Nemmeno un giorno di astinenza

Nemmeno un giorno di astinenza

All’epoca li chiamavo ancora incubi. Titubavo ad ogni risveglio, ma ogni risveglio di meno. Il pieno lo feci la notte in cui sentii la prima l’esplosione all’altezza della statua di gesso di una madre di Gesù, illuminata nella grotta in fondo al corso, alla base del promontorio che finiva dritto in mare. Maria ne uscì incolume ma vidi la donna che la pregava frantumarsi in una nuvola di fumo bianco e detriti e carne e sangue. Prima che le polveri sedimentassero, ecco la seconda esplosione, all’altezza del palazzo del Comune. Da deficiente quale sapevo di essere, mi meravigliavano ancora i colori e i fragori. L’ora era quella esatta, ne ero certo. L’esperto del giorno scriveva sui muri verità abbacinanti con una bomboletta rossa, per le falsità di facciata ne usava una di colore nero. Sapevo che un giorno avrei letto il gran finale sui muri della mia città libro: sorprendimi! Fui riportato alla realtà del sogno dal terzo boato, seguito da un quarto a soli 17 calcolatissimi secondi. Non li confusi. Le mie orecchie possono definire la geografia. Stavo meglio di quanto sospettassi, affondato in quel sonno.

Il senno al quale mi rivolgevo centellinava nutrienti gocce di sapere. Per non sprecare forze e tempo, scelsi di infilarmi in una traversa sulla destra, in opposizione al mare. Non potevo guardare indietro. Non volevo guardare indietro. Dalle luci di una finestra aperta non lo avrei mai potuto intuire, ma l’audio mi raccontava che i tizi della casa dietro la macelleria stavano guardando un porno. Andare e venire. Andare e venire. Un mare di emozioni. L’eventualità che si possa scindere il moto perpetuo dell’uomo fatto d’acqua è roba da premi Nobel del secolo prossimo. Io non andrò a ritirarlo. Per farlo mi servirebbe che le spinte emotive prescindessero dalla voglia di fare la morale a quei due ragazzetti che parlano solo di ubriacarsi fino a collassare in spiaggia. Se non hanno ragione loro, di certo non possiamo dargli tutti i torti. Hanno da rivendicare un futuro che non tu vedrai e che gli neghi senza grosse spiegazioni. Hai presente? Boom! Il cuore dello scemo del villaggio si fermò al rimbombo che fece collassare la casa dei miei zii.

L’uomo era un uomo di mezza età da quando me lo ricordo. Mezzo sordo per finta e mezzo disinteressato per davvero. Non c’ero quando successe che i suoi lo abbandonarono dalle suore. C’ero quando il cuore smise di assecondarlo. Quando muore qualcuno mi fermo a pensare per un secondo al momento in cui toccherà a me. Checché possano dirne, le cose stanno che finisce tutto. Gli inferni e paradisi sono artifici improntati all’accettazione transitoria della nostra presenza. Il mancamento è la marmellata di una crostata buonissima anche con pochi zuccheri. Il parlamento è un’accozzaglia di gentaglia per fuocherelli di paglia. Li inviterei ai nostri falò, potremmo insegnar loro a vivere. Potremmo insegnar loro a morire. Potremmo tatuargli sulla fronte la parola “abnegazione”, quale distinzione tra i lisci delle notti brave e l’oro del mutuo soccorso. Forse pecco di ottimismo. Boom! Boom! Boom! Boom! Quattro camionette degli sbirri in assetto antisommossa saltano in aria mentre il tagadà continua a far ruotare le sue luci senza la minima intenzione di abbassare il volume della musica di merda che tanto piace ai clienti dei giostrai. Lo sai che il numero 86, secondo la smorfia, è l’Esplosione? Lo sai che l’esplosione non è un gioco? Lo sai che la cabala ha le sue regole anche in modalità onirica? Boom! Quale futuro? Boom! In piazza Gaetano Bresci ritrovo gli amici di sempre. Siamo cresciuti. Siamo cornuti. Siamo caduti. La rinuncia come atto massimo dell’amor proprio trova riscontro tra le rughe dei nostri volti. Al cospetto del capovolgimento di fronte nessuno di noi si è mai inginocchiato. Gli impiccati pendono ancora vivi dai rami forti degli alberi, nelle aiuole in cui da ragazzetto piantavo semi di marijuana. Boom! Maledetto il mio ottimismo. Boom! Viva il mio ottimismo.

L’esibizionista col viso infuocato e le vene ben in vista, sbraita dalla scalinata della Chiesa Madre di cose che ha imparato da un libro che non ha mai letto. Mi aspetto le loro scuse prima della fine di tutto questo. Mi vestirò a festa solo se la tempesta soffierà tanto forte da strapparmi di dosso ogni odore. L’allibratore all’angolo della palafitta, racconta di gesta eroiche e non accetta più puntate sull’esito dell’esperienza. Delle credenze non si fida più nessuno. Le eccellenze sono andate a farsi fottere. Ho come il sospetto che il difetto di questa vita stia nel difetto della vita precedente. Si fottano pure quelli della reincarnazione. Negoziamo depenalizzazioni riducendo a denaro le nostre convintissime prese di posizione. Boom! Siamo uomini o coriandoli? Boom! La ruota non gira se nessuno la spinge. La fortuna ha riscritto le sue memorie e le ha affidate a quel tizio che dal 1988 minaccia di lanciarsi dal sesto piano di quello che sarà l’ultimo edificio a saltare in aria. Non è necessario immaginare di dormire. Non è necessario svegliarsi di soprassalto. Non è indispensabile farsene una ragione perché non è encomiabile farlo. La pazienza di chi ha inteso affidarsi alla naturale conseguenza delle cose come unica ipotesi plausibile, non si concede nemmeno un giorno di astinenza. Non se lo può permettere. E quando tutto sarà raso al suolo, dagli orizzonti che ci si pareranno davanti risplenderà una luce che non abbiamo mai visto brillare tanto. Boom! È finita. Boom! Si ricomincia.
Mi sedetti dalla parte del morto perché avevo ragione io, che all’epoca li chiamavo ancora incubi

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