
Sanità, territori e accoglienza: la sfida che decide il futuro del Paese. Intervista al Dott. Luigi Giuseppe De Filippis
Presentazione
Il Dott. Luigi Giuseppe De Filippis è medico di medicina generale e specialista in reumatologia, con una lunga esperienza nella sanità pubblica e nella cooperazione internazionale. Accanto alla formazione medica, ha conseguito anche una laurea in Architettura del Paesaggio, sviluppando una visione integrata tra salute, territorio e comunità. Da oltre quindici anni è impegnato nell’assistenza sanitaria ai migranti e richiedenti asilo, collaborando con organizzazioni internazionali e coordinando progetti SAI/SPRAR attraverso l’associazione Coopisa, di cui è fondatore. Il suo lavoro si concentra sull’integrazione socio-sanitaria, sulla medicina transculturale e sul ruolo delle politiche pubbliche nei processi migratori.

Dottor De Filippis, la sua carriera è profondamente legata al tema delle migrazioni. Da dove nasce questo impegno?
De Filippis:
Nasce sul campo, prima ancora che da una scelta teorica. L’esperienza a Lampedusa e poi nella Piana di Gioia Tauro mi ha messo davanti a una realtà che non puoi ignorare: persone che arrivano con bisogni sanitari urgenti, ma soprattutto con una fragilità complessa, che è sociale, psicologica e culturale. Da lì ho capito che il medico, in questi contesti, non può limitarsi alla clinica. Deve diventare un ponte.
Cosa significa, concretamente, essere “un ponte”?
De Filippis:
Significa lavorare tra mondi diversi. La medicina transculturale, che è una parte importante del mio lavoro, ti insegna che la salute non è solo un fatto biologico. È legata alla cultura, alla storia personale, alla percezione del corpo e della malattia. Essere un ponte vuol dire aiutare il sistema sanitario a comprendere queste differenze, e allo stesso tempo aiutare le persone migranti a orientarsi in un sistema spesso complesso e distante.
Lei ha coordinato numerosi progetti SAI/SPRAR. Qual è stata la sfida più grande?
De Filippis:
La sfida principale è integrare davvero. Non basta accogliere: bisogna costruire percorsi. Nei progetti che coordino con Coopisa lavoriamo su più livelli: sanitario, sociale, educativo. L’obiettivo non è solo curare, ma rendere le persone autonome. Questo richiede un lavoro di equipe molto forte e una visione di lungo periodo.
Dal suo punto di vista, il sistema di accoglienza in Italia funziona?
De Filippis:
Funziona quando è radicato nei territori e quando coinvolge le comunità locali. I piccoli centri, ad esempio, possono diventare luoghi di integrazione reale. Il problema nasce quando l’accoglienza viene gestita come emergenza permanente, senza progettualità. Noi invece abbiamo bisogno di stabilità, di politiche strutturate.
Lei ha lavorato anche all’estero, in contesti molto diversi. Quanto hanno inciso queste esperienze sulla sua visione?
De Filippis:
Moltissimo. L’esperienza in Africa, ad esempio, mi ha insegnato a lavorare con risorse limitate e a dare valore alla prevenzione e alla comunità. Inoltre, mi ha fatto capire che le migrazioni sono fenomeni globali, legati a dinamiche economiche, politiche e ambientali. Non possiamo affrontarle solo come un problema locale.
Oggi, quale pensa sia la priorità nel campo delle migrazioni?
De Filippis:
La priorità è umanizzare. Sembra banale, ma non lo è. Spesso il dibattito pubblico riduce le persone a numeri o categorie. Noi dobbiamo riportare al centro le storie, i diritti, la dignità. E poi investire nella sanità territoriale, nella mediazione culturale e nella formazione degli operatori.
Se dovesse riassumere la sua visione in una frase?
De Filippis:
La salute è un diritto universale, ma per renderlo reale bisogna adattarlo alle persone, non il contrario.
Guardando al futuro, su cosa vorrebbe lavorare?
De Filippis:
Mi interessa sempre di più il legame tra sanità, integrazione e sviluppo territoriale. Credo che i progetti di accoglienza possano diventare motori di rigenerazione per le comunità locali. Non solo un dovere morale, ma anche un’opportunità concreta.
