Ilario Ammendolia e il centenario del Partito Comunista Italiano

Ilario Ammendolia e il centenario del Partito Comunista Italiano

Di Ilario Ammendolia

Esattamente cento anni fa nasceva a Livorno il Partito comunista italiano.
Molti celebreranno il centenario e già si annunciano una decina di libri in uscita, di interviste ad ex dirigenti del partito, di articoli sulle varie testate nazionali.

È indubbio che i comunisti abbiano dato tanto al Paese soprattutto nella clandestinità, nella lotta di Liberazione, e nelle lotte per il progresso e la democrazia. Accanto a ciò bisognerebbe capire perché del “Progetto” politico ed ideale del più grande partito comunista dell’Occidente siano rimasti soprattutto macerie.

Vogliamo ricordare il 21 gennaio del 1921 raccontando la storia di un uomo semplice. Uno tra i tanti “militanti” senza nome che hanno fatto grande il Partito ma hanno aspettato invano “Il sol dell’avvenir”.

Non saprei proprio dire perché “Mastro Giorgio”, pur essendo convintamente cattolico, sia diventato comunista ma so per certo che il Partito è stato la sua seconda pelle a tal punto che i suoi compaesani aggiunsero al suo nome di battesimo il soprannome “il comunista “.
Non sapeva leggere ma ogni domenica diffondeva (e comprava) l’Unità che metteva in bella mostra nella tasca della giacca e che la sera si faceva leggere dalla figlia.

E quando la ragazza si stava per sposare Lui decise di frequentare la scuola serale perché gli insegnassero a leggere anche se per, lungo tempo, le sue letture non andarono mai oltre il quotidiano del PCI e l’ almanacco del partito comunista.

Aveva aderito al Partito appena rientrato in paese dalla Russia dove i gerarchi l’avevano mandato a combattere. Lui contadino contro altri contadini. Così diceva di amare la pace perché aveva visto con i suoi occhi gli orrori della guerra e la viltà degli stati maggiori. Considerava la libertà qualcosa di concreto ed essenziale come il pane e sapeva bene che non ci poteva essere vera libertà nel bisogno estremo .

Amava l’uguaglianza perché si sentiva uguale agli altri e trovava ingiusto che, pur essendo conosciuto come un bravissimo agricoltore, fosse costretto a lavorare la terra degli altri, ad allevare le bestie non sue. E si umiliava ancora di più quando la moglie andava al fiume a lavare i panni di altri.
Ma l’umiliazione la trasformava in “lotta” piuttosto che in odio.

Nel 1949 si fece la galera per aver partecipato alle occupazione delle terre in Calabria. Dinanzi al magistrato che aveva confermato il fermo in arresto, mentre era in manette disse “ancora per poco”. Era convinto,( ed il partito aveva contribuito a rafforzare questa sua convinzione) , che la magistratura, fosse un avamposto dello “Stato borghese”.

Comunque quel “poco” , almeno per lui, durò molto, anzi non è mai finito.
Intanto veniva sistematicamente escluso dagli elenchi Eca ( ente comunale di assistenza) e dalle graduatorie per le case popolari, discriminato dall’ ufficio di collocamento nonostante avesse otto figli a carico.
Ma non si arrendeva.

Anzi diventava più ancora determinato e ribelle alle ingiustizie e, per tutta risposta, ad ogni elezione trasformava il seggio elettorale in una trincea, contestando i certificati medici “dubbi” di cui la DC, tramite i parroci, riusciva ad avere il monopolio e difendendo con le unghie e con i denti i voti del suo Partito.

Organizzava e partecipava, a sue spese, alle più importanti lotte ed a molte delle manifestazioni indette dal partito ma il suo carattere ribelle gli ha sempre impedito di scandire “W il partito di Gramsci e Togliatti, di Longo e Berlinguer”. Considerava tale slogan in contraddizione con il principio di uguaglianza che Mastro Giorgio riteneva la ragione fondamentale della sua scelta di vita.

