio considerato il crescendo dei nuovi contagiati.

Leggendo le linee guida, per esempio, è concessa ampia autonomia alle singole scuole per cui nessuna regola fissa ma l’onere ai dirigenti scolastici di adattare le suddette linee, alla realtà in cui si trovano a lavorare.


Nel caso di particolari forme di disabilità, riferendosi appunto agli alunni disabili, ci si spinge ” agli accomodamenti ragionevoli”. Ragionevolezza, signori. Adattabilità. In parole povere: arrangiatevi! Chiaramente, i nodi sono emersi subito e, adesso, che è il momento di concretizzare con il respiro di settembre sempre più vicino, sono venuti al pettine.


Innanzitutto, quanti i fondi reali stanziati per la Scuola?

La Azzolina, a giugno, asseriva di avere chiesto un miliardo in più rispetto a quello sventolato in conferenza stampa con Conte, sottolineando che non era lei a decidere l’argent, bensì il Ministero dell’Economia guidato da Gualtieri. Nei giorni in cui si favoleggiava di quattro miliardi, ritenuti peraltro insufficienti dai sindacati, alla ministra sfuggiva qualche verità.

Addirittura, fonti di stampa, a luglio, facevano lievitare ulteriormente la somma a cinque miliardi e mezzo in totale. In questa confusione di cifre, di miliardi veri, presunti, annunciati, comparsi, spariti, ricomparsi, rispariti nel viluppo dei Dpcm, curativi, di lancio e rilancio di un ‘Italia già distratta dalle vacanze e dalla canicola, nelle scuole dello stivale non si sentiva uno, dicasi uno, scalpellare di ” fabbrica” per adeguare le aule alla sicurezza strombazzata in tutte le salse dai vertici.

In televisione, di tanto in tanto, veniva mandato qualche servizio a uso della propaganda del governo per tranquillizzare i genitori e gli studenti. Accantonato definitivamente il plexiglass, si vedevano persone intente a misurare tra banco e banco il mitico metro buccale. Niente di più. Neanche lo sforzo di imitare le rinomate vacche di Fanfani.

Quelli che “venivano dal morto”, cioè le persone che nelle scuole ci lavorano, al netto di qualche sceneggiata allestita da zelanti presidi per spararsi le mosse, rendevano testimonianza oculare di sporadici sopralluoghi degli addetti delle province, di soldi promessi ancora alla montagna e di una sovrana calma piatta. Qualcosa si è smossa, ad“ andamento lento”, causa ferie, solo il 14 agosto con il DL n°104 (Decreto Rilancio 2) che stanzia per l’anno scorso 85 milioni di euro finalizzati agli interventi di edilizia leggera.



La ministra Azzolina, intanto, nel mese di luglio, andava su e giù per la penisola partecipando a tavoli di lavoro, di concerto con gli Enti locali e i Dirigenti Scolastici per avere il quadro dettagliato della situazione. Un quadro, senza dubbio, complesso, disomogeneo, irto di asperità. Del resto, la ministra era a conoscenza delle classi pollaio, mica veniva dalla luna! Ma forse ignorava che ce ne fossero tante, soprattutto al centro-sud. Come e dove reperire aule per almeno il 15%, all’incirca un milione di alunni, fuori dalla misura del mitico metro buccale? Lo aveva calcolato un software. Ma ad agosto cioè oggi, il numero dei ragazzi da sistemare in parchi, musei, cinema, teatri, parrocchie, in tensostrutture (magari nei circhi in crisi di periferia), biblioteche, miracolosamente è sceso.
Vi è un nesso tra numeri e filosofia. Pitagora, presocratico, nella sua scuola di Crotone, lo aveva intuito. Il numero è armonia e regola il mondo. Gli uomini che ne fanno parte dovrebbero vivere assecondando tale armonia. Se quella geniale mente di Samo, potesse vedere come trattano i numeri i nostri governanti, facendoli andare su e giù a loro piacimento, ci direbbe che meritiamo tutto il caos in cui brancoliamo.

Una certezza nello smarrimento: le aule delle scuole italiane non potranno essere tutte adeguate al distanziamento sociale di sicurezza. Non si possono riparare vecchi squarci con cerottini. E allora? La scoperta della pasta asciutta. Gli alunni eccedenti rimarranno a casa a rotazione, ricorso a Dad, mascherine. Tutto il resto se lo dovranno inventare dirigenti, referenti, insegnanti e Ata. Tralasciamo i test sierologici per i docenti (su base volontaria!) i prevedibili stop per contagi, le quarantene, le nuove assunzioni, la formazione del personale, gli orari, i trasporti, i genitori che lavorano… Sono queste le condizioni per fare scuola serenamente e in sicurezza?
Ecco, il verbo che meglio può esprimere l’incertezza, la confusione, le incognite in cui viviamo, prima ancora del colpo di grazia del Covid 19, è brancolare.

Andare avanti a tentoni, come i ciechi di Bruegel il Vecchio che si tengono l’uno con l’altro, incapaci di gettare lo sguardo oltre l’orma del proprio piede, non va bene. Una caratteristica nazionale, che si è radicata negli anni il cui conto paghiamo su vari fronti. Ma con il futuro dei nostri figli e il loro diritto all’istruzione, non possiamo permetterci il lusso del tirare a campare.

Perciò ci si interroga sull’efficacia e sul rigore del lavoro fatto dagli esperti e dal Comitato tecnico scientifico per la ripartenza.


Dal periodo del lockdown sono passati alcuni mesi. Dallo stato di emergenza ancor di più (gennaio 2021). Sarebbe inaccettabile e gravissimo, ritrovarsi con le scuole chiuse, bambini, ragazzi, giovani a casa e di nuovo la DaD. Intanto , mentre scriviamo, il numero dei contagiati cresce , cresce…
Siamo stati in clausura accettando sacrifici e rinunce per il bene nostro, degli altri, del paese.

Tutto vanificato? Qualcosa non torna, non quadra. Assolutamente.


Lecito, alla luce di quanto sta accadendo, nutrire forti perplessità sulle linee guida del Piano Scuola approvato il 26 giugno? E giungere a dubitare sulle date di rientro a scuola?

La preoccupazione è vivissima. Non si tratta di nessuna critica preconcetta contro il governo. Ci sono fatti, dati, tempistiche che parlano chiaro. La questione dei banchi monoposto (compito dell’immancabile commissario Arcuri) che è il bersaglio dello scherno dell’opposizione, è solo una delle tante che la ministra Azzolina minimizza, dispensando sorrisi e dichiarandosi fiduciosa per l’ottimo lavoro fatto finora. Ma i problemi sono tanti, pesanti e grossi come macigni.
Che altro dire? Nulla. Settembre, mese dell’ardua sentenza.