Una recensione sul libro “Sole nero a Malifà”

Una recensione sul libro “Sole nero a Malifà”

Da un po’ di giorni vedo apparire sui media elettronici articoli su Saro Gambino e il suo “Sole nero a Malifa” , valutazioni con i quali non sono d’accordo, perché credo che queste interpretazioni che sembrano incanalare un pensiero unico, con parametri di giudizio già fissati dalle convenzioni sociali e letterarie locali, appaiono essere predominanti, senza lasciare spazio, ad altre valutazioni e prospettive di lettura. Tali giudizi e valutazioni, a mio avviso, non fanno giustizia della complessità del pensiero di Gambino, rispetto a quel romanzo, e al contenuto in cui quel libro nacque, Nardodipace.

Prendendo in esami l’ultimo aspetto di questo periodo e tralasciando da parte i primi due, per il momento, non si fa altro che ruotare sulla vicenda che portò Nardodipace ad essere considerato il paese più povero d’Italia nel 1989, con una valutazione Istat( cosa che fece la fortuna politica di qualche politicante). Quasi o tutti, quando vogliono parlare di Nardodipace, come se non avessero altri argomenti, ripescano la storia del paese più povero d’Italia, eppure qualche anno dopo quella sentenza, toccò a Fabrizia superare Nardodipace nella classifica in fondo alla lista, in senso discendente, come pure a Torre di Ruggero; la stessa Serra, in quella lista del 1989, superava Nardodipace di pochi punti, ambito in cui si trovava l’intera Calabria, rispetto al panorama nazionale.

Eppure solo di Nardodipace si continua a parlare di questo fenomeno negativo, nonostante in alcuni momenti abbia raggiunto la piena occupazione, e attualmente ha percentuali occupazionali, forse più di molte altre realtà del sud Italia o della Calabria, se non addirittura di qualcun’altra del triangolo industriale: ligure o piemontese, se non addirittura lombarda. Per verificare ciò, non ci vuole molto, basta soltanto comparare i dati. Nonostante ciò, però Nardodipace rimane il paese più povero d’Italia per molti, e oramai per molti anni, anche esperti del mondo dell’informazione, e per qualche politico locale, piagnone e inadeguato. Dicevamo della complessità del pensiero di Gambino, e della trama narrativa del suo libro.

Egli lo scrisse a seguito dell’incarico che ebbe come maestro, all’inizio degli anni sessanta, dall’allora agenzia per la lotta all’analfabetismo, nella frazione di recente costruzione, edificata dopo l’alluvione del 1951, nella località Cassarìa, dalla quale prese il nome di Cassari di Nardodipace. Fu uno sparuto gruppo di gente proveniente dall’altra frazione di Ragonà, ad abitare in quella appena costruita, perchè parte degli abitanti di Nardodipace, furono dirottati sulla piana di Ciano(la cui radice etimologica è: luogo della morte della dea), dove venne costruito il nuovo capoluogo. Gambino venne a contatto con quella comunità e quella gente nel 1958, secondo quanto ci informa la pagina dell’ICSAIC(Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea ) curata e scritta da Sergio Pelaia.

Egli afferma che: L’incontro con quella drammatica realtà sociale lo segnò profondamente e fu da lui stesso paragonato a quello di Carlo Levi con la Lucania. Un’esperienza da cui nacque “Sole nero a Malifà” (1965), il suo primo romanzo, in cui raccontò la vicenda di Gesuino, adolescente vittima della Calabria del sottosviluppo, dell’isolamento e del misticismo “superstizioso”, che sfocia in una tragica, quanto grottesca Via Crucis. Negli anni trascorsi tra le frazioni di Nardodipace, dove all’epoca mancavano i servizi essenziali, non c’era il medico né il telefono, mancava l’acqua corrente e pure il cimitero, Gambino vergò anche molte corrispondenze giornalistiche che accesero i riflettori sulla condizione in cui si viveva in quei territori, tanto da farvi arrivare dei camion di aiuti umanitari.

