Reddito di cittadinanza, il governo Meloni apre la caccia ai poveri

Reddito di cittadinanza, il governo Meloni apre la caccia ai poveri

Di Cosimo Cavallaro

Ci serviva il governo Meloni per riportare in prima pagina il dibattito sul Reddito di Cittadinanza. Una delle tante leggi tampone che tutti i Parlamenti del mondo sfornano quotidianamente nel tentativo vano di approvare leggi estemporanee che non arrivano mai al nocciolo della questione: il reiterato antagonismo tra ricchi e poveri, tra benestanti e nullatenenti, tra deboli e potenti.

Non sono un percettore del Reddito; per mia fortuna non ne ho necessità, ma poiché ho misurato sulla mia pelle cosa significa la povertà (ero ancora un bambino quando dall’entroterra di Caulonia ci si recava in “pajisi” per acquistare i generi alimentari “ndebitu” da Don Armando), so mettermi nei panni di chi deve affrontare momenti difficili. Ed oggi, in questa nostra società nella quale se non produci non sei nessuno, posso immaginare quanto sia umiliante trovarsi nelle condizioni di  totale bisogno da dover dipendere dal buon cuore di chi ti circonda o dallo Stato.

Ed è questo il motivo per cui questa ennesima “guerra tra poveri”, della quale avremmo fatto volentieri a meno, innescata da chi pensa che i percettori siano in maggioranza profittatori con scarsa o nessuna voglia di lavorare, mi fa soffrire e provare pena per quella parte di umanità che ha mutato il proprio cuore in una cassaforte nella quale non potrà proteggere altro se non la propria miseria. Ma l’attacco politico al Reddito di Cittadinanza è anche una battaglia facile da vincere per un Governo classista che non può rinunciare a piantare le proprie bandiere sui corpi già vessati tanto dei disperati, quanto delle minoranze non allineate al pensiero dominante del momento.

Così nessuno ci toglierà dalla mente che con i risparmi ottenuti dalla revisione al ribasso del Reddito si compenseranno, ad esempio, le spese per regalare agli evasori l’ennesimo condono sulle cartelle esattoriali mai pagate o applicare la tassa piatta ad una platea più ampia di partite IVA, gli ormai famosi tormentoni della Lega ampliati dalla chicca appena sfornata da esilaranti professionisti della politica moderna: concedere un regalo dello stato laico a coloro che si sposano in chiesa.

E non possiamo neppure indignarci perché, come ci spiegano affermati “giornalai” di parte, da un governo di Destra non possiamo attenderci misure che competono alla Sinistra. Un po’ come dire che non si può pretendere che un cane da guardia cerchi tartufi perché il suo istinto lo porterebbe a sbranarsi non solo i tuberi ma anche le spore. Purtroppo, il problema della sopravvivenza dignitosa in una società votata al consumismo sfrenato come quella che ci siamo inventati, è troppo serio per essere affrontato con umorismo.

Affermare che il Reddito di Cittadinanza, così come è stato progettato, non è perfetto è come scoprire l’acqua calda. Si sapeva benissimo fin dagli albori che “fatta una legge trovato l’inganno” e che noi italiani in questo siamo campioni indiscutibili. E se per ogni legge da revisionare dovessimo usare la mannaia, magari perché promulgata dalla parte politica avversa, ci accorgeremmo ben presto che non ci sarebbe acciaio sufficiente per produrre le lame necessarie.  

Ma il problema non si risolve abolendo un provvedimento imperfetto. La questione è complessa e investe la sopravvivenza di quei cittadini, soprattutto giovani, che attendono sia rispettato l’articolo Uno della Costituzione e, con esso, la loro dignità attraverso un lavoro onesto e meritoriamente remunerato. La concessione del Reddito a pioggia, con la convinzione che basta elargire denaro per risolvere il problema della povertà, è una pura utopia paragonabile a quella del filosofo calabrese di Stilo, Tommaso Campanella, che già nel XVI secolo immaginava una comunità ideale nella quale non ci sarebbe stato posto per le disparità tra i suoi componenti.

Ed eccoci al nocciolo della questione: le disuguaglianze. Da dove derivano? Dalla scarsa se non assente voglia di lavorare come afferma la Destra o, semmai, dall’organizzazione sociale che ci siamo data lasciando il campo libero ad un capitalismo predatorio? È meglio produrre fino allo sfinimento o, come si diceva un tempo, lavorare meno per lavorare tutti? Domande difficili le cui tante risposte ci porterebbero a discussioni estenuanti e inconcludenti per le difficoltà che le soluzioni richiederebbero.

Di certo vi è che in una società perfetta il problema del Reddito di Cittadinanza non si porrebbe. Ma la realtà è ben più cruda perché nella nostra concezione del benessere non ammettiamo confini e, di conseguenza, non riusciamo a dare risposte concrete  ad una delle domande fondamentali per l’organizzazione di una comunità: “Qual è il limite dell’arricchimento individuale”? Possiamo dibattere e legiferare su tutto, ma nel momento in cui accettiamo che nella medesima società persone costrette ad inventarsi gli stratagemmi più infami per sbarcare il lunario convivano con chi può permettersi il lusso di sprecare o quando acconsentiamo che un singolo individuo possieda un patrimonio paragonabile a quello di intere nazioni, ogni dibattito diventa inutile e fuorviante in quanto la forbice tra benestanti e indigenti non è solo ampia ma inimmaginabile.

Non condanniamo la ricchezza e condividiamo il pensiero dei calvinisti quando affermano che: “il credente non può abbandonarsi passivamente al destino, ma deve crearsi autonomamente la propria fortuna”. Ma al contempo pensiamo che, se la comunità nella quale si vive non pone le condizioni necessarie, non ci si può arricchire per merito esclusivo delle proprie capacità individuali.

Con questa premessa ritengo lecito chiedersi che tipo di Paese vuole essere quello in cui si rischia il linciaggio mediatico quando si introduce il discorso sulla tassa patrimoniale, mentre si plaude quando, per realizzare una manciata di spiccioli, si toglie ai poveri per  premiare potenziali evasori attraverso l’ennesimo condono fiscale e si avvantaggia il lavoro nero portando a 5000 €uro i contanti che ben pochi potranno arrotolare nelle loro tasche già gonfie.

Il Governo in carica ha già dato la sua risposta e nelle case ben illuminate di coloro che non hanno problemi ad arrivare alla fine del mese, i festeggiamenti sono già in corso. Purtroppo, per cause internazionali, ci stiamo avviando verso l’ennesima recessione e privare tanti cittadini indigenti dell’unico paracadute al quale aggrapparsi rappresenta una viltà degna dei peggiori persecutori. Come prevedibile dal responso delle urne si è aperta la caccia ai poveri i quali, per mantenere i privilegi dei pochissimi ricchi, devono rimanere tali, essere in tanti e possibilmente aumentare.

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