Cosimo Cavallaro: “Dobbiamo batterci contro il riscaldamento globale”

Cosimo Cavallaro: “Dobbiamo batterci contro il riscaldamento globale”

La recente tragedia della Marmolada, una delle montagne più belle dell’arco alpino, ci offre lo spunto per “battere il ferro finché è caldo” (e che caldo!), sulle terribili conseguenze dei cambiamenti climatici in atto.

Tutti concordano sul fatto che si è trattato di un evento improvviso e imprevedibile, ma su questo secondo aspetto vorrei permettermi di dissentire perché le conseguenze del deterioramento del clima, ci impongono di riconsiderare attentamente il nostro rapporto con la natura e l’ambiente il quale, purtroppo, non è più quello al quale ci eravamo abituati.

L’innalzamento delle temperature, con picchi di calore impensabili fino a qualche anno addietro, non significa che non pioverà più ma che è cambiato il comportamento della pioggia. Infatti, capita sempre più spesso che non piove per mesi interi ma, quando questo accade, sul terreno si riversa in poche ore una quantità d’acqua pari a quella che avrebbe dovuto cadere lentamente nei mesi di siccità, con la conseguenza che la terra non ha il tempo necessario per assorbirla e il risultato è sotto gli occhi di tutti: allagamenti incontenibili e smottamenti pericolosi con relativi crolli e danni agli edifici oltre alle immancabili interruzioni stradali.

Altro aspetto imputabile all’eccessivo calore è l’innalzamento dello zero termico oltre 4000 metri. Parrebbe un effetto secondario ma, alla quota dei ghiacciai, la temperatura sale decisamente al disopra dello zero con il risultato che il ghiaccio fonde e si trasforma in acqua la quale, lentamente, erode la base del ghiacciaio fino a comprometterne la stabilità. In assenza di fondamenta solide ecco che si consuma l’atto finale: sotto la spinta del suo enorme peso il “gigante bianco” si incrina fino a cedere definitivamente trascinando a valle una massa gigantesca di ghiaccio e detriti e polverizzando tutto ciò che incontra sul suo percorso per centinaia di metri.

A questo punto la domanda nasce spontanea: “ma perché si verificano questi fenomeni sempre più frequenti”? Chi scrive non è uno scienziato e neppure un climatologo ma, poiché intravvede un pericolo estremo per il futuro di tutti noi associato ad una inspiegabile indifferenza individuale, cerca di documentarsi e di tenere viva l’attenzione di coloro che ostentano disinteresse o, semplicemente, tendono ad essere distratti.

Chi ricorda l’Anticiclone delle Azzorre? Per lunghi secoli questo importantissimo fenomeno meteorologico ha determinato il clima nella nostra penisola offrendoci estati gradevoli e inverni ricchi di neve e relativamente miti. Ebbene, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso i suoi effetti hanno iniziato a ridursi, seguendo un’iperbole sempre più inclinata, fin quasi a scomparire in quest’ultimo periodo.

La sua sparizione ha spalancato le porte all’Anticiclone Africano il quale, incuneandosi sempre più nell’area mediterranea fino a lambire i Paesi del Nord Europa, si comporta da autostrada per l’aria calda e umida proveniente dall’Africa.

In altre parole, in assenza degli effetti delle correnti atlantiche, il clima nella nostra penisola, da Sud a Nord, si sta tropicalizzando con conseguente radicalizzazione dei fenomeni atmosferici. Sulla mutazione comportamentale dell’Anticiclone delle Azzorre vi sono, come spesso capita quando si tratta di definire fenomeni complessi, diverse teorie scientifiche.

Dall’ipotesi più semplice ovvero l’avvicendamento di normali cicli naturali, si passa a quella più difficile da ammettere: i disastri climatici causati dalle smisurate attività umane attraverso lo sfruttamento incontrollato della natura (emissione esagerata di gas serra, deforestazione, moltiplicazione delle aree urbane, ecc.).

Ed eccoci alla domanda delle domande: “che fare per bloccare o almeno rallentare il surriscaldamento dell’atmosfera”? Se avessi la risposta in tasca rischierei di essere candidato al Nobel. Tutto questo per dire che la soluzione non è affatto semplice, anzi. Di certo vi è che, trattandosi di un problema globale, occorre la partecipazione di tutti, nessuno escluso perché, in misura diversa, abbiamo tutti contribuito, attraverso i nostri comportamenti, a guastare il clima.

Pertanto, ad ognuno di noi direi che per prima cosa bisogna essere consapevoli della gravità del fenomeno e capire che, spesso, la soluzione di un problema richiede sacrifici. Maturato questo concetto basterà usare il buon senso per intuire che la cosa più importante, realizzabile individualmente, è ridurre il dispendio di energia non indispensabile evitando gli sprechi, riciclando il più possibile e proteggere l’ambiente tramutandosi in paladini capaci di combattere, anche duramente, contro tutti coloro che lo depredano e lo distruggono, spesso per lucro e a volte per ignoranza, iniziando dagli inquinatori

per terminare con i piromani. Ricordiamoci sempre che la Terra non è di nostra proprietà ma ci è stata lasciata in eredità dai nostri padri ed è in prestito dai nostri figli.

Se potessi parlare con un capo di governo gli direi che bisogna accelerare sugli investimenti per la ricerca di nuove fonti rinnovabili, sull’installazione di impianti che trasformano l’energia solare o l’energia eolica in elettricità, sul recupero e sulla conservazione dell’acqua piovana per usi non domestici, su un’edilizia di miglioramento del capitale immobiliare per rendere le abitazioni meno energivore e sul rimboschimento del patrimonio boschivo anche attraverso una moratoria che eviti l’abbattimento degli alberi soprattutto in regioni come la nostra Calabria (attualmente nelle Serre Vibonesi e nei comuni limitrofi lo stridio quotidiano delle motoseghe è insopportabile e intollerabile).

Infine, se potessi interloquire con uno statista (ammesso di trovarne qualcuno in questo mondo dove pare che la saggezza sia estinta), gli direi di promuovere la pace a tutti i costi dal momento che la Terra, purtroppo, è già martoriata abbastanza dall’inquinamento, dai virus e dai cambiamenti climatici e non ha affatto bisogno di ulteriori distruzioni bensì di cooperazione tra popoli che condividono lo stesso destino e lo stesso pianeta.

Non so quanto capirebbe considerando che le grandi nazioni perseverano nell’accettare al comando uomini che non hanno ancora compreso che la vera potenza non risiede nelle armi ma nella capacità di essere responsabili delle sorti dell’umanità. Temo che fin quando avremo nazioni dove si accetta che un singolo individuo possa disporre di un patrimonio personale equivalente al prodotto interno lordo di cinque nazioni del mondo, le nostre speranze di risolvere i grandi problemi mondiali come il cambiamento climatico, siano destinate al fallimento. Con buona pace di chi, per colpa del surriscaldamento terrestre, ci lascerà le penne.

Cosimo Cavallaro

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