Tutto questo manca nelle analisi, non solo di questi giorni, ma di sempre, sulla storia e il rapporto, tra Gambino e la comunità di Cassari, a parte qualche sporadico richiamo, ma quello che è sempre mancato nelle analisi, è stata la descrizione del ruolo che egli ebbe nel suo stesso romanzo, come personaggio e secondo protagonista, incarnato nella figura di Fiorello. A volte si fa soltanto riferimento come fatto di cronaca, ma non si spiegano e si analizzano le ragioni di fondo che vi sono nel libro, che dal mio punto di vista ho cercato di evidenziare già nel precedente articolo, dal titolo: “Leggendo Sole nero di Gambino” nel 2010/13, pubblicato sul “Quotidiano della Calabria” e poi da altri giornali on line, come Il “Vizzarro” e “Santa Maria del Bosco”, articolo inviso e boicottato da molti, intellettuali e non. Fu in quel contesto, con l’incarico di maestro affidatogli dall’Unione nazionale per la lotta all’analfabetismo, come ente governativo, che Gambino arrivò a Cassari, venendo in contatto con quella gente, nell’ambito del programma sulla lotta all’ignoranza.

Fu in quel contesto che una serie di piccoli eventi che si verificarono in quella comunità, come elementi di vita quotidiana, ripresi e narrati magistralmente dalla mente dell’autore, diedero vita al suo libro più bello, ma anche una delle narrazioni socio antropologiche più interessanti nel panorama della letteratura calabrese e meridionalistica del Novecento. Sicuramente il suo paradigma fu il “Cristo” di Carlo Levi, come metafora civile e sociale di un processo che avrebbe dovuto inevitabilmente comparire dal buio della “scena”, come Godot, ma che non arrivò mai, perché quella notte si trasformò in eternità, con la degenerazione della politica, la mafia, e il feudalesimo di ritorno, sia sociale che intellettuale di una classe dirigente piegata su se stessa; si trasformò in sola speranza, come assenza, e avvenne con la figura di Fiorello-Gambino, proiettati nella realtà del passato e del presente.

“Sole nero a Malifà”, sul piano letterario, a mio avviso supera quello che fu considerato la Bibbia della letteratura calabrese del secolo precedente: Gente in Aspromonte di Corrado Alvaro. Per molti sarà una blasfemìa, ma credo che il libro di Gambino, per come ebbi a dire, e per quel che dirò in questa occasione, sia stato sottovalutato dalla critica e dall’intellighenzia calabrese, soprattutto perché Gambino non fu mai un intellettuale a tutto tondo come Alvaro, lasciando la Calabria per stare nei salotti degli intellettuali romani, perché egli visse da uomo colto qual era e da “provinciale”, nell’inferno di quel presente calabrese, calandosi nelle situazioni contingenti, e vivendo la storia di quelle storie. Alvaro lasciò la Calabria e andò via, vivendo condizioni più o meno agiate, ma comunque fuori dalle ruote in movimento delle dinamiche della storia che stritolavano la socialità delle olive/umanità dei frantoi, per cui, quelle stesse ruote giravano su se stesse, tanto da ridurre quell’umanità-olive, a polpa da spremere.

Dinamiche e processi governati da classi sociali dominanti, che hanno stritolato quell’umanità composta dai Gesuino, e che Gambino, a differenza di Alvaro, non ha soltanto raccontato, ma anche pienamente vissuto, facendo il docente per una vita, e immergendosi fino agli inferi di un Ade senza il suo elmo. Inferi, quel mondo, quello degli ultimi, rappresentato da una sorta di Zagreo-Gesuino dionisiaco, che giustamente Gambino ha fatto morire, nella speranza di un non Gesuino protagonista in funzione di un riscatto sociale individuale e collettivo, perché perdente e vittima delle sue paure ancestrali, della sua ignoranza e incapacità a governare la sua vita ed il futuro della sua stessa esistenza; confidando invece in un Fiorello(l’altro di sé) che quelle dinamiche, con le sue idee rivoluzionarie, cerca di governarle: le sue domande, la diffusione del giornale e la costruzione di un nuovo pensiero attraverso una nuova socialità, come il protagonista dei cafoni di Fontamara, di siloniana memoria.

