Abbandono e diaspora

Abbandono e diaspora

Di Francesco Violi

La storia del nostro territorio, da oltre cento anni, è stata segnata dall’emigrazione verso il nord Italia, verso il nord Europa e verso le Americhe. Ciò significava che le condizioni di vita erano insostenibili: si migrava, più che in cerca di fortuna, per sopravvivere, per avere condizioni di vita migliori. Il divario tra la Calabria e il resto del mondo “occidentale” era evidente. Generazioni e generazioni sono cresciute con un unico obiettivo andare via appena possibile per avere un lavoro sicuro e meno faticoso di quello che si poteva trovare nel nostro territorio. Per anni, e per fortuna, la popolazione è rimasta stabile per l’alto tasso di natalità tra coloro che non andavano via.

Oggi non è più così, e i cambiamenti non sono favorevoli: il divario tra nord e sud è rimasto e la Calabria è fanalino di coda in tutti i settori, perfino in agricoltura che sembra quello più trainante. Ampie porzioni di territorio sono state progressivamente abbandonate. La Calabria, specie nella provincia di Reggio, è abitata solo nelle zone costiere mentre la montagna è completamente abbandonata e priva di abitanti. In questo contesto che da un lato ha favorito la natura e ridotto l’impatto antropologico sul territorio, è stata ridotta l’azione di chi dovrebbe occuparsi del territorio pedemontano con la salvaguardia dei boschi perché i fondi sono sempre meno se non del tutto inesistenti. Ne consegue che ogni anno, con l’avvicinarsi della stagione estiva gli incendi diventano sempre più frequenti e devastano vaste porzioni di montagna. Un tempo per contrastare gli incendi venivano formate delle squadre di operai stagionali che operavano da terra; oggi non più, si ricorre ai costosi aerei che scaricano acqua salata sugli incendi (con dubbia efficacia) senza alcun intervento da terra. E non potrebbe essere altrimenti: le strade tra i boschi sono ormai talmente trascurate che sono divenute impraticabili e nessun mezzo dei vigili del fuoco o dei forestali può percorrerle.

Anche le zone costiere in qualche modo vocate ad un turismo estivo che non ha mai fatto il “salto di qualità” sono ormai trascurate con mancanza di servizi efficienti e funzionali. Solo pochi paesi si salvano, per il resto sembra che tutto quello che accade è provvisorio e i turisti di ritorno non vedono l’ora di andar via magari lamentandosi della eccessiva calura estiva. Poche le iniziative, sagre, feste padronali, non sono sufficienti a rendere attrattivi i vari luoghi.  Qualcuno dà la colpa del mancato sviluppo alla mafia, presenza subdola ma, come qualcuno afferma, invadente. La verità è che non esiste più alcun legame tra gli abitanti e il territorio: senza le caratteristiche   che contraddistinguono e valorizzano i prodotti locali, un ristorante o un albergo che accoglie il viandante è un puro esercizio commerciale che offre le stesse cose di qualunque altro sul territorio nazionale e non basta una bella spiaggia a fare la differenza.

A volte vediamo dei servizi su regioni del nord Italia, specie nel Trentino dove molti giovani hanno scelto di continuare i mestieri dei padri razionalizzando e ammodernando le aziende sia agricole che industriali. Ebbene qui questo processo è inesistente perché nessun ragazzo trova convenente fare il mestiere dei genitori in quanto non esiste un’industria o un’agricoltura ben radicata e spesso gli abitanti vivono di servizi e impieghi statali. In conseguenza di ciò, i figli, che ormai sempre meno vista l’età avanzata degli abitanti, vanno via e i paesi si spopolano sempre più.

In questo contesto, tralasciando le carenze irrisolte nei servizi essenziali come la scuola, la sanità, il trasporto e la viabilità, la giunta regionale cosa fa per limitare la fuga dei figli di questa terra?

Poco. Intanto pensano alle poltrone e ad assumere sottosegretari degli assessori con stipendi di oltre 14.000 euro mensili. Con lo stipendio di uno solo di loro si potrebbe pagare una intera squadra antincendio (10 operai) per salvaguardare i boschi nel periodo estivo!

E nelle altre regioni cosa accade? In Sicilia non si verifica l’abbandono del territorio montano come in Calabria ma la popolazione sembra più equamente distribuita sul territorio: le case si inerpicano anche sulle montagne più impervie anche se il legame degli abitanti con il territorio appare puramente affettivo non più legato alle attività lavorative in agricoltura o allevamento. Qualcuno ha  trasformato  in agriturismo la propria azienda ma nulla di particolarmente significativo.

Intanto la nostra regione, tramite il Presidente Occhiuto, ha aderito all’autonomia differenziata, ignorando o facendo finta di non vedere la situazione precaria in cui si trova la regione per mancanza di lavoro, per l’invecchiamento della popolazione e, paradossalmente, per la carenza di lavoratori in quei mestieri che i nostri ragazzi non vogliono più fare. Il racconto che viene fatto dai nostri politici è diverso: essi si ostinano a respingere ed espellere i migranti invece di accoglierli e insegnare loro un mestiere, per ragioni che principalmente sono “razziali”! Stiamo cadendo nella trappola delle destre che cercano di riportarci indietro, al Nazifascismo! L’Italia non è un modello virtuoso per l’Hub in Albania e per i decreti sicurezza che impediscono qualsiasi manifestazione pacifica in piazza! Un modello virtuoso era quello di accoglienza creato, qualche decennio fa, da Mimmo Lucano ferocemente combattuto e fatto fallire per ragioni ideologiche, che avrebbe portato, se replicato sul territorio regionale, valore aggiunto alla nostra economia e meno spopolamento.   

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