Non era questo il momento

Non era questo il momento

Come per tutte le cose che ci accadono, c’erano due argomenti a favore e tutto il resto contro. La Realtà in quei giorni era la locanda presso la quale alloggiavano i fiammiferi di frassino. Appoggiavano la loro testa incendiaria su cuscini capaci di prenderne la forma. La figlia della Realtà locandiera si innamorò di uno di loro, gli confessò che i più reconditi desideri dei suoi ospiti erano una presunzione di conoscenza che nessuno di loro poteva realmente certificare. I bufalari al potere di ego spropositati e preposizioni e articoli e accompagnamenti nei quali la convinzione che il cliente abbia sempre ragione faceva a pugni con le luci dell’alba, quelle che ti fanno piccolo piccolo escludendo la possibilità che la tua o la mia ragione possano contare qualcosa. Voci dalla sala conferenza. I seminatori di vento avevano finalmente dato udienza ai raccoglitori di tempeste ma a quanto pare la forma (as usual, in queste occasioni) avrebbe prevalso sulla sostanza. Passai dritto, ho imparato a convivere con le voci tre inverni fa.

L’insostenibile leggerezza del malessere fischiava ancora tra i peli delle mie orecchie. Tre le foglie e le voglie delle mogli gravide, il cordoglio si nascondeva nella prateria in cui la vista era dominata dalle margherite. Le camomille e una botte di grappa dal color piscio e dal retrogusto di vita terrena erano i must del punto ristoro. Coloro i quali fossero stati invitati non si sarebbero potuti rifiutare. Non chiedermi e non chiederti perché. La domanda era, è e resterà “perché no?”. Ho sete, lo faccio. Ripercorro la strada dell’andata, quella che ricordavo. Come per tutte le cose che ci accadono, c’erano due argomenti a favore e tutto il resto contro. Incontrata e liquidata la delegazione Ovvietà, mi decisi che sedermi a fissarli era il modo per proseguire. Resto per partire dalla convinzione che il cammino sarebbe dovuto riprendere esattamente dagli orizzonti che si erano aperti allo sgretolarsi delle ovvietà sotto i miei occhi. Non la buona né la cattiva morte mi avrebbero impedito di approfittare dei cinque sensi. E del sesto e del settimo. Magari scopriamo che ce ne sta anche un decimo. Mi limito a prendere atto che le possibilità che ci neghiamo, a volte, pesano più del compiaciuto riconoscersi per quel che si è diventati. E ora? E ora? Come non mettere sul piatto della bilancia quel granello di sabbia che ci fa clessidre? La tempesta si avvicina. La desert storm, che mi riportava alla mentre generali e teste nere e uno shampoo assai popolare all’epoca, si avvicina. La transumanza dei concetti prende possesso dei pascoli. Ci si abbevera nei torrenti in cui scorre la materia grigia, si irrigano le cortecce cerebrali. Il nutrimento si fa vita e definisce i confini tra bello e stupendo; tra paura ed angoscia; tra ciò che sarebbe bello e l’essere egoisti. Il sistema nervoso accentra tutto: Parlo di cose che non capisco, con persone che non conosco, in una lingua che mi arrogo il diritto di sentire mia solo per mere questioni legate all’iscrizione a questo o quell’ufficio anagrafe. Parenti e partenti sorridono deficienti agli indigeni della casa, del luogo, del pensiero. Comodo sulle sponde, qualcuno aspetta di sentir pizzicare l’amo tra le correnti. Li riconosci dall’occhio dell’abbiocco. Salvo miracoli moriranno di fame. La consapevolezza è tutto. Un tuffo alza il livello di guardia dei neuroni bagnini. Un rivolo rosso mi ingloba e mi ci perdo. Se io fossi stato regolarmente al posto mio, non mi sarei ritrovato qui a giustificare chiunque ne abbia preso possesso. Ma come per tutte le cose che ci accadono, ci sarebbe da buttare sul piatto due argomenti a favore e tutto il resto contro. Te ne lascio uno. Uno me lo tengo. Per tutto il resto non credo di aver abbastanza tempo. Strappo un fiammifero dal suo letto, dal suo cuscino. Lo accendo. Una candela sopra un numero a caso. Soffio. La spengo. Non era questo il momento. Preparo una lista in cui inserire da una parte il buono, dall’altra gli spropositi. Dopo qualche ora le liste sono complete. Prendo un coltello, taglio. Il sangue che gocciola si impregna prima che dia fuoco a tutto. Si alzano le fiamme. Soffio ma non riesco a spegnerle. Soffio ancora. Soffio ma non riesco a spegnermi. Il fuoco conquistatore arde e si sviluppa avvolgente. Soffio sull’inutilità di soffiare nel momento sbagliato. ‘Cca sutta non chiovi.

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