Fiorello, a mio avviso non è una figura stravagante, ma il protagonista della seconda parte del libro, la parte della rinascita, del riscatto che Gambino agognava e sognava oltre che inseguiva, e in cui alla fine si immedesimò, dandogli un ruolo di guida ed esperto, quasi da intellettuale nella comunità; trasferendo il lui le sue qualità ed ambizioni. Chi avrebbe dovuto e potuto essere quella figura, con quelle peculiarità, se non in parte lo stesso Gambino, il quale vedeva nella sua classe sociale a guida di quell’azione rivoluzionaria pacifica e moderna, se non sé stesso, nell’altro di sè? Fiorello è la figura di un giovane comunista locale al quale l’autore affida le sue speranze di sognatore e di uomo oltre che

di sinistra, antifascista, ma non stalinista, e con la voglia di riscatto sociale che lui stesso si porta dentro. Fiorello è l’altro sé, il Ka, la Psichè, quella parte che desidera, sogna e brama una Calabria migliore, una Calabria però che non ha speranza, se fa vivere quella ancestrale, fatta da dei Gesuino di turno o delle formule magiche delle donne che stanno al suo capezzale da morente. Una Calabria fatta di calabresità e non calabresitudine, come ebbi a spiegare in una mia mostra fotografica fatta a Squillace nel 2002, sulla cultura contadina; una Calabria fatta di saccenza, ignoranza, ‘nduja, tarantella, mafia e Borboni. Questo rappresentava Gesuino e la sua Calabria, e per questo Gambino lo ha fatto giustamente morire, altro avrebbe voluto con Fiorello, perché i sogni e le speranze di Fiorello letterario erano quelli dello stesso Gambino della vita reale.

Trovo sbagliato(non per lui, perché si limitò soltanto a fare una considerazione che trovava nel suo mondo di intellettuali meridionalisti) quanto ebbe a dire Pasquino Crupi a Nardodipace una sera che venne a vedere i megaliti. Era un pomeriggio nell’estate del 2003, nel pieno frastuono di quella vicenda, e in una serata di fatta di discorsi conviviali, ci disse che l’intellighenzia meridionale e calabrese, quella che aveva fatto le barricate nel ‘68 e ‘77, appartenente alla tradizione meridionalistica, non aveva mai perdonato all’Autore, di aver fatto morire Gesuino, il protagonista del suo romanzo, il giovane che avrebbe dovuto essere l’emblema del riscatto delle classi subalterne calabresi, e fungere da modello per la letteratura meridionalistica.

Probabilmente, quel mondo non si accorse che il riscatto di cui parlava Gambino con la morte di Gesuino e l’entrata in scena di Fiorello, sarebbe dovuto avvenire mediante un processo graduale e con un passaggio indolore dalla Calabria arcaica ed ancestrale, ad una Calabria post moderna, attraverso l’unica via, non i moti e le rivoluzioni civili, ma l’assunzione di responsabilità delle nuove figure colte, anche di ceto sociale di provenienza agraria, e in cui i nuovi intellettuali, avrebbero dovuto sobbarcarsi il peso e l’onere, oltre che l’onore, di guidare quella nuova Società, non più legata al misticismo di un Gesuino o della Sambarvara e della Scazzontara, ma al realismo critico di Fiorello, che stava sorgendo da quel processo di pesante trasformazione economica e sociale in atto in Italia da un po’ di anni.

Per Gambino, mi pare di capire, quella rinascita passava come nel mondo misterico e iniziatico, attraverso la morte e la rinascita successiva, in questo vedo nell’autore aspetti di una cultura iniziatica pagana, frutto probabilmente di studi e ricerche sulla magia e sul misticismo calabrese. Egli vedeva in questa sorta di selezione naturale dei fenomeni sociali, con protagoniste le masse neglette, come ci dice con la morte di Gesuino, ma con gli intellettuali figli di contadini o artigiani che si erano emancipati con lo studio e la scuola, o come giovani che avevano nel sangue l’idea della giustizia sociale e di una nuova modalità di socialità, come guida e riferimento, per una nuova società, sorta dalle macerie della precedente, come un’araba fenice.

