Caulonia, si comunica di più o si amministra in modo diverso?

Caulonia, si comunica di più o si amministra in modo diverso?

di Andrea Vaccaluzzo


Negli ultimi mesi, dall’ingresso dell’attuale vicesindaco nella giunta comunale, molti hanno iniziato
a sostenere che rispetto al passato sia cambiata soprattutto l’intensità della comunicazione.
È una frase che ho ascoltato più volte e che, proprio per questo, merita qualche riflessione in più.
Credo infatti che questa lettura colga soltanto l’aspetto più visibile del cambiamento, ma non
necessariamente quello più importante. Spesso ci si accorge della parte più visibile di un cambiamento, ma non sempre di quello che c’è dietro.

È vero: oggi esiste una comunicazione più intensa, una presenza più costante, un confronto quasi
quotidiano con i cittadini. Ma fermarsi a questo significa osservare l’effetto senza interrogarsi sulle
cause. La comunicazione non è il cambiamento. È la conseguenza di un modo diverso di intendere la
politica e l’amministrazione.


C’è poi un elemento che trovo particolarmente interessante.
Chi sostiene che rispetto al passato sia cambiata soprattutto l’intensità della comunicazione non
appartiene necessariamente a uno schieramento preciso. Questa lettura la si ritrova spesso sia tra chi
sostiene l’amministrazione, sia tra chi la critica e, in alcuni casi, anche all’interno
dell’amministrazione stessa. Probabilmente perché si tratta di un modo di concepire la politica che per molti anni è stato considerato normale.

Forse è anche il frutto di una sorta di “maleducazione politica” tramandata nel tempo. Ci siamo
abituati a considerare naturale un modello nel quale la politica elaborava le proprie scelte e
successivamente le comunicava ai cittadini, lasciando poco spazio al loro coinvolgimento durante il
percorso. Una politica nella quale la comunicazione veniva spesso considerata qualcosa di separato
dall’azione amministrativa, utilizzata prevalentemente per promuovere e sostenere scelte già
compiute.

Se si osserva il presente attraverso quella stessa ottica, è naturale vedere soprattutto l’aumento della
comunicazione. Diventa invece più difficile cogliere il cambiamento che può esserci nel rapporto
tra istituzioni e cittadini e nel modo in cui si prova a coinvolgere la comunità.
Per questo credo che il dibattito non riguardi semplicemente quanto si comunica, ma quale idea di
politica e di amministrazione c’è dietro quella comunicazione.
A volte ho l’impressione che questa osservazione venga utilizzata anche per ridurre tutto a un unico
elemento facilmente riconoscibile: la comunicazione.

Come se ricondurre il cambiamento esclusivamente a questo aspetto consentisse di evitare una
riflessione più ampia su ciò che sta accadendo.
Perché, al di là della comunicazione, esiste un livello di presenza, di confronto, di attenzione e di
coinvolgimento che richiede tempi, energie e ritmi molto diversi da quelli a cui la politica locale è
stata abituata per anni.

Ridurre tutto alla comunicazione rischia quindi di far apparire come semplice racconto ciò che in
realtà è anche un diverso modo di vivere il ruolo amministrativo e il rapporto con la comunità.
Per molti anni il rapporto tra istituzioni e cittadini è stato prevalentemente verticale: si elaboravano
idee, si prendevano decisioni e solo successivamente queste venivano comunicate alla comunità. In
questo schema la partecipazione dei cittadini si concentrava soprattutto nel momento elettorale.
Io credo invece che una comunità possa essere coinvolta molto prima. Non soltanto quando deve
esprimere un consenso, ma durante il percorso stesso che porta alla nascita di un progetto, alla sua
definizione e alla sua realizzazione.

E, in alcuni casi, non soltanto come soggetto chiamato a partecipare a un percorso già avviato, ma
persino come promotrice delle idee e delle esigenze da cui quel percorso prende origine.
Non come semplice destinataria di decisioni già prese, ma come soggetto che può accompagnare e
contribuire alla costruzione di quelle decisioni.
Per questo la comunicazione non rappresenta uno strumento di promozione politica né una forma
moderna di proselitismo. È parte integrante dell’azione amministrativa. Serve ad ascoltare,
raccogliere osservazioni, verificare esigenze reali, confrontare punti di vista e, quando necessario,
correggere il percorso.


