L’emozionante storia dell’ateismo

L’emozionante storia dell’ateismo

di Raffaele Carcano

«Dio esiste. Lo sento dentro di me».

Quante volte, da quante persone abbiamo sentito affermazioni del genere? I credenti sono convinti dell’esistenza di (almeno) una divinità, e la maggioranza di essi, pur non essendo in grado di dimostrarla, imposta la propria vita di conseguenza. Irrazionale? Non troppo ragionevole, forse. Ma, quando lo facciamo notare, ci becchiamo frequentemente l’accusa di essere persone «aride», che si limitano alle evidenze e che non sono in grado di penetrare il significato profondo della vita.

Ci sono però credenti che propongono un punto di vista diverso. C’è infatti chi ammette che la fede è una scelta fondata su giustificazioni «istintive, intuitive e inarticolate». Tuttavia, poiché gli esseri umani sono irrazionali, pensa che anche la scelta atea o agnostica sia a sua volta irrazionale. E sarebbe basata, quasi sempre, su due motivazioni a loro volta intrecciate: la rabbia (contro la religione) e l’ansia, determinata dall’incapacità di condividere dottrine che la maggioranza delle persone ritiene invece vere.

A sostenere queste tesi non è un fedele qualsiasi, ma lo storico del cristianesimo Alec Ryrie. Anglicano praticante, è professore di divinity al Gresham College: un incarico autorevole, di durata triennale, conferitogli dall’autorità politica che amministra la City di Londra.

Ryrie ha cominciato a provare insoddisfazione per le ‘solite’ storie dell’ateismo

Qualche tempo fa, Ryrie ha cominciato a provare insoddisfazione per le ‘solite’ storie dell’ateismo: quelle che cominciano con Spinoza, proseguono con gli illuministi e il progresso scientifico, passano per Laplace, Feuerbach e Schopenhauer e terminano con la spiegazione “definitiva” di Darwin. Una ricostruzione, ammette onestamente nelle note, che spesso è però una sorta di caricatura di matrice cristiana limitata (guarda caso) all’anti-cristianesimo intellettuale, che non indaga quindi il pensiero reale delle persone. Ha quindi deciso di scriverne una diversa: una storia «emotiva» del dubbio.

L’impressione, leggendola, è che non si discosti tuttavia granché dalla ricostruzione cristiana standard. Comincia dal duecento, con le illazioni su Federico II e la sua corte, e individua il momento decisivo nella Riforma protestante, che avrebbe «trasformato l’incredulità rabbiosa in un’arma di distruzione teologica di massa, suscitando in tale processo un’incredulità ansiosa mai vista prima di allora». La sua opinione è che i filosofi atei venuti due secoli dopo si sarebbero limitati a rendere l’ateismo «intellettualmente rispettabile», anche se l’assalto alla cristianità sarebbe stato condotto principalmente su principi morali. Una battaglia interna, dunque: quasi che l’ateismo sia una specie di eresia cristiana.

Di prove a sostegno, però, l’autore ne porta poche

Di prove a sostegno, però, l’autore ne porta poche. Anzi, le stesse testimonianze raccolte sembrano nel solco della tradizionale apologetica cristiana. Cita per esempio il chierico puritano Michael Wigglesworth, che alla fine del seicento invitava a non bombardare gli increduli con argomenti razionali – perché, scriveva, non avrebbero potuto in alcun modo comprenderli. La frequente accusa agli atei di essere «subumani» era, secondo l’autore, un modo per risolvere un puzzle teologico. Ma, viene da replicare, anche un modo per tacitare i propri dubbi.

Come in tante altre storie dell’ateismo, le scelte operate sono discutibili: non cita Vanini, gli enciclopedisti e Marx, e predilige (ovviamente) gli inglesi, ma anche Bakunin e I fratelli Karamazov – un romanzo, che storia non è e non può essere. Peraltro, il libro si chiude cassando gran parte dell’età contemporanea. Curiosamente, anche Ryrie finisce inoltre per assegnare un ruolo centrale al panteista Spinoza («se l’ateismo moderno ha avuto un singolo, riconosciuto fondatore intellettuale», quel fondatore sarebbe lui) e riporta prevalentemente testimonianze di intellettuali: forse ansiosi, forse arrabbiati, ma raramente atei dichiarati. Per certi versi è inevitabile, perché la voce di chi ha affermato a chiare lettere la propria non credenza è stata quasi sempre spenta dai roghi cristiani. La storia la scrivono i vincitori, e l’autore ne è peraltro un degno erede: in un libero mercato religioso, la chiesa anglicana non sarebbe nemmeno nata.

