Casarini: “Le morti in mare si potrebbero evitare”

Casarini: “Le morti in mare si potrebbero evitare”

La situazione nel Mediterraneo è quella che state vedendo. Le navi militari italiane ed europee presenti, se volessero, potrebbero evitare qualsiasi tragedia. Ci sono migliaia di mercantili che vanno avanti e indietro, pieni di container, petrolio, gas, e acqua.

Se uno qualsiasi dei centri di coordinamento (mrcc) glielo ordinasse, si dirigerebbero sulle barche alla deriva. I droni e gli aerei di Frontex sanno le esatte posizioni. Ma non accade niente di tutto questo. Si aspettano giorni, finché le persone muoiono. Di sete, di paura, o annegano.

Alla fine, dopo che un qualche tributo di sangue è stato pagato, e dopo che gli accadimenti diventano pubblici, allora qualcuno interviene. Si raccolgono i cadaveri, si sproloquia sulla pietà. Si straparla di soluzioni definitive, politiche, di civiltà. Dura lo spazio dell’ultimo respiro di un bambino: nessuno in realtà vuole cambiare di una virgola cio’ che è un sistema, non semplicemente una concatenazione di spietati modi di fare.

Tutti le autorità italiane e degli altri stati europei sanno da giorni delle barche alla deriva. Lo sanno perché ne tracciano rotta, condizioni, numero di presenze a bordo. Lo sanno perché grazie al soccorso civile vengono allertati immediatamente.

Questo è il “blocco navale”. Se non riesci a trattenere donne uomini e bambini in lager e campi profughi, se riescono a mettersi in mare, se non riesci a catturarli con le milizie trasformate non in “guardia costiera” ma in polizia di frontiera, allora aspetti il più possibile, non importa se muoiono. Li fai morire di sete. Queste sono le persone, in carne ed ossa, che non hanno diritto ad avere diritti.

Difronte a tutto questo certo, continuiamo a chiedere che il sistema cambi. Continuiamo a denunciare, continuiamo a piangere i nostei morti perché anche quello è un gesto non previsto. Certo, continuiamo a chiedere i corridoi umanitari. Ma è chiaro che è una lotta, un conflitto durissimo, quello che abbiamo difronte.

Allora è evidente che dobbiamo combattere. Organizzare la fuga di quante più persone possiamo dai campi di concentramento. Organizzare più che possiamo il loro attraversamento della frontiera, dal mare alle montagne, creare luoghi sicuri lungo la strada. Dobbiamo contemporaneamente lavorare al sabotaggio dei dispositivi di controllo di questo sistema, da dentro e da fuori, per aprire varchi, per indebolirne la feroce efficacia.

Con l’impegno di tutte e tutti le donne e gli uomini di buona volontà, dobbiamo organizzare meglio la lotta. Quella che io chiamo la “cospirazione del bene” deve riempirsi di nuove pratiche e di nuove passioni per la vita.
Questi morti che anche oggi piangiamo, non devono essere morti invano.

Luca Casarini