La Meloni verrà a Caulonia? Si, forse, ma…

La Meloni verrà a Caulonia? Si, forse, ma…

Di Cosimo Cavallaro

Quasi che il clima rovente di questa estate torrida non bastasse a invelenire il nostro sistema nervoso già labile a causa di novelle pandemie, guerre demenziali quanto feroci, profughi disperati e disumanamente bistrattati, aumenti a due cifre percentuali di tutti i generi di prima necessità e tante altre “amenità” simili, ecco che, puntuale come un orologio svizzero, giunge la crisi di governo. Non che Draghi piacesse così tanto (per quello che conta la pubblica opinione!) ma, almeno, dava una parvenza di serietà e di efficienza ad una classe dirigente la cui produttività ci aveva abituati a risultati molto più blandi se non inefficaci. Purtroppo, la sua maggioranza era quella dei precedenti governi, talmente riottosa che neppure l’aplomb del presidente della banca europea è riuscito a domare. Un tentativo vano quello del Presidente della Repubblica di responsabilizzare la “casta” in un momento particolarmente difficile per l’Italia e l’Europa. Alfine, la sete di potere, la smania di protagonismo e la supponenza hanno avuto la meglio. E chissà se, molti politici senza scrupoli, incessantemente smaniosi di essere al centro dell’attenzione, non rischiano di ritrovarsi al centro del nulla.

Quello della politica autoreferenziale, incapace di capire le reali esigenze dei cittadini, è un argomento molto dibattuto. Sui giornali, nei talk show televisivi, sui social e nei bar di quartiere si racconta di una Sinistra indebolita perché si è blindata nei palazzi del potere abbandonando il suo elettorato di riferimento ai populisti della Destra, molto più efficaci nel cavalcare, senza risolverle, le pulsioni popolari derivanti dal disagio sociale. Forse è tutto vero ma, mi domando: “da quando in qua il popolo di sinistra quello, per intenderci, che ha inventato il Socialismo, il Sindacato, le Cooperative, il Mutuo Soccorso, l’Accoglienza e tante altre iniziative basate sull’unità, davanti alle difficoltà si tuffa tra le braccia di quella destra reazionaria che ha sempre osteggiato”? Ogni volta che affronto questo argomento mi sento ripetere che sono un nostalgico romantico, che questi argomenti sono novecenteschi, che il mondo è cambiato e bisogna adattarsi e tante altre scemenze simili.

Ma se questo è vero, perché si persevera nel lamentarsi costantemente della Politica e dei nostri dirigenti? Poiché siamo ancora in Democrazia e non soggetti ad una dittatura non è, per caso, che la classe politica altro non è se non lo specchio della società che la concepisce e la elegge? In un Paese nel quale è sufficiente che un riccastro si costruisca un partito e si candidi a governare con promesse milionarie per fare incetta di voti, dove bastano un po’ di “vaffa” per acquisire la maggioranza relativa in Parlamento, dove tantissimi cittadini rinunciano a proporre e perseverano nella ricerca di eroi e santi capaci di risolvere tutti i loro problemi, possiamo lamentarci e affibbiare sempre tutte le responsabilità al solito capro espiatorio? La mia sensazione è che noi elettori, e la classe politica da noi votata a rappresentarci, abbiamo ridotto la capacità di individuare le priorità perché non crediamo più nel nostro futuro e, soprattutto, in quello dei nostri figli.

Distratti dalla tecnologia a basso costo non ci siamo accorti dei tanti imprenditori italiani che trasferivano, per avidità, le loro aziende in paesi dove poter sfruttare manodopera a basso costo, lasciando a casa i nostri figli laureati e non e privando l’Italia, nazione povera e costretta a edificare la propria economia sulla trasformazione delle materie prime e sull’abilità dei propri figli, dell’unica fonte di sostentamento produttivo: il lavoro. Senza indignarci più di tanto abbiamo accettato che i furbetti della finanza trasferissero all’estero il domicilio fiscale per pagare meno tasse e, soprattutto, non pagarle in Italia pur sfruttando i valori della loro nazione di origine. Sull’onda emotiva di Chernobyl abbiamo rinunciato all’energia nucleare senza un dibattito approfondito nel merito e, ancor oggi, acquistiamo elettricità prodotta da centrali atomiche poste dietro la porta di casa.

E mentre questo e tanto altro accadeva che cosa ha fatto, per lunghi mesi, il nostro Parlamento? Ha rincorso i processi di un milanese emanando leggi “ad personam” e, con piglio goliardico e un pizzico di emotività pruriginosa, propinando certezze sulla nipote di Mubarak. La verità, cari lettori che, come me, se non avessimo perso le velleità di un tempo avremmo tanto da eccepire, è che abbiamo la memoria corta e, poiché non abbiamo ancora raschiato il fondo del barile, per amore della Democrazia tolleriamo eroicamente che personaggi senza arte né parte inondino il nostro intelletto urlandoci in faccia le loro farse burlesche.

Furono i nostri antenati greci, residenti nella “polis” a inventarsi la Politica ovvero l’arte di governare il progresso sociale attraverso la mediazione tra le esigenze individuali, convogliando le molteplici energie verso l’interesse della comunità. Un lavoro complesso e faticoso che richiede una visione ampia della società e dell’ambiente, lungimiranza nel progettare il futuro, ma anche umiltà nel saper ascoltare tutti al fine di individuare le priorità e agire con la necessaria programmazione tenendo conto delle potenzialità disponibili. Tutta teoria! Da diversi decenni la destra nostrana, a iniziare dalla Lega Padana (chi non ricorda le invettive del “senatur” può trovarle in Internet) fino a raggiungere l’apice con il berlusconismo, ha trasformato la politica in uno spettacolo indecente di urlatori spesso patetici: un campionato tra squadre in competizione tra loro, ognuna con la propria maglietta, i propri slogan, la propria bandierina e i propri tifosi che saremmo noi elettori. Il risultato, a parte il decadimento della politica con la P maiuscola, è che si passa dalle promesse irrealizzabili profuse in campagna elettorale, alla demolizione delle leggi fatte dalla controparte politica con sommo gaudio della burocrazia e stato confusionale dei cittadini soffocati da regole in perenne mutazione.

E a proposito di urlatori… Pare che la Meloni, la “mujer” patriota che si è appropriata del nostro Inno Nazionale (una moda, quella di battezzare i partiti con slogan e frasi retoriche buone per catturare l’attenzione di coloro che votano inconsapevolmente basandosi sulla simpatia o, semplicemente, perché si comportano da gonzi influenzabili), a breve si recherà a Caulonia. Tra le tante cose che non so dell’onorevole Meloni, membro della Camera dei deputati dal 2018, devo annoverare il suo interesse per un piccolo paese della Calabria dove, se anche tutti gli aventi diritto la votassero, la percentuale di voto aumenterebbe di qualche milionesimo di punto. Ma tant’è, siamo ancora in democrazia e i politici possono andare dove gli pare. Altro sarebbe scoprire che è stata invitata, la qual cosa apparirebbe, dal mio punto di vista, alquanto preoccupante. In ogni caso, niente allarmismi. È probabile che l’onorevole Meloni approfitti di questa visita per anticipare la piantumazione di uno di quel milione di alberi promessi dal suo sodale politico in caso di vittoria della Destra. Se eravamo preoccupati dei cambiamenti climatici possiamo tirare un sospiro di sollievo: avevamo la soluzione in tasca e non lo sapevamo! Non c’è che dire: noi amanti della natura siamo degli inguaribili pessimisti.

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