Andrea Vaccaluzzo: “La casamatta di Caulonia, da degrado a memoria collettiva nel giro di una mareggiata”

Andrea Vaccaluzzo: “La casamatta di Caulonia, da degrado a memoria collettiva nel giro di una mareggiata”

di Andrea Vaccaluzzo

Pare che il mare, con l’ultima mareggiata, abbia deciso di fare quello che noi non avevamo il coraggio di fare da anni: prendersi la casamatta. Un vero atto di eutanasia. Perché quella casamatta, più che presidio della memoria storica, era diventata presidio di ben altre necessità, diciamo… fisiologiche.
Ma ecco che oggi la riscopriamo improvvisamente come monumento, come simbolo. Da degrado a memoria collettiva nel giro di una mareggiata. Un salto di qualità notevole, ottenuto in tempi record, grazie alla collaborazione involontaria del mare.
Adesso si parla di recuperarla, ricomporla, riportarla a riva, magari anche qualche metro più indietro, così da proteggerla dall’erosione, dal cambiamento climatico.
Potrebbe anche essere giusto. Perché, paradossalmente, nulla dà più valore a un bene storico quanto il fatto di averlo perso.
Però, nel ricostruirla, potremmo cogliere l’occasione per fare un piccolo passo avanti rispetto al passato. Non dico molto: basterebbe decidere cosa vogliamo che sia.
Se deve essere un monumento, trattiamola come un monumento: un cartello, una minima cura, un senso.
Se invece deve restare un punto di passaggio… beh, almeno organizziamoci meglio. Magari con una funzione dichiarata, pubblica e coerente.
Perché il rischio, altrimenti, è di fare un lavoro perfetto: riportarla dal mare, rimetterla in piedi e riconsegnarla esattamente al destino che aveva prima.
E, a quel punto, il mare, prima o poi, potrebbe anche offendersi.
In fondo, non aveva fatto nulla di male: solo un atto di pietà, anche verso la nostra dignità.
Potremmo anche pensare di lasciarla andare e immaginare, in forma poetica, che, tra due o tremila anni, qualcuno la troverà e le darà, come reperto archeologico, la dignità che noi non siamo stati in grado di darle in quest’epoca.
Ma qualsiasi sia la scelta, rimane un punto fermo: una comunità che trasforma i propri simboli in latrine non può improvvisamente riscoprirli come monumenti senza fare qualche domanda su se stessa.

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