Si recò a Roma per i funerali di Togliatti: fazzoletto rosso al collo, bottone nero sulla camicia, la bandiera del partito sulle spalle. Un tovagliolo con pane ed olive in tasca.
Dopo i funerali, in attesa del treno speciale, con un gruppo di “compagni” fece un giro tra i palazzi del “potere romano”: il Quirinale, Palazzo Chigi, l’odiato Viminale.

“Palazzi” che, secondo “Mastro Giorgio (e non solo) , erano abusivamente occupati dal” nemico di classe “e trasformati in” centrali dell’imperialismo americano”, almeno fin quando il Partito comunista non avrebbe vinto, liberandoli e consegnandoli al” popolo sovrano” .

Intanto però era dura, molto dura, la vita d’un comunista dei” piani bassi” soprattutto nell’estremo Sud dove mancava la “classe operaia” e gli “intellettuali organici” erano rari come i lupi bianchi. Ma diventò ancora più dura quando il PCI incominciò ad avvicinarsi all’area di governo. E divenne tragica quando i “capi” del partito, che ormai aveva rinunciato a chiamarsi comunista, entrarono nei “Palazzi del potere”
Nel 1998 i giornali e la televisione annunciavano che un “comunista” era entrato a Palazzo Chigi e, quasi contemporaneamente, gli aerei italiani si alzarono in volo per bombardare Belgrado.

L’ingresso di un “comunista” ” nella stanza dei bottoni” non aveva modificato di una sola virgola la natura del “Palazzo” perché le idee di uguaglianza, libertà, giustizia, di morale, di vita per cui si erano battuti, per mezzo secolo, centinaia di migliaia di “Mastro Giorgio” e che avevano fatto grande il Partito sarebbero rimasti rigorosamente fuori dall’azione di governo.

Per protesta aveva smesso di comprare l’Unità e si era messo a leggere i libri di storia e le antologie dei nipoti. Lo aiutavano a non pensare.. per non soffrire.
Il colpo di grazia lo ricevette nel maggio del 2006. Aveva superato gli ottanta anni ma era ancora molto lucido.

Il 10 maggio, un “comunista” veniva eletto al Quirinale.
È lui ha seguito la cerimonia di insediamento in televisione.
Così vide “loro”, cioè quelli che un tempo gli erano stati indicati come i “nemici di classe” , intenti a festeggiare l’elezione d’un “comunista” alla suprema carica dello Stato.

C’erano i comandanti delle forze armate con le loro divise ed i gradi argentati, e c’erano, anche se non si vedevano, gli “ermellini” , le “porpore” , i “cavalieri” ed i “commendatori” e tutte le “Eccellenze” d’Italia. Perfino i dirigenti dei “servizi segreti” che con le loro trame avevano costretto i militanti comunisti a passare notti insonni.

Ma non c’erano i tanti “Mastro Giorgio” e quel Palazzo era molto affollato per lasciare spazio ai “sognatori”, ed agli oppressi.
Mastro Giorgio scuoteva la testa mentre guardava i commessi in livrea, i corazzieri in alta uniforme, il batter di tacchi, i rispettosi inchini. Ed ancora di più quando collocarono intorno al collo del Presidente “comunista” il “Collare dell’Annunziata” .

Un luccichio che dava fastidio ai suoi occhi almeno quanto le cento medaglie che gli oligarchi sovietici portavano appuntate sul petto.
Per quanto tempo Mastro Giorgio aveva atteso quel giorno? Ma quasi obbedendo ad una antica legge non scritta, era evidente anche ai ciechi che nel momento in cui un “capo ” fa l’ingresso nel “Palazzo” i “seguaci” vengono condannati a perdere finanche la speranza.
Il Palazzo al massimo si adegua ma non cambia.

Non c’è necessariamente cattiveria o malafede in una tale dinamica. In fondo è successo anche ai seguaci di Cristo.
Ma il cuore di Mastro Giorgio, sempre più fragile ed ammalato non era più in condizioni di sopportare che il suo mondo andasse a pezzi. Infatti morì alla fine di quel mese di maggio.

I medici dissero che a portarlo a morte era stato un “virus ribelle” che si annidava nel suo corpo sin dalla nascita ma che lui, fino a quel momento, aveva sempre domato e trasformato in energia vitale. Ed oggi la sua storia molto più che al passato, parla al presente e guarda al futuro.