Per capire meglio cosa intendo, si può fare un esempio concreto.
Prendiamo il progetto della vasca di raccolta delle acque meteoriche.
Personalmente ritengo che si tratti di un’opera strategica per il territorio. E credo anche che
un’amministrazione debba assumersi la responsabilità di compiere scelte che non sempre mettono
tutti d’accordo. Governare significa anche questo.
Ma proprio questo esempio aiuta a comprendere il senso del ragionamento.
Una scelta di questo genere non è neutrale. Può comportare espropri, modificare il contesto
urbanistico di una zona, incidere sul valore degli immobili e, in alcuni casi, cambiare concretamente
la vita delle persone che abitano nelle vicinanze.
Proprio per questo le persone hanno il diritto di conoscere in anticipo le trasformazioni che
interesseranno il territorio in cui vivono.
Una giovane coppia che sta pensando di acquistare una casa, ad esempio, potrebbe fare valutazioni
diverse sapendo che in quell’area è prevista la realizzazione di un’opera importante. Per questo la comunicazione non dovrebbe arrivare soltanto quando il progetto è già definito o quando iniziano i lavori.

Quando possibile, dovrebbe accompagnare il percorso. Non perché ogni decisione debba essere
sottoposta a un referendum permanente, ma perché le persone possano comprendere e valutare
consapevolmente i cambiamenti che interesseranno il territorio in cui vivono.
E spesso proprio dal confronto con i cittadini possono emergere osservazioni, suggerimenti o punti
di vista che gli uffici e gli amministratori, da soli, non avevano considerato.
Questo non significa che alla fine la decisione cambi necessariamente. Significa però che una
comunità informata e partecipe è una comunità che può comprendere meglio le ragioni di una
scelta, anche quando non la condivide pienamente.
In fondo si tratta di allargare un flusso che per molto tempo è rimasto confinato quasi
esclusivamente tra tecnici e amministratori.
Le valutazioni tecniche continuano ad essere fondamentali, così come il ruolo di chi è chiamato a
decidere. Ma tra questi due livelli esiste anche una comunità che vive il territorio ogni giorno e che
spesso può offrire osservazioni, informazioni ed esperienze che difficilmente emergono all’interno
di un ufficio o di una relazione tecnica.
Questo non significa sostituire le competenze o rinunciare alle responsabilità di chi governa.
Significa rendere più aperto un percorso che per troppo tempo è rimasto confinato all’interno di
pochi soggetti.
Anche da questo punto di vista la comunicazione non è qualcosa che arriva alla fine del processo.
Diventa uno degli strumenti che consentono a questo flusso più ampio di esistere.
Anche questo, in fondo, è un modo diverso di costruire le decisioni pubbliche.


Ed è proprio qui che si vede ancora una volta l’incrocio con la comunicazione.
Perché quando si parla di opere importanti e di scelte che possono incidere sulla vita delle persone,
la comunicazione non è un semplice racconto di ciò che è stato fatto. Diventa parte della
responsabilità amministrativa.
Informare in tempo, spiegare le ragioni di una scelta, raccogliere osservazioni e consentire ai
cittadini di comprendere ciò che sta accadendo non significa rinunciare a decidere. Significa
decidere assumendosi fino in fondo la responsabilità delle proprie scelte.
Per questo continuo a pensare che ridurre tutto a un aumento della comunicazione significhi
fermarsi alla superficie del fenomeno.
In molti casi è proprio la comunicazione a rendere possibile quel rapporto tra amministrazione e
cittadini che permette alle decisioni di essere comprese, discusse e, quando necessario, anche
migliorate.

Naturalmente questo ragionamento riguarda soprattutto opere di pubblica utilità, interventi sulla
sicurezza, infrastrutture e più in generale tutte quelle scelte che incidono direttamente sulla vita
quotidiana delle persone e sul territorio.

Esistono poi altri ambiti, come la pianificazione del futuro del paese, le scelte urbanistiche di lungo
periodo, le questioni identitarie, etiche o persino estetiche, che probabilmente richiedono riflessioni
ancora diverse e forme di coinvolgimento differenti.
Ma questo è un tema che meriterebbe un approfondimento a parte.
Quando si osserva soltanto l’aumento della comunicazione si rischia quindi di sottovalutare il
cambiamento più profondo: il tentativo di costruire un rapporto diverso tra istituzioni e cittadini.
La differenza non sta nel parlare di più. La differenza sta nel considerare la comunità non come una
semplice destinataria delle decisioni, ma come una componente attiva del processo che le genera.
Spero però che queste riflessioni possano raggiungere altre persone, aggiungerle a questo percorso e
contribuire a rafforzarlo.

Perché se questo modo di intendere il rapporto tra amministrazione e cittadini riuscirà a radicarsi
nella comunità, allora potrà andare oltre le singole persone e le singole stagioni politiche.
E forse solo allora il processo potrà diventare davvero irreversibile.
E questa follia, che all’inizio sembrava senza senso, avrà fatto il suo corso e svelato il suo vero
volto.

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