Gambino, nel suo romanzo, non solo traccia con la morte del protagonista apparente, Gesuino, morto per mano di quel violento vecchio mondo di cui era figlio ed erede legittimo, per una sorte di selezione darviniana, perché egli è personificazione di un “pensiero” sconfitto dalla sua stessa violenza, come lo fu il figlio di Zeus e Persefone: Zagreus, raggirato prima dai Titali con lo specchio e i dadi, e poi sbranato e inghiottito, così lo fu Gesuino, il moderno Dioniso, raggirato dai suoi coetani, moderni titani, che lo crocifissero su un “golgota”, come Cristo, da furbeschi figli della Terra. Giustamente, Gambino non poteva affidare la rinascita spirituale e materiale a chi era già stato sconfitto dalle dinamiche della storia, e questo sembra che molti intellettuali che si cimentarono con “Sole nero a Malifà”, non lo capirono.

Egli ripose le sue speranze nella figura incarnata da Fiorello, l’ “intellettuale” e il nuovo uomo sul piano antropologico, come gli sparti nati dalle pietre lanciate da Deucalione e Pirra, dopo uno dei diluvi greci, o come l’uomo impastato da Prometeo con la terra e la cenere dei corpi di Zagreo e dei Titani, i figli di Gea, al quale Atena diede il suo Thimòs, secondo la valenza della sua radice etimologica: il respiro, col suo caldo soffio. Solo che l’uomo nuovo che Gambino volle come intellettuale e nuova classe dirigente del futuro, quella che avrebbe dovuto prendere in mano le redini in mano del futuro di questa terra e di quella e questa gente, quando salì al potere, pensò di gestire quel potere con nuove forme, secondo vecchi modelli, e la redenzione orfico cristiana della rinascita e resurrezione di Gambino, si persero nell’agonia di un Gesuino-Calabria.

La speranza divenne la constatazione di un amara sconfitta. La morte del protagonista del libro di Gambino, l’autore, secondo il racconto dello scrittore e intellettuale comunista reggino(Pasquino Crupi), la pagò cara, perché quella figura, secondo i canoni di quel mondo, avrebbe dovuto promuovere e guidare la riscossa sociale, o almeno tentare forme di rivendicazione sociale e politica a carattere individuale o collettiva, secondo una visione romantica alla don Chisciotte; il don Chisciotte che lotta contro gli otri pieni di vino nella stanza di una locanda in cui doveva passare la notte, in santa pace, riposandosi per la ripresa del viaggio che avrebbe dovuto intraprendere la mattina successiva. Sostanzialmente, da quello che mi sembra di capire, non piacque la remissività prima, e la morte del personaggio poi.

Non lo so se quello che disse Pasquino Crupi in quel momento sia vero o meno, so soltanto che se fosse vero, sarebbe come dire che tutta quella gente che discettava sul quel libro, non aveva compreso le ragioni di fondo della morte di Gesuino. Quel simbolo della Calabria arcaica, ancestrale, avvitata sulle sue contraddizioni, le sue paure e la sua dannazione come simbolo di un peccato originale come quello di Adamo o Eva, oppure di Prometeo, nell’aver rubato la conoscenza e il fuoco, il simbolo della sacralità divina e della conoscenza a Zeus, doveva giustamente morire, come l’autore fece.

Soltanto così poteva affidare a nuovi simboli in un’Italia che stava vivendo l’esplosione della sua industrializzazione e del boom economico più forte della sua intera storia, la rinascita, trascinando dietro di sé una Calabria arretrata e semifeudale, nella speranza di una riscossa, di una società migliore. Con grande rammarico, c’ è da dire, però, che quel Gesuino non è ancora morto, e Fiorello-Gambino sono ancora in attesa di Godot.

Vincenzo Nadile

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