Aiello: “Pene più severe per i furbetti del cartellino della Pubblica Amministrazione”

Aiello: “Pene più severe per i furbetti del cartellino della Pubblica Amministrazione”

di Pasquale Aiello

Ormai in Italia, al sud come al nord, è una pratica consolidata. La propensione per i dipendenti della pubblica amministrazione a timbrare il cartellino e poi scomparire con molta indifferenza, abbandonare il lavoro arbitrariamente per occuparsi dei propri affari personali. Già da parecchio tempo, i report e le cronache giudiziarie parlano di un alto tasso di assenteismo, impiegati che non timbrano il cartellino di persona, ma delegano ad altri tale compito, oppure si assentano ingiustificati per andare a farsi i c…i propri, al bar, a casa, a fare la spesa, o anche shopping insomma dappertutto tranne che sul posto di lavoro. Un quadro avvilente che quasi sempre vede coinvolti più soggetti: ci sono quelli che delegano ad altri la timbratura del proprio cartellino, quelli che timbrano anche per gli assenti e i cosiddetti capufficio che, non possono non sapere cosa fanno e dove sono i propri subalterni. 

Una volta per tutte, però bisognerebbe cominciare a chiamare le cose col loro nome. Si tratta, quando provata, molto semplicemente di truffa e i colpevoli, quando condannati, sono di conseguenza considerati truffatori. Detto ciò, è uno dei misfatti più odiosi. Il lavoro è centrale nella vita di ogni essere umano, per mezzo del quale ogni individuo tutela la sua autonomia e dignità. Ma tutti quei fannulloni della PA che, sia nel Sud Italia, sia nel Nord Italia, utilizzano ogni tipo di stratagemma per lavorare poco o niente, proprio perché hanno la certezza di essere comunque pagati nella stessa misura di chi il proprio dovere lo esegue fino in fondo con onestà e rettitudine, sembra che lo facciano in spregio a tutto ciò. Il fenomeno dell’assenteismo è figlio di un sistema politico-clientelare o voto di scambio che dir si voglia. La filosofia dei furbetti è quella di accomodarsi il meglio possibile, lavorare il meno possibile e godersi uno stipendio dignitoso alla faccia delle migliaia di disoccupati magari molto più meritevoli, ma che hanno voluto mantenere intatta la propria dignità di esseri umani senza scadere nelle prevaricazioni e nella disonestà sociale. Nel Meridione, poi, dove il lavoro è una chimera, coloro che hanno incontrato il lavoro, quasi sono considerati dei privilegiati per cui maggiormente dovrebbero essere dediti e rispettosi.

Nel settore privato tale fenomeno è difficilmente riscontrabile e se mai dovesse verificarsi, rappresenta, difatti, una trasgressione molto grave dei termini del contratto per cui viene bloccato con rimedi anche drastici, quando non col licenziamento in tronco.

Sarebbe giusto che fosse così anche nel settore del pubblico impiego, che in quanto tale, lavorare per lo stato dovrebbe essere espressione significativa di una profonda appartenenza al proprio Paese. Si nutre profondo rammarico e molte volte anche rabbia verso un fenomeno e chi lo alimenta, che scatena profonde ingiustizie se si considera l’alto tasso di disoccupazione specie al sud. I furbetti del cartellino, molto probabilmente non sanno che la moralità e il lavoro hanno un comune denominatore, pertanto, chi non rispetta le regole che disciplinano l’attività lavorativa dimostra scarso senso etico e morale. La storia del lavoro è fatta soprattutto di conquiste e i diritti dei lavoratori sono il risultato di dure lotte segnate dal sacrificio di donne e uomini con una notevole altezza morale e umanitaria. Soltanto lo stolto non sa.