Cosimo Cavallaro: “L’immigrazione viene spacciata per invasione, benvenuti a Destralandia”

Cosimo Cavallaro: “L’immigrazione viene spacciata per invasione, benvenuti a Destralandia”

Di Cosimo Cavallaro

Ottomila chilometri di coste dei quali circa 2500 tra Sicilia e Calabria. Sono questi i numeri che la geografia ci ha assegnato e che, se da un lato rendono queste due regioni veri e propri paradisi terrestri ambiti dal turismo mondiale, dall’altro rappresentano la speranza di sopravvivenza di migliaia di disperati. E mentre i turisti, muniti di carte di credito in valuta pregiata, giungono sulle nostre coste accolti con benevolenza a bordo di lussuosi yacht, i diseredati del pianeta, costretti da un’indigenza cronica a rischiare la vita su natanti sgangherati, scatenano le nostre peggiori pulsioni incontrollate.

Quello dell’emigrazione è un fenomeno che risale alla notte dei tempi. Non vi è nazione al mondo che non sia ibrida ovvero formata da etnie diverse, spesso originarie di regioni distanti tra loro migliaia di chilometri come l’Australia.  Eppure, ancor oggi, come e forse più del passato, le ragioni di coloro che rifiutano lo straniero prevalgono su quelle dell’accoglienza, del concetto di appartenenza ad un’unica grande “famiglia”: quella dell’umanità intera.

L’immigrazione, a dispetto del senso compiuto delle parole, viene spacciata per invasione facendo sì che la reazione popolare sia orientata alla richiesta di un governo forte che difenda i confini nazionali da un nemico inerme. Un’impostura di chiara matrice destroide che ha attecchito maggiormente nel Nord poiché noi meridionali,  ed in particolare noi calabresi, conserviamo nel nostro DNA un lucido concetto di invasione. Ne sono testimonianza le innumerevoli “torri cavallare” sparse sulle nostre coste e costruite dai nostri avi per proteggere la popolazione in oltre quattro secoli di incessanti incursioni moresche.

Ma anche un pensiero debole che non poggia su dati reali ma che diventa efficace quando scommette sulla precarietà della nostra corta memoria e sull’incapacità di analisi dei benefici che gli immigrati, in un Paese dalla scarsa natalità, possono rendere. Dimentichiamo così, soprattutto se leghisti, che nel secolo scorso quello dell’emigrazione, soprattutto meridionale, è stato un vero e proprio terremoto che ha costretto centinaia di migliaia di italiani, in balìa della più nera povertà, ad abbandonare la propria terra con al seguito una miserabile valigia di cartone.

Ma poiché il dramma dell’emigrazione non è solo antico ma anche e soprattutto globale, che cosa fanno le nazioni ricche e democratiche per risolverlo? Semplice, ognuna va per conto proprio secondo uno schema nazional-populistico incentrato su valutazioni puramente egoistiche. Alcune si chiudono in un recinto di filo spinato, altre costruiscono muri paragonabili alla storica muraglia cinese o organizzano bande armate di “patrioti” volontari  che pattugliano i confini a caccia non di cinghiali ma di spauriti e affamati migranti. Altre ancora come l’Italia, ingannando i propri cittadini, dissimulano la chiusura dei porti alle sparute navi delle ONG, le uniche controllabili che recuperano in mare meno del 20% dei disperati, fingendo di dimenticare che il restante 80%  sbarca nel colabrodo incontrollabile delle nostre coste.

Ed infine l’Europa, questo monumento finanziario che ha tentato di risolvere la complessa questione dell’immigrazione attraverso il famoso “Trattato di Dublino” più volte aggiornato dal 1990 quando fu concepito. Un accordo alquanto complesso e all’avanguardia per l’attenzione che viene riservata ai profughi ma che non affronta all’origine il problema ovvero l’atavica miseria delle popolazioni meno fortunate in quanto nate, non per loro scelta, in territori aridi e ostili, e ulteriormente martoriate dai mutamenti climatici e dalla recente guerra ucraina.

Ma soprattutto, considerando la disparità delle risorse necessarie per arginare l’impatto che il fenomeno immigratorio produce nei vari Paesi europei, il trattato lascia ampi varchi nei quali dilaga il disagio delle popolazioni che affacciano sul Mediterraneo esposte in prima linea come l’Italia. Sono in parte questi i presupposti per cui, quando i poteri di uno Stato passano nelle mani di capitan Fracassa, più avvezzo a mostrare i muscoli che non la testa per difendere le proprie ragioni, si rischia lo sfaldamento della stessa unione. Con buona pace dei milioni di euro che l’Europa stanzia ogni anno per gestire l’immigrazione ed in parte percepiti anche dal nostro Paese, come la Francia ci rinfaccia in questi giorni bui.

Questo, in estrema sintesi, il quadro nel quale si perpetua un fenomeno tanto antico quanto attuale. Ma noi italiani, figli in quel territorio che fu la culla della civiltà moderna, invidiati da tutto il mondo per la nostra cultura, la nostra arte e la nostra inventiva possiamo, alle soglie del terzo millennio, accettare senza reagire di essere considerati alla strega di quei popoli grezzi e feroci incapaci di lanciare lo sguardo oltre la punta delle loro spade?  Considerando che non siamo riusciti a far nostro un progetto nobile come quello intentato a Riace da Mimmo Lucano condannandolo all’autodistruzione, ma che in compenso siamo super efficaci nell’utilizzare crudelmente un manipolo di disperati per portare le nostre miserrime ragioni in Europa, probabilmente la risposta è: sì, ce lo meritiamo.

Ma non solo. Meritiamo anche di assistere ad un perfido atto di distrazione, a beneficio dei destroidi nostrani, senza trarre nessun vantaggio tangibile nelle nostre tasche impoverite dalla crisi economica in cui versiamo ormai da anni sperperando, in compenso, quel minimo di autorevolezza e credibilità che tanto faticosamente ci eravamo conquistata nei consessi internazionali.

Alla luce dei fatti di questi primi giorni di governo di Destra l’immagine che proiettiamo al mondo, soprattutto verso quei Paesi che ci osservano con attenzione e per i quali dovremmo rappresentare un faro nella nebbia dell’intolleranza, non è certo lusinghiera. Se, come si dice, il buongiorno si vede dal mattino… prepariamoci. Le aspettative di coloro che hanno desiderato e votato i nostri attuali governanti vanno ben oltre le esigenze di trecento disperati stipati su una nave battente bandiera francese.