Io ho.

Io ho.

La cosa bella di questo periodo di merda è che la merda è la mia e ne riconosco ogni sfumatura. La reclusione, l’imposizione, l’identificazione, l’interpretazione, la negazione. A parole non serve niente, comunichiamo con i fatti. La cosa bella di questo periodo di merda è l’isolamento, la cosa brutta è sapere che alla fine dell’isolamento non ci riconosceremo più. La cosa bella di questo periodo di merda è che ho comprato abbastanza caffè e sufficienti litri di vino per poter combattere la mia personale guerra, la cosa brutta sono sabato e domenica. La cosa bella di questo periodo di merda è che voglio veramente bene a tutte le persone che hanno incrociato il cammino giunto a metà della mia vita, la cosa brutta è l’ottimismo che non permette di accettare il fatto di avere a che fare con dei fantasmi per i quali il tempo si è fermato. La cosa bella di questo periodo di merda è non sapere chi io sia e meravigliarmene ogni giorno, la cosa brutta è che non mi meraviglio quasi più di niente. La lente di ingrandimento sotto la quale ci cuciniamo racconta di dettagli che i dettaglianti non vedono, non sentono, ne parlano balbettando.

Ho chiodi di garofano raccolti dalla croce su cui è stato crocifisso il socialismo; ho raccolte di sangue in boccette di vetro, ora è coagulato ma all’occorrenza lo squaglio e lecco sulle ferite, è rinfrescante; ho muri di buoni propositi sui quali qualche coglione ha fatto delle svastiche con la bomboletta rossa, le ha pure disegnate male oltre che in rosso; ho collezioni di testamenti scritti di proprio pugno da ricchi proprietari terrieri e semenze di eredità culturali che arditi immortali hanno solo chiesto di continuare a piantare; ho l’annaffiatoio; ho il dono di saper falsificare le firme; ho una discreta quantità e varietà di oppio per i popoli, te la passo a buon prezzo se ti interessa; sono nullatenente e non cerco occupazione; ho la mia fetta di debito pubblico e una mucca da mungere per il latte fresco che butto in pasto ai porci, mi tengo la panna e il posto delle fragole è troppo lontano da casa mia per poter metterci anche un tocco di colore; ho un sacco di libri per alimentare il fuoco e un bellissimo attizzatoio fatto su, misura; ho un impianto audio potente ma non abbastanza da far soccombere i miei pensieri che urlano, urlano sempre, urlano sempre di più; ho un aquario capace di contenermi, è pieno di pietre raccolte ad ogni mia immersione nel mare della vita che dovrebbe proteggerci ma rischia grosso di affogarci; ho un’automazione che mi permette di aprire e chiudere occhi capaci di regolamentare l’esposizione alla luce degli sguardi di ogni Medusa ai mitomani che siamo; ho il beneficio del dubbio che, per definizione, mi protegge dalle certezze che certi testimoni della verità vorrebbero regalarmi sorprendendosi sempre per il mio altro rifiuto; ho seicentosessantasei anni da milletrecentotrentadue anni; ho splendide parole per i sordi che sorridono della mia loquacità; ho dei lattoni pieni polvere pirica, ho anche delle micce ed il superpotere di far scoccare la scintilla dell’amore che arde; ho fame e sete solo quando mi accorgo di avere fame e sete; ho una stanza orologi biologici rotti dalla mancanza di tempo da dedicare alla manutenzione; ho come la strana sensazione che non sia una strana sensazione; ho una museruola per quando mi porto a passeggio e piscio sulle ruote dei carri funebri che ci contengono o ci conterranno; ho liste piene di cose da fare da cui depenno le esagerazioni e tengo le stronzate dette bene; ho sogni e bisogni custoditi nella lucida ceramica della vergogna; ho un prato in cui sostano cicogne degne di ristoro prima di riprendere il volo e riportarci bambini; ho punti fermi e stagni di desideri in cui rospi allucinogeni slinguazzano fastidiosi insetti maledettamente di vivi; ho piante di tabacco dalle foglie ontologicamente ineccepibili e la giusta voglia di fumare una; ho semplificato il linguaggio con il quale mi affronto allo specchio nel digrignare di denti che stringo fino a farli sanguinare; ho una bocca che a guardarla fa sparire la pelle e disegna i tratti del mio cranio per come lo immaginerebbe ogni attento studente di anatomia; ho una pergamena su cui sventola alta la bandiera con la mia laurea honoris scrausa; ho una carta da cinquantamila lire in cui arrotolo e srotolo la mia adolescenza; ho un baracchino ricetrasmittente, con almeno santiago 7 mi nascondo dentro il bianco di frequenza prima di breccare sul canale fingendo una voce diversa ogni volta; ho un gomitolo di vene, arterie e capillari e un gattone dispettoso; ho sonno solo quando non ce la faccio più; ho un cuore collegato al mio buco del culo.

La cosa bella di questo periodo di merda è che è solo il periodo prima di un nuovo periodo di merda, la cosa brutta è che l’appalto per il prossimo periodo di merda lo hanno assegnato a ditte di trogloditi abituati a magiare male e cacare peggio.