IOLOZEROELAZAVORRA

IOLOZEROELAZAVORRA

Era il secondo giorno pari della quarta settimana del mese. Mi sentivo solo, febbricitante e mancante la promessa di riprendermi fatta ai miei genitori che mi avrebbero portato, finalmente, allo “ZOO”. Millecinquecentododici presenze la settimana prima e le migliori premesse al week-end evento. Avevano allestito la gabbia centrale, quella enorme, quella all’interno della quale King Kong avrebbe potuto completare le figure olimpioniche di una qualsiasi quattordicenne rumena danzante artisticamente. Non vedevo l’ora.

In effetti avevo annebbiato il mio corpo al punto che l’Aerosol mi avrebbe utilizzato a ciclo continuo e ripetuto come alle cinque del pomeriggio si adopera la teiera. Un semplice corpo di passaggio. Non che io avessi di preciso qualcosa contro… ma avevano ingabbiato lo “ZERO”. Non che mi dispiacessero i numeri, certo. Uno, perché altrimenti non avrei mai potuto sognare di fare il ragioniere. E due, perché non mi sarei potuto commuovere leggendo la notizia del settantatreenne che spendendo cinque euro aveva grattato la gobba alla fortuna che sazia e lussuriosa l’aveva ripagato con una mancia milionaria fondamentale per poter curare il figlio da una qualcosa che però non so cosa perché piangendo commosso bagnai il foglio che si sciolse e scomparve ai miei occhi. Non avevo i novanta centesimi necessari a comprarne un’altra copia. E se comunque se li avessi avuti li avrei utilizzati per sapere cosa fosse successo oggi sul giornale di domani. Avevano finalmente ingabbiato lo Zero! Avevano stretto attorno a lui le corde ad infrarossi e lasciato che il dormiente potesse continuare a sognare mentre loro, rielaborati leonardiani vincenti, avrebbero continuato a colpirlo nel suo punto debole: il buco.

Non so se sapete di cosa possa essere fatto lo Zero ma quando capii che alla spiegazione dei ben informati non si poteva dar credito, mi irrigidii e decisi, convinto di me, che lo Zero fosse fatto di nulla. Io ero fatto di medicinali. Lo Zero era fatto di nulla. L’azzardo sarebbe stato voler curare il nulla con i medicinali, ma credo che questa sia già una pratica adottata e sarebbe da barbari accanirsi con chi ha trovato e mantiene con questo gioco una famiglia, che tutto sommato gli vuole anche bene. Ebbene, si! Mi coprii a dovere durante tutta la notte ed attesi il riscontro del termometro che per me, irrilevante futuro ragioniere, segnava 37.3 ma avendo meno di 14 anni si toglie uno 0.5 quindi avevo un bel 36.8: “Si va a vedere lo Zero!!!”. Non mi interessava della fila. Non mi interessava che avessero raddoppiato l’incasso, i conti li avrei fatti in futuro. Non mi interessava che mio padre avesse pagato per me un intero e non un ridotto. Volevo vedere lo Zero. E lo Zero vidi, ma da lontano. Cercai di aprire una breccia tra le braccia dei tremilaventiquattro presenti e riuscii a sfondare tra la ventesima e la centotreesima.

Era fermo. Era pacato. Era dimesso. Era probabilmente imbottito di droghe a corollario di una dieta fatta di silicone a chiusura del buco. Non riuscivo a parlare per l’estrema emozione nel tentare di comprendere i motivi che portavano seimilaquarantotto mani ad applaudire al nulla. Al nulla, capisci? Applaudire assorti nella contemplazione del nulla che è fondamentale alla risoluzione di mille e mille e mille problematiche. Che probabilmente serve anche alla riuscita di uno zabaione frustato da tremilaventiquattro coppie. Da coppiette avide di nulla. Io invece ero avido di Zero. Mentre mio padre e mia madre erano avidi di me che mi ero perso.

Lo Zero sbadigliò come se dal lungo sonno si potesse emergere con una lunga boccata d’aria. Lo Zero sbadigliò e si aprì una falla. Dalla ferita aperta il risucchio dell’aria era diventato vitale per lo Zero oramai famelico. E dalla bocca ancora una concentrica ricerca di aria, come un vorticoso tifone che implode. E seimilaquarantotto occhi strabuzzati non tanto per la meraviglia alla quale assistevano quanto per la voracità del risucchio. Ed io, perfettamente cosciente che lo Zero fosse fatto di nulla, saldamente piombato a terra dalla zavorra che coprendomi quasi per intero aveva delle dimensioni in altezza pari a centocinquantasette centimetri. Io e i miei quasi quattordici anni non avremmo ceduto alla forza dello Zero. Vidi l’evento promesso materializzarsi attraverso la sparizione di tutto quanto possibile finalmente fagocitato dal nulla. Altro che “Z” di Zorro: la “Z” di Zero! A Zero sazio rimase il nulla. Ed io. E la zavorra. I miei quasi quattordici anni. La certezza di poterne compiere quindici. Il mio futuro da ragioniere equilibrista dei numeri che per chiudere il cerchio sugli eventi avrebbe dovuto tirare una linea alla quadratura. E ripartire da zero.