Più che emotiva, la storia dell’ateismo è emozionante

Parafrasandolo, si può invece azzardare che, più che emotiva, la storia dell’ateismo è emozionante. Perché, a differenza delle singole religioni, è sbocciato spontaneamente in tempi e in luoghi diversi. In India e in Cina, tre millenni fa: in Grecia e a Roma, oltre due millenni orsono; persino nel mondo islamico e – benché perseguitato – anche nei lunghi secoli del totalitarismo cristiano. L’ateismo è sempre emerso quando gli è stato possibile emergere, quando cioè si sono raggiunti livelli di istruzione e benessere che hanno permesso di esprimersi in relativa sicurezza.

In Europa è successo soprattutto a partire dalla pace di Vestfalia del 1648, che pose fine alla guerra dei trent’anni: i regnanti pensarono che, anziché combattersi in nome della rispettiva versione del cristianesimo, era decisamente più proficuo subordinarle agli stati. I Paesi Bassi, che di anni di guerra ne avevano alle spalle addirittura ottanta, accolsero perseguitati religiosi provenienti dai luoghi più disparati: sociniani, ebrei, ugonotti… come possiamo sorprenderci che, in una società del genere, pensatori come Grozio, Spinoza, Locke e Bayle, benché (a parole) credenti, abbiano potuto fare affermazioni mai udite prima? Che negli altri paesi si sia attribuito il successo economico olandese anche alla tolleranza? Che dunque non fosse così sbagliato cercare di riprodurla altrove? Che questo processo abbia rapidamente fatto emergere atei conclamati in mezzo continente?

La mente umana, ci dice la scienza, è portata a vedere rapporti di causa-effetto anche dove non ci sono

«Se esiste qualcosa, qualcuno l’avrà creato». La mente umana, ci dice la scienza, è portata a vedere rapporti di causa-effetto anche dove non ci sono. L’ateismo è dunque una scelta controintuitiva –come lo sono però anche l’istruzione e la scienza, con cui va spesso a braccetto. Ragioni di massa che hanno portato a numeri di massa: non solo in Europa, ma anche in Estremo oriente (Giappone, Corea del Sud) e in diversi paesi latinoamericani. Persino dove domina l’islam più repressivo si manifestano sempre più frequentemente tanti non credenti. Sì, quella dell’ateismo può essere definita una storia emozionante anche perché ricorda quella umana: è cominciata con le stesse fragili basi, non è priva di lati oscuri, ma ne rispecchia spesso la parte migliore.

Il libro di Ryrie manifesta comunque un’attenzione positiva per gli atei: non li ritiene “diversi” da demonizzare, ma persone simili con cui pensa di avere parecchio in comune. Non soltanto l’irrazionalità, ma anche il possesso di forze morali con una stessa radice: una sorta di religione senza credenze sovrannaturali. Tuttavia, pur se è senz’altro vero che talvolta, nel mondo di cultura protestante, l’ateismo si diluisce in una vaga dimensione etica, è una situazione ben poco generalizzabile.

Da questo punto di vista, è invece più interessante un’altra considerazione sull’umanismo contemporaneo, riportata nel finale del libro: la presa d’atto che molti suoi indicatori etici – l’eguaglianza razziale e di genere, la libertà sessuale, una dottrina forte dei diritti umani individuali, una chiara distinzione tra gli ambiti umani e non umani – non sono condivisi da tutti, sono relativamente recenti, rappresentano una discontinuità con l’etica cristiana e, anzi, possono provocatoriamente essere considerati un’immagine inversa del nazismo. È un paragone che potrà piacere a molti, visto che Hitler è ormai ritenuto la personificazione del male assoluto. Ed è un modo, per Ryrie, per ribadire che la non credenza, oggi, veicola valori diffusi, mentre il cristianesimo, se si lascia sedurre dal nazionalismo autoritario, corre invece il rischio concreto di «ricoprire il ruolo dei bestemmiatori medievali: quello di avvalorare una cultura di maggioranza, offrendole esattamente il tipo di opposizione che desidera».

Ma il mondo cambierà ancora, e non è detto che cambierà in una direzione per noi piacevole. Non solo c’è ancora tanto da fare, ma anche il pericolo di tornare indietro non è scongiurato per sempre. Ed è per questo che è importante impegnarsi per un mondo migliore. Un impegno che, a sua volta, può – perché no? – essere davvero emozionante.

